La fecondità dell’adozione
Quando la sterilità diventa grazia e genera appartenenza
E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!” (Rm 8,15)
Paolo offre una chiave di lettura molto importante non solo per l’esperienza della figliolanza adottiva, ma per ogni relazione genitore-figlio.
In Amoris Laetitia 180, Papa Francesco scrive: “La scelta dell’adozione e dell’affido esprime una particolare fecondità dell’esperienza coniugale, al di là dei casi in cui è dolorosamente segnata dalla sterilità. […] l’adozione e l’affido rettamente intesi mostrano un aspetto importante della genitorialità e della figliolanza, in quanto aiutano a riconoscere che i figli, sia naturali sia adottivi o affidati, sono altro da sé ed occorre accoglierli, amarli, prendersene cura e non solo metterli al mondo”.
Il significato teologico delle parole di Paolo trova riscontro nell’esperienza umana del chiamare “mamma e papà” coloro che generano alla vita quotidianamente, attraverso una relazione gratuita e portatrice di cura, fiducia e speranza.
È qui evidente che nel pensiero generativo di Dio non c’è desiderio di possesso, ma promessa di salvezza.
Essere madri e padri non è solo un fatto biologico, ma è dono di una relazione che crea appartenenza reciproca, identità e radici.
Essere figlio significa essere inserito in una relazione d’amore feconda che vuole proteggere la vita nuova.
Ogni figlio abbandonato è un figlio rispetto al quale una madre e un padre hanno tradito la promessa di una relazione di cura salvifica insita nel dare vita nella carne (M. Chiodi, Dramma, dono, accoglienza. Antropologia e teologia dell’adozione); di fatto, la rottura della relazione genitore-figlio rende ogni abbandonato un “non più figlio”, o meglio un “non ancora figlio”; sempre Paolo qualche versetto più avanti nella stessa lettera ai Romani scrive: Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. (Rm 8,18).
Così, l’adozione diventa il compimento di una promessa: la promessa di essere figlio in primis per il bambino abbandonato, ma anche quella di essere genitori per una coppia.
La maggioranza delle coppie che si affacciano all’adozione, lo fa spinta dal desiderio di diventare genitore nonostante l’infertilità biologica (nell’adozione internazionale il 78% delle coppie che fanno domanda, secondo i dati CAI). Per queste coppie, in un certo modo, c’è la delusione della promessa insita nel matrimonio e non realizzata di poter essere genitori; la cultura, purtroppo dilagante, che vede il figlio come prolungamento di se stessi, come realizzazione personale, non aiuta.
L’ormai decennale esperienza delle tecniche di procreazione assistita crea aspettative rispetto al figlio carne della propria carne. Ma anche questa via spesso è deludente (nel 2022 circa il 13% di successo secondo i dati del Ministero della Salute).
In questo contesto, non è così immediato distinguere la fertilità biologica dalla fecondità di coppia per cui la prima non include necessariamente la seconda e viceversa; il passaggio al desiderio di adozione per molte coppie avviene dopo un percorso di delusione rielaborato: la fertilità biologica lascia spazio alla possibilità di una fecondità diversa, non meno autentica, che richiede tempo per un consapevole cambiamento di prospettiva. L’adozione non è così un ripiego, ma una scelta vocazionale.
Nell’adozione, la sterilità diventa feconda, innescando processi di rinascita per chi è accolto e per chi accoglie. L’adozione è superamento dell’abbandono nell’incontro di storie di dolore, di lutto (D. Cavanna – L. Migliorini, La famiglia adottiva come base sicura in Allargare lo spazio familiare). È così che la sterilità diventa una grazia, un dono speciale di salvezza (M. Griffini, Sterilità feconda: un cammino di grazia).
Cosa significa quindi adottare un bambino ed essere padri e madri non per “dolce attesa”, ma attraverso un percorso valutativo che porta ad affrontare diversi ostacoli?
Molti genitori adottivi, risponderebbero che anche la loro attesa è stata una gestazione, durata ben più di nove mesi, che si è conclusa con un parto. Infatti, nell’incontro con il proprio figlio, desiderato e atteso, c’è una “carnalità”, un riconoscersi che supera ogni barriera fisica, psicologica, emotiva; fin da principio “adottare è un atto profondo di paternità e maternità, che va oltre la carne e che tuttavia passa attraverso la carne e la dedizione quotidiana” (cit. M. Chiodi in Lemà Sabactàni n.16).
“Tu sei mio figlio!”, come si recita nella proposta della benedizione dell’adozione dell’associazione La Pietra Scartata (vd. Lemà Sabactàni n.7), è l’atto di fede di ogni genitore adottivo nel momento in cui conosce il nome del bambino che arriverà da chissà dove. Fede che sarà messa alla prova scontrandosi necessariamente con la fatica di integrare la propria storia di delusione e speranza, con quella travagliata di un figlio, mai negando, ma legittimando. Due storie di dolore da lenire, ma anche di speranza certa da realizzare.
Questo atto di fede permette ad ogni genitore adottivo di narrare al proprio figlio una storia nuova, saldamente basata su tre storie precedenti e non modificabili; solo con uno sguardo attento che riconosce l’unicità nella nuova unità, si possono ricreare quella appartenenza e quel legame sicuro in grado di affrontare ogni tempesta.
L’adozione chiede però di essere riconosciuta anche dal figlio, perché possa gridare: “Abbà! Padre!
La reciprocità relazionale non sempre cammina di pari passo tra genitori e figli, attraversa anche crisi profonde di riconoscimento e di identità. Si delinea una sorta di reciprocità asimmetrica.
Una madre e un padre adottivi, di fatto, ri-generano, donando nuova vita al figlio senza attesa di riscontro e gratitudine. Un genitore sempre dona e attende che quel dono, per essere tale, venga accolto; questa è la logica del dono e di Dio: il Padre ci ama prima di essere amato, non reclama, attende: “Non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura” (Rm 8,15). Un’attesa che può significare anche solo stare, esserci, a volte immobili nell’impotenza di fronte alle sofferenze di un figlio che deve imparare a portare la sua croce.
In questo il figlio può acquisire fiducia, sperimentare un “noi” libero, non sottoposto a doveri di riconoscenza, un’appartenenza che permette di parlare anche delle proprie doppie origini senza senso di colpa; permette di allontanarsi e tornare alla base sicura.
Quali strumenti darsi, dunque, come genitori per affrontare le difficoltà insite nell’accoglienza adottiva?
Il primo passo è quello di non pensare di affrontare tutto da soli, ma costruire una rete familiare, amicale e professionale che possa sostenere nella formazione, nelle difficoltà così da comprendere ciò che accade.
Il secondo è quello di imparare ad attendere, a stare; sicuramente il percorso per l’idoneità e la realizzazione dell’adozione è molto formativo in questo senso; la capacità di gestione dell’attesa e della frustrazione che essa può generare, è particolarmente importante nella relazione con il figlio sul quale, inevitabilmente, si pongono quelle aspettative che sono il frutto di desiderio di bene e di bello. Aiuta molto focalizzarsi sui bisogni del figlio, cercando di mettere in secondo piano i propri, donandosi così fino in fondo nello spirito e nella carne. Nella volontà e capacità dei genitori di dialogare e accogliere il figlio nelle sue fasi di crescita psicologica ed emotiva egli si sentirà compreso, contenuto, incluso e quindi profondamente figlio per sempre.
Occorre non disperare mai: l’abbandono e il dolore non hanno mai l’ultima parola!