N.01
Gennaio/Febbraio 2026

Padre, dove sei?

La paternità nella letteratura

Quante figure, immagini, racconti parlano del padre e della paternità! Sembra incredibile che la questione abbia avuto una tale rilevanza e sia oggi “evaporata”, secondo l’espressione resa popolare da Jacques Lacan. Eppure non mancano prove: oltre a Lacan, sono molti gli psicologi e gli psicoanalisti che sottolineano la progressiva debolezza della figura paterna.

E forse, se partiamo da un titolo come Padre padrone, ce n’era bisogno. Ma la paternità è questione complessa e assai “antica”. Nella mitologia classica vediamo già all’opera vicende e spunti che segnalano un grumo di passioni: da Crono, che mangia i suoi figli per non essere detronizzato, a Zeus, che ne semina molti ma che non disdegna – in almeno una versione del mito – di mangiare la compagna Meti, per lo stesso timore (un figlio maschio che possa detronizzarlo). A nascere dalla sua fronte spaccata non sarà però un figlio, ma Atena, già adulta e armata. Ben diversa, e suggestiva di altre dimensioni, è la figura di Enea, di cui Virgilio, nel secondo libro dell’Eneide, racconta la fuga che ispirò anche il famoso gruppo del Bernini. Il padre Enea si fa carico di suo padre Anchise e del figlio Ascanio (Iulo), che conduce in salvo insieme alla moglie. E il rapporto di Telemaco con Ulisse è ricco di suggestioni positive: come ha scritto efficacemente Massimo Recalcati, Telemaco vuole che vi sia un “padre”.

Dante aggiunge complessità al quadro, offrendo troppi spunti per elencarli qui in modo esaustivo. Se da un lato riflette sulle sue responsabilità di padre nel confronto con Farinata e Ugolino, trasfigurando nel dialogo la sua esperienza di esule che non si piega agli avversari e quindi costringe la sua stessa famiglia a un’esistenza dura, dall’altro evoca la dimensione spirituale della paternità, individuando in Virgilio e nell’avo Cacciaguida i propri “padri”, coloro che gli indicano la strada da seguire e l’eredità da raccogliere: non a caso nei canti del Paradiso dedicati al dialogo con Cacciaguida compare l’unica terzina in latino della Commedia. Il “padre” per Dante non è semplicemente il padre biologico, è anche colui che rappresenta un modello di scrittura (Virgilio) e di azione politica (Cacciaguida), le due dimensioni che definiscono la sua figura di intellettuale impegnato.

Anche l’altro grande poeta cristiano europeo, William Shakespeare, è denso di personaggi paterni molto sfaccettati. Qui si può ricordare re Lear che nell’omonima tragedia viene presentato – se così si può dire – come un padre narcisistico, che non riesce a cedere il suo regno alle figlie. Ma le vicende della tragedia, una delle più complesse e cupe di Shakespeare, lo costringeranno a cambiare il suo sguardo. Oppure il padre di Amleto, il fantasma che con la sua sola presenza “tormenta” il protagonista. A questi se ne potrebbero aggiungere molti altri: Shakespeare esplora a fondo l’interazione tra ruolo sociale, uso e gestione del potere, relazioni familiari.

Due pessimi padri sono raccontati, rispettivamente, da Charles Dickens e Mark Twain. Il primo ci presenta Paul Dombey (Dombey e figlio), il padre per il quale non esiste niente tranne la propria ditta, di cui è orgoglioso: così la figlia Florence non gli interessa e la ignora, mentre il figlio – a cui ha imposto il proprio nome: Paul – deve essere il suo erede. Solo alla fine, quando i disastri avranno distrutto la sua arroganza e freddezza, capirà che Florence lo ha sempre amato. Lo scrittore americano, invece, ci presenta Pap Finn, il padre di Huckleberry Finn: un ubriacone violento che arriva a cercare di uccidere il figlio.

Il rapporto con la figura paterna è spesso difficile, foriero di traumi o di difficoltà esistenziali. Nella celebre Lettera al padre di Kafka, scritta nel 1919 ma mai spedita (e pubblicata postuma nel 1952), lo scrittore denuncia il padre autoritario e opprimente, la propria solitudine, ma anche – in modo ambivalente – una certa forma di ammirazione. La complessità del rapporto è indagata in altri autori, per esempio da Joyce (nell’Ulisse il figlio cerca il padre e viceversa) a Svevo (La coscienza di Zeno, con il celebre episodio dello schiaffo).

Rimane il dato di una presenza che, come scrive Guareschi, è quasi “sacra”; Don Camillo rimprovera così Peppone che, insieme al commissario federale, ha punito il compagno Straziami per aver preso un pacco di aiuti americani: «Tu hai permesso che uno scalzacane non solo facesse questo, ma commettesse il più infame sopruso del mondo: quello di percuotere un padre davanti al suo bambino» (La campana). In un altro racconto (Il fiume racconta anche questa storia), Guareschi descrive invece il modo in cui un episodio simile (Peppone picchia un avversario politico, Scartini) semini odio tra i rispettivi figli, fino ad un epilogo tragico.

L’esito di questa brevissima incursione nella letteratura ci fornisce alcune coordinate: il padre è per il figlio un modello, una fonte di forza e di sicurezza che può essere opprimente, o peggio, se il padre non è all’altezza della propria responsabilità. Il “potere” del padre è alla radice dell’ambivalenza della relazione. C’è però qualcosa di più in gioco, come mostra Dante: la funzione “paterna” non è necessariamente confinata al padre biologico e in un certo senso indica la strada, le vette che si possono raggiungere, ma anche le scelte che occorre fare e le regole da rispettare.

Il padre mostra per così dire la legge dell’esistenza; in effetti l’interpretazione freudiana (in una versione molto semplificata) sottolinea il ruolo del padre come colui che segnala sia ciò che non si può fare, sia ciò che si deve fare. Ma è anche colui che insegna il desiderio al figlio, come chiosa Lacan e, in modo ancora più deciso, Recalcati.

Il padre non è solo colui che comunica le leggi, le proibizioni e i doveri dell’esistenza, è anche colui che insegna al figlio il gioco e il modo in cui incarnare, annodare dovere e desiderio. Indica un modo di attraversare la vita tenendo insieme la responsabilità e le cose belle, il dovere e il gioco, mettendo in contatto l’adulto con il bambino, senza sfuggire alle vicende dolorose dell’esistenza.

Da questo punto di vista, forse l’immagine migliore del padre è quella proposta nel film Gran Torino di Clint Eastwood, che oltre a dirigere interpreta il protagonista, Walt Kowalski, un anziano reduce della guerra di Corea chiuso in se stesso, con propensioni razziste e un rapporto difficile con la fede cattolica. Dopo aver sventato il tentativo di rubargli la macchina che dà il titolo al film, Walt comincia a prendersi cura dell’adolescente “muso giallo” e gli insegna a vivere, ad assumere le sue responsabilità e a comportarsi da uomo (compreso il linguaggio scurrile, un po’ come fa anche il Checco Zalone di Sole a catinelle). In tutto questo gli insegna la possibilità di una strada diversa, di immaginare qualcosa di altro rispetto al “destino”, allo stile con cui vive la gang in cui milita suo cugino. Finisce per sacrificarsi e donare al “figlio” adottivo la macchina che costituiva la sua passione e su cui avevano messo gli occhi i parenti.

Morendo con una morte che può essere collegata con quella di Cristo proprio per la dimensione sacrificale (cf. La civiltà cattolica, q. 3818 (2009), 110), Walt Kowalski rappresenta forse la sintesi migliore di quello che un padre può essere su questa terra: un chicco di grano che muore per dare frutto, qualcuno che per tutta la vita si adopera per aprire uno spazio, per passare il testimone a chi verrà dopo di lui. Non il padre padrone, ma il padre che, letteralmente e simbolicamente, rende possibile la vita del figlio.