N.01
Gennaio/Febbraio 2026

Quanto più il Padre vostro (Mt 7, 11)

«Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono!» (Mt 7,11). Questa affermazione di Gesù non nasce come riflessione astratta su Dio, ma come rivelazione di una relazione. Non parla anzitutto di ciò che l’uomo deve fare, ma di chi è Dio nei confronti dei discepoli: Padre. Tutto il versetto è costruito attorno a questo legame. Da una parte ci sono i figli che chiedono; dall’altra un Padre che dona; in mezzo non sta una pratica, ma una fiducia.

L’immagine è semplice e concreta: un figlio che domanda pane e pesce, un padre che non inganna. Gesù non idealizza l’esperienza umana: dice con realismo «voi che siete cattivi». La fragilità dell’uomo non viene negata e, tuttavia, resta vero che anche un padre imperfetto desidera il bene del figlio. È su questo dato elementare che Gesù innesta la sua rivelazione: Dio non è meno affidabile dell’uomo, ma infinitamente più affidabile. Non è un padre tra gli altri, ma il Padre.

L’espressione «quanto più» introduce una sproporzione decisiva. La relazione tra i padri umani e i figli resta segnata da limiti e ambiguità; quella tra Dio e i suoi figli è fondata sulla bontà stessa di Dio. Per questo, nel Vangelo di Matteo, la preghiera non appare come pratica separata dalla vita, ma come espressione naturale della figliolanza: chiedere, cercare, bussare sono i gesti di chi vive davanti a un Padre. Non si tratta di convincere Dio a dare, ma di restare dentro un legame che precede ogni domanda. La preghiera non crea la relazione, la abita. Ciò che viene promesso non è un generico esaudimento, ma la fedeltà di Dio alla sua paternità: egli darà «cose buone», cioè ciò che custodisce realmente la vita dei figli.

La lettura attenta del testo mette in luce questo centro. L’accento si sposta dalla semplice certezza dell’esaudimento alla qualità della relazione: ciò che conta non è ottenere qualcosa, ma riconoscere chi è Colui al quale ci si rivolge. Per questo la preghiera non è una pratica per piegare Dio, ma una relazione vitale di fiducia. Mt 7,7-11 non aggiunge nuovi imperativi, ma offre piuttosto consolazione ai discepoli: il Padre celeste si prende cura di loro e dona ciò che è necessario per vivere il cammino evangelico. E i verbi «chiedere, cercare, bussare» descrivono un atteggiamento globale di fiducia, un camminare con Dio nella vita, nella certezza che il Padre aprirà la via.

Alla luce di tutto questo, Mt 7,11 rivela il fondamento della preghiera cristiana: non una pratica, ma un legame. Gesù parla di «Padre vostro» e si rivolge a figli. La preghiera nasce qui: nello spazio di una relazione già data, non conquistata. Il “quanto più” non alimenta aspettative ingenue, ma custodisce la fiducia. Tra l’amore fragile dell’uomo e la fedeltà del Padre dei cieli resta una distanza che non si colma. È proprio questa eccedenza che rende possibile continuare a chiedere anche quando l’esperienza è povera e la risposta tarda. Il figlio prega non perché comprende, ma perché appartiene.

In questo senso la santità non appare come conquista eroica, ma come frutto di una relazione custodita. Vivere davanti al Padre, restare in questo legame, lascia che la vita venga lentamente trasformata. In questa luce si comprende anche la forza dell’espressione «Padre vostro». Non è un titolo generico, ma una parola che crea appartenenza. Gesù non rivela soltanto chi è Dio, ma stabilisce un legame: chi ascolta è introdotto in una relazione, riconosciuto come figlio, chiamato a vivere davanti a Dio con confidenza filiale.

«Quanto più il Padre vostro»: non è una conclusione, ma una promessa aperta. Non dice che cosa sarà dato. Dice chi è Dio. E chi, davanti a Lui, siamo noi.