In un mondo che è cambiato
L’annata in corso ospita sulle pagine della rivista una nuova rubrica che intende presentare la ricerca svolta dal Servizio per il sostegno economico alla Chiesa Cattolica, sulla figura del presbitero. Il titolo ‘Fuoco e argilla’ vuole evocare l’azione dello Spirito che sempre opera in sinergia con la libertà delle persone, nella loro concreta situazione di vita. L’argilla – la terra del campo (Mt 13,38) – è il campo nel quale la vocazione nasce e cresce all’interno di quel contesto relazionale che forma la persona stessa, la sua identità e la sua missione che è sempre condivisa con altri.
Se questo è evidente nella vocazione matrimoniale, lo è anche in quella al presbiterato (e alla vita consacrata) in quanto il presbitero è costituito nella fraternità del presbiterio[1]. Tra le attività per cui gli intervistati vorrebbero avere più tempo – rileva la ricerca – ‘vivere momenti di fraternità presbiterale’ (42%) è seconda solo all’avere più tempo per la preghiera personale[2] e per lo studio (entrambe al 63%) elemento che sembra dire la ricerca di nutrimento per l’attività pastorale o evidenziare le fatiche nella gestione della parrocchia sotto il profilo giuridico ed economico, attività che assorbono il maggiore tempo nella giornata dei preti.
Dal punto di vista pastorale, nello studiare una forma vocazionale (in questo caso la vita del presbitero) è importante ricordare che essa si intreccia nella complessità delle relazioni che formano il tessuto ecclesiale e sociale. Dico questo per aprire uno spiraglio di contorno offrendo alcuni dati statistici raccolti insieme al dott. Paolo Cortellessa per evidenziare come dagli anni ’80 del secolo scorso fino ad oggi il rapporto tra la società italiana e la Chiesa ha attraversato un cambiamento silenzioso e costante. Non un crollo quanto, piuttosto, un distacco lento e costante dei cittadini nei modi di credere, di vivere, appartenere e partecipare. Nel 2023 l’Annuarium Statisticum Ecclesiae segnala che il 97,2% degli italiani sono cattolici, di essi solo il 17,9% può definirsi praticante (Istat). La variazione di questi ultimi dall’inizio del millennio segna una riduzione del 45,8%. Sullo stesso periodo anche i Battesimi (-64,6%) diminuiscono, in maniera più veloce del calo delle nascite (-31,9%). Nell’anno Duemila, in Italia, il 75,3% dei matrimoni sono stati celebrati come sacramento. Ventiquattro anni più tardi il numero complessivo cala del 42% e solo il 41,1% sono matrimoni religiosi. La vocazione al matrimonio segna un negativo del 45,5% e diventa, in una sola generazione, una scelta minoritaria. In modo analogo, nel nostro Paese flettono le Ordinazioni Presbiterali passando da 527 a 279 e facendo segnare una diminuzione percentuale di -47,1%. Dati differenti riguardano la ‘tenuta’ della vocazione presbiterale rispetto a quella matrimoniale: se nell’anno 2023 il numero di presbiteri che hanno abbandonato il ministero è lo 0,2% del totale il numero dei divorzi o delle separazioni è dell’1,27% dei coniugati.
Lo sguardo offerto dai dati che avremo modo di approfondire nel corso dell’anno mostra un cambiamento dell’intero contesto sociale e culturale che incide sulla diminuzione di tutte le forme della vocazione, a partire da quella battesimale. La lente del calo numerico, però rischia – soprattutto nell’ambito della comunicazione – di fare da filtro dipingendo la Chiesa come una azienda a corto di personale. Senza riconoscere le potenzialità di futuro frammiste al nostro presente, tale narrazione tende a smontare nei giovani la prospettiva di una possibile scelta vocazionale e caricare di frustrazione negativa consacrati, presbiteri e credenti. Segnati dalla rassegnazione – talvolta sostenute da visioni ecclesiologiche a mio avviso discutibili – in alcune aree l’annuncio vocazionale è passato in secondo piano, se non abbandonato.
Sulle pagine della nostra rivista abbiamo più volte marcato la potenzialità racchiusa in quella sete di senso che arde nel cuore di giovani e adulti del nostro tempo la stessa che papa Leone XIV ha indicato come occasione di farne uno «sgabello su cui salire»[3] per affacciarsi all’incontro con Dio. Allargare lo sguardo tenendo presente ulteriori elementi permette di rilevare, ad esempio, che il calo numerico dei presbiteri percepito oggi in Italia (ma presente da diversi decenni) racconta di una forma della presenza della Chiesa sul territorio. I 27.816 presbiteri secolari in Italia (4,9 ogni 10.000 cattolici) oggi sembrano pochi. Dal punto di vista francese potrebbero, invece sembrare moltissimi (in Francia 1,9 presbiteri ogni 10.000 abitanti) o forse pochi (6,3 in Polonia). Curioso è il rapporto tra presbiteri e praticanti – unico dato in crescita (+30,5%) che passa da 19,2 a 25,1 preti ogni 10.000 praticanti. Da una recente intervista emerge che il 66% dei cattolici ritiene importante il ruolo della parrocchia e il 26% degli intervistati compresi tra i 18 e i 34 anni ritengono molto importante che la parrocchia continui ad esistere nel loro quartiere. Il 53% dei giovani e il 60% degli adulti ritiene altresì utile la figura del sacerdote, dato rimasto costante nell’ultimo decennio. Le pagine di questa rubrica servano a lavorare insieme immaginando futuro per la nostra Chiesa. Di questo possiamo appassionarci!
[1] Leone XIV, Una fedeltà che genera futuro, Roma 8 dicembre 2025, 14-19.; vedi anche: Conferenza Episcopale Italiana, La formazione dei presbiteri nelle Chiese in Italia, Roma 1° gennaio 2025).
[2] Leone XIV, Discorso ai partecipanti all’incontro internazionale promosso dal dicastero per il Clero, 26 giugno 2025.