La voce più delle parole – Attività laboratoriale
È complicato e problematico parlare di coercizione e controllo nelle pratiche educative, ma è necessario. Per secoli le pratiche educative si sono fondate sul controllo dell’altro ritenuto minore (minus: meno, minore, negativo). Un altro ritenuto “minore” da proteggere e da “correggere” per farlo diventare grande e capace. Questa modalità di pensiero e di azione fondata sulla correzione dell’errore ha provocato dolore e sofferenza perché non s’impara se non sbagliando. Lo sbaglio, le incomprensioni, i conflitti non sono dunque da evitare e da “punire”, ma da affrontare in un clima di collaborazione reciproca. S’impara per tentativi ed errori. S’impara seguendo l’esempio delle persone che abbiamo intorno. S’impara parlando tra noi, confrontandoci, riconoscendo l’altro: capisco cosa provi (sistema cognitivo) e sento cosa provi (sistema emotivo) e dunque vivo dentro di me la tua sofferenza, il tuo disagio e, di certo, non godo a riprodurlo.
In questa annata di LABS approfondiremo la consapevolezza del nostro sistema emotivo. Si tratta di un’esplorazione alla ricerca della nostra integrità e del riconoscimento della nostra comune vulnerabilità e interdipendenza. In questo LAB ci concentriamo sulla voce che è corpo e dice di noi più delle parole.
Facilitare i gruppi
Il LAB è pensato per far riflettere chi presiede l’incontro di un gruppo di persone. La prima cosa su cui riflettere è il problema della leadership. Sì, riconoscersi come persone che hanno un’autorità è un problema enorme perché impedisce a se stessi e agli altri di costruire un clima di reciprocità. Ci sia aspetta dal leader delle risposte e il leader sente di dover corrispondere all’aspettativa. In questo modo le relazioni sono totalmente asimmetriche e non ci sono le condizioni per creare un sincero sviluppo tra le persone. I partecipanti si siedono e pendono dalle labbra del leader o gli danno addosso perché si sentono stretti in questa dinamica e non sanno come uscirne. Desiderano sentire di contare qualcosa, ma non sanno come fare.
Chi ha la responsabilità di invitare le persone ad incontrarsi, ha la responsabilità di creare un clima di collaborazione e quindi di riflettere criticamente sull’idea che ha del gruppo e del suo ruolo nel gruppo.
Recentemente ho ascoltato un caro amico che in un gruppo dialogico ha affermato: “Cedo il bastone del comando”, invitando un altro partecipante a prendere parola. Ecco, lo so che questa mia considerazione suonerà strana e discutibile, ma non può esserci dialogo dove c’è l’idea del comando. I processi partecipativi sono porosi, lenti, magmatici e circolari. Il comando è chiaro, lineare e spesso imposto con violenza o benevolenza.
Nel corso della mia esperienza di pedagogista, ho imparato a temere tantissimo i leader benevoli ovvero gentili, ma che detengono l’ultima parola su ogni questione perché sotto sotto trasmettono l’idea che i tapini che sono lì a collaborare, non valgono quanto loro. In certi contesti si deve arrivare a essere tutti d’accordo con il leader. Ciò fa covare malcontento o fascinazione verso la sua figura creando fazioni pro o contro tra i/le collaboratori.
La vera forza di un leader – tutti possiamo esserlo se ci pensiamo facilitatori di processi di dialogo – è la capacità di essere responsabile per se stesso e per gli altri. Significa assumersi la responsabilità di impegnarsi a realizzare la mutualità tra le persone, in quanto condizione fondamentale per dare sostegno alla vita – non solo umana ma di tutte le specie (per approfondimenti sul tema del rispetto della vita e della biodiversità vi invito a rileggere i LABS della scorsa annata, 2025).
Spazi di dialogo
Prima di arrivare a riflettere sulla propria voce, il facilitatore – la facilitatrice di gruppi ha la responsabilità di riflettere sullo spazio nel quale si svolgono gli incontri. È fondamentale creare un cerchio di sedie dove tutte le persone possano sedersi alla pari. Se si può togliere il tavolo dal centro del cerchio è preferibile in modo tale che non ci siano barriere tra i corpi. I corpi – con la loro vulnerabilità e diversità – hanno l’esigenza di essere visti e riconosciuti nella loro umanità. Il tavolo può essere utile per lavorare insieme su materiali concreti. Se il gruppo è composto da più di otto persone è necessario per favorire la partecipazione di tutte e di tutti dividersi in sottogruppi. Ci sono persone estroverse che hanno più facilità a conversare in un gruppo ampio, mentre quelle introverse prediligono i contesti più ristretti. Pensare che, se una persona non parla nel grande gruppo allora non ha nulla da dire, è una banalizzazione molto comune. Abbiamo tutti e tutte da imparare dalle persone introverse che generalmente trascorrono tempo da sole a pensare. Le loro riflessioni sono utili e importanti per tutti e tutte. Se non creiamo il contesto perché emergano, non riusciamo ad attingere alla loro preziosità.
Creare il contesto è responsabilità in primis del facilitatore – basta con i leader carismatici! – ma anche del gruppo che deve definire insieme i criteri per il dialogo e per l’utilizzo dello spazio. In particolare, per le conversazioni in sottogruppo – a cui faccio riferimento in tutti i LABS dal 2021 ad oggi, può essere interessante condividere i seguenti criteri (a titolo d’esempio):
– Parliamo ad un volume moderato che consenta anche agli altri di dialogare.
– Ascoltiamo attivamente le idee di tutti i membri del gruppo.
– Condividiamo le risorse in modo equo e manteniamo lo spazio in ordine.
– Rimaniamo concentrati sul nostro compito e sui nostri obiettivi collaborativi.
– Rispettiamo gli spazi e le conversazioni degli altri gruppi.
Si può inoltre ragionare sul movimento dei corpi nei gruppi; occorre mettere in discussione che le conversazioni avvengano seduti sulla sedia perché non tutti sono comodi, che avvengano con le scarpe ai piedi – generalmente quando siamo prossimi con le persone ci togliamo le scarpe per stare comodi.
La consapevolezza della propria voce
Da anni ci si interroga sul ruolo che la voce dell’insegnante può assumere nel facilitare o inibire i processi di apprendimento. La questione riguarda anche i gruppi perché in ogni gruppo si creano dinamiche simili a quelle che abbiamo imparato a scuola. C’è chi parla e chi ascolta. Ci sono persone che hanno un ruolo di responsabilità che spesso viene associato a quello del maestro che sa. Per questo motivo ho deciso di proporvi a scopo riflessivo un articolo scritto da uno degli insegnanti di scuola primaria che più ha riflettuto sul ruolo delle pratiche partecipative a scuola. Lui è Franco Lorenzoni, oggi in pensione, continua la sua attività scrivendo libri e articoli. Il seguente articolo è stato pubblicato sulla rivista “Tuttoscuola” nel mese di ottobre 2025.
Ciascuno può interrogarsi sulla propria voce e sulla sua consapevolezza di essa nei contesti che frequenta. Sarebbe riduttivo pensare che questa riflessione riguardi solo il contesto scolastico.
Un articolo per riflettere sulla propria voce
La voce dice di noi assai più di molte parole ed è importante averne consapevolezza in classe – di Franco Lorenzoni
È nata prima la poesia o la prosa?
Noi umani, quando abbiamo sentito la necessità di comunicare, probabilmente per prima cosa abbiamo urlato a piena voce per coprire distanze o avvertire di un pericolo. Ma lo abbiamo fatto prima cantando o parlando?
Porsi domande sull’origine lontana di linguaggi, attitudini o comportamenti umani appassiona sempre bambine e bambini perché la voce, tra le diverse forme di comunicazione, è forse quella che maggiormente condiziona e determina la qualità delle nostre relazioni.
Diversi anni fa, Francesca, all’inizio della prima primaria, disse a sua mamma che aveva paura della mia voce. La mamma me lo raccontò e ricordo che quelle sue parole mi rattristarono e mi diedero molto da pensare, soprattutto perché non me ne ero accorto.
Immaginavo che i miei toni fossero dettati dall’entusiasmo e da una passione che mi portava talvolta ad esagerare, ma non pensavo potessero mettere paura a una bambina.
Con Francesca trovammo una soluzione. Se io esageravo con la voce, lei diceva la parola “albicocca” e io capivo subito e cambiavo tono.
In classe noi docenti parliamo molto. Raccontiamo, spieghiamo, diamo consigli, correggiamo errori, rimproveriamo. Talvolta invitiamo bambine e bambini, ragazze e ragazzi a partecipare attivamente, a discutere, anche se lo facciamo meno di quanto dovremmo.
Nell’insegnamento, insomma, facciamo un grande uso della voce. Ma paradossalmente, nella nostra formazione iniziale e nei tanti corsi più o meno significativi a cui partecipiamo in servizio, sono rarissime le occasioni in cui lavoriamo sulla nostra voce, ricerchiamo intorno a uno strumento che utilizziamo continuamente.
Eppure, il tono della voce ha un ruolo fondamentale nello stabilire relazioni, nel condividere emozioni, nel suscitare interessi e fare emergere passioni o, al contrario, nell’annoiare e allontanare allieve e allievi dalla curiosità e dal desiderio di conoscere.
I modi in cui parliamo possono avvilire l’attenzione o giocare un ruolo positivo nel creare un clima di ascolto reciproco, capace di dare valore alle parole che ci dicono insegnanti e compagne e compagni.
La voce, anche al di là della nostra volontà, spesso dice molto di più di noi di quanto non dicano le parole. O meglio, le parole che ascoltiamo ci parlano in modi differenti, a seconda del tono di voce in cui prendono corpo.
Ho ascoltato una volta il grande psicologo e educatore statunitense Jerome Bruner rispondere alla domanda di una docente, che gli chiedeva quali fossero le competenze per lavorare bene in classe, affermando in modo icastico che “la prima competenza che dovrebbe avere ogni insegnante sta nell’arte della cortesia e del dialogo”.
A scuola è come se ci fosse l’aria condizionata sempre accesa. E’ l’aria data dal nostro umore, dal modo in cui ci presentiamo a bambine e bambini, ragazze e ragazzi, sin dal nostro primo ingresso in classe.
Ora è evidente che siamo esseri umani con i nostri inevitabili problemi e mancanze e non possiamo certo pretendere di essere ogni giorno allegri, aperti, disponibili ed empatici. Credo tuttavia che, per etica professionale, dovremmo essere sempre consapevoli del ruolo che ha il nostro umore nelle relazioni che stabiliamo in classe con i singoli e con il gruppo. Umore che influenza inevitabilmente anche la relazione che ciascuna ragazza o ragazzo stabilirà con il sapere e le conoscenze che proponiamo alla sua attenzione.
Esprimiamo l’umore in molti modi, naturalmente, con il movimento, gli sguardi e la voce, che talvolta ci fa precipitare in paradossi come quello di urlare, di smettere di urlare.
Quante volte ci è capitato di amare un ramo del sapere non tanto per le caratteristiche della disciplina, ma per la maestra o maestro che ce la presentava e faceva incontrare.
Ricordo una ragazza di terza media di una scuola di Roma che alla sua insegnante che stava proponendo un’attività di educazione emotiva, disse un giorno: “A professorè, ma ve guardate mai allo specchio prima d’entrà n’classe?”.
Ecco, il guardarci allo specchio suggerito dalla studentessa romana potrebbe cominciare dal prestare attenzione alla nostra voce, al modo in cui parliamo. Mario Lodi sosteneva che, per parlare della Costituzione, dovremmo sempre partire dalla parola gentile.
Con la voce si può giocare in mille modi e può essere interessante sperimentare cosa accade se diciamo qualcosa cantando, urlando o sussurrando. E’ assai diverso se le nostre parole scaturiscono da bocche spalancate o faticano a uscire da labbra semichiuse.
La voce è elemento umano particolarmente intimo, rivela parti di noi nascoste, ci mette a nudo. Sperimentare quanto possiamo giocare e metterci in gioco con la nostra voce può essere appassionante in tempi in cui si parla molto della necessità di un’educazione affettiva (…).
La varietà delle lingue presenti nelle nostre classi potrebbe e dovrebbe inoltre incuriosire compagni e docenti e diventare un interessante terreno per immaginare e progettare sperimentazioni vocali, anche attraverso attività teatrali. Ma naturalmente dobbiamo creare un contesto in cui chi ha una lingua madre diversa dalla nostra si senta a suo agio nel proporre e nell’ospitare nelle sue sonorità vocali compagne e compagni, a partire dalla condivisione di canti, ninne nanne, modi di dire e parole significative.
Questo vale anche per i vari dialetti presenti nel nostro paese, che posseggono ciascuno ritmi e cadenze riconoscibili, le cui potenzialità comunicative sono sottostimate e guardate troppe volte con diffidenza nella scuola.
C’è un aspetto teatrale nel lavoro artigiano dell’educare che non va sottovalutato. Non nel senso dell’esibizione, naturalmente, ma nello sforzo di dare corpo e voce a personaggi, storie ed eventi del passato o di luoghi lontani, nello stabilire un corpo a corpo con la natura, la complessità del vivere e i mille aspetti che ci trasmettono le diverse culture umane, da far rivivere dando dignità alle diverse voci di insegnanti, alunne e alunni.
(Cf. Articolo di Franco Lorenzoni, uscito nel numero di ottobre 2025 di “Tuttoscuola”, evidenziature in grassetto mie).