L’accompagnamento vocazionale come crescita nell’amore
Come è vero che nessuno può crescere senza essere amato ed amare, così nessuno cresce in una vocazione “cristiana” se non si rende conto della grandezza dell’amore del Signore per lui e se non approfondisce il suo amore per il Signore.
Accompagnare la crescita vocazionale di un chiamato è certamente una delle forme dell’educazione all’amore. Supposto infatti che già la persona abbia fatto una prima esperienza della chiamata e abbia sperimentato il Dio che “solleva la nostra anima al suo amore, donandoci una percezione di se stesso, così che, anche se lo volessimo non potremmo opporgli resistenza” (S. Ignazio), nasce in lei l’esigenza di rispondere.
Si “sente” di essere amati e si intuisce che la miglior risposta è nel senso dell’amore, anche grazie e.chiamata di chi ha “annunciato” e “proposto” la vocazione; ma il tutto si svolge ancora troppo sul piano emotivo, con inevitabili alti e bassi, entusiasmi e timori, slanci e resistenze. Si è come nello stato degli innamorati, che desiderano l’oggetto dei loro sentimenti senza ancora conoscerlo bene, senza aver bene riflettuto sugli di un chiamato è certa- impegni, le rinunce, i cambiamenti di vita che quella nuova relazione comporta. Dall’esperienza spirituale e dalla rivelazione biblica sappiamo che questo amore è quello di Dio versato nei nostri cuori per l’azione dello Spirito Santo. E proprio questo è l’obiettivo dell’accompagnamento iniziale di ogni chiamata: portare ad identificare “chi è Colui che sta suscitando proprio questo sconvolgimento nel cuore; cosa mi ha già dato e cosa mi vuole dare; perché mi sta ‘provocando’ a qualcosa di più e mi fa sentire insoddisfatto del mio attuale stato; cosa desidera da me?”.
L’aiuto che si può dare è a discernere fuori di sé e dentro di sé l’azione di Dio. Qui occorre un approfondimento della figura di Gesù Cristo e in generale delle varie figure di “amici di Dio”: Abramo, Mosé, Samuele, Davide, i profeti, Giovanni Battista, Maria… Questi modelli di chiamata e risposta con i loro dubbi, difficoltà, resistenze ecc., possono aiutare il chiamato sia a vedere le proprie difficoltà e ad accettarle, visto che anche quei “grandi” le hanno avute, sia a confidare nella pazienza, nella fedeltà, nella forza dell’amore di Dio, come si è rivelato in pienezza in Gesù Cristo. Poi occorre portare a “vedere” con gli occhi della fede i segni della Grazia nel passato e nel presente del chiamato: dal dono della vita… alla capacità di amare anche gratuitamente, di perdonare senza che nessuno lo sappia, di fare servizi anche “umilianti” senza vittimismi, di confidare nell’aiuto del Signore nelle prove, di andare avanti nella preghiera anche se non c’è entusiasmo… Più ci si rende conto dell’amore di Dio e più si desidera crescere in esso: l’accompagnamento vocazionale se anche favorisse solo questo, avrebbe già ottenuto molto.
Per arrivare a rispondere ad una vocazione di speciale consacrazione si deve poter crescere anche in quella forma di amore nuovo, assoluto, che coinvolge completamente per il Regno dei cieli e per Gesù Cristo, tanto da essere disposti a lasciare tutto e per sempre.
Accompagnare la crescita di una vocazione di speciale consacrazione, vuole dire poi aiutare a scoprire una forma nuova di amore per il Signore e per la Chiesa suo Corpo e sua Sposa, nell’attesa di una vita nuova e perfetta nel Regno dei cieli. Aiutare a prendere coscienza di questo dono (discernendo se c’è veramente!) vuol dire trasformare l’educazione all’amore in una educazione alla Verginità cristiana, come possibilità di amare, con lo stesso amore di Gesù Cristo, il Padre e i fratelli. Sarà assai difficile (come lo è sempre stato; al quel po’ di “mondo” che c’è in ciascuno, non è dato di “capire” questi valori) aiutare a guardare la propria vita dalla prospettiva opposta, cioè a partire dalla vita eterna “quando saremo simili a Lui”, e in base ad essa imparare a sentire, giudicare e decidere.
Delicato, ma indispensabile, è anche il compito di introdurre a scoprire come questo amore “folle” per Dio sazia il cuore umano anche facendogli sperimentare emozioni veramente mature ed appaganti, dentro gli atteggiamenti che sono frutti dello Spirito come l’amore, la gioia, la pace, la pazienza, la benevolenza, la bontà, la fedeltà, la mitezza, il domino di sé (cfr. Gal 5,22). Se infatti il “tesoro” non apparirà abbastanza prezioso, non si riuscirà a far scattare quella rinuncia a tutto (soprattutto agli affetti attuali e a quelli desiderati per il futuro), che è indispensabile perché tutto il cuore della persona sia là dove è il tesoro; in altri termini, perché il centro della sua personalità sia ristrutturato e tutte le energie siano convogliate verso la realizzazione di un ideale che darà forma e contenuti nuovi alla identità del chiamato. L’amore nuovo a cui si educa fa’ a meno di alcuni aspetti naturali, ma non toglie alla persona la possibilità di una vera realizzazione anche umana, nella misura però in cui “perde” per il Signore. Vista la cultura nella quale si muovono i giovani, ci sarà bisogno di un periodo abbastanza lungo per far comprendere in profondità ed apprezzare questi valori; solo dopo si potrà anche verificare la loro effettiva capacità di risposta e di coerenza con se stessi.
Dal punto di vista umano, esistenziale, occorrono dei modelli di identificazione che sappiano amare come Gesù Cristo e che insegnino ad amare “fino alla fine” (Gv 13,1) con i loro atteggiamenti: testimoni e maestri efficaci.
Se si può dire che la decisione vocazionale è matura quando c’è ormai una vera integrazione del tipo e della “figura” di amore scelto con il resto della personalità, tanto che nasce una nuova identità, al raggiungimento di questo obiettivo contribuisce il processo di identificazione. Nessuno impara da solo ad amare, tanto meno di amore verginale cristiano, se non è prima amato da qualcuno. Non solo, colui che lo ama deve anche poter divenire una incarnazione ideale di quell’amore, da poter ammirare, imitare, riprodurre.
L’accompagnatore vocazionale ha perciò il doppio e coinvolgente compito di essere testimone e maestro, modello e guida: deve amare dello stesso amore di Gesù Cristo per farlo sentire e scoprire nel cuore stesso del chiamato e poi deve chiarificare e purificare quell’amore che sta sorgendo, orientandolo al Signore. È necessario innanzitutto che l’accompagnatore sia disposto a “fare da preda”, che si lasci idealizzare un po’ (non troppo!) e diventi l’oggetto da imitare. È necessario che giochi anche molto della sua autentica esperienza di Gesù Cristo nel rapporto, per trasmettere qualcosa di genuino e di personale (non solo riflessioni prese dai libri e dai sussidi vocazionali!), per favorire l’interiorizzazione dei valori che annuncia. Pian piano il modello dovrebbe scomparire, divenendo sempre più trasparente e sempre più piccolo, perché Gesù Cristo cresca nel cuore del chiamato. Questi atteggiamenti di amorevole attenzione solo al bene della persona, di autenticità, di gratuità, di distacco (opposto del legame di dipendenza affettiva, uno dei rischi maggiori in questo cammino insieme), di coscienza dei propri limiti e della propria funzione di mediazione, saranno educativi proprio perché aiutano l’interiorizzazione, cioè favoriscono convinzioni personali e non la pura imitazione per avere in cambio simpatia o per sentirsi a posto nei confronti del modello.
Accompagnamento personale: tappe per una crescita personalizzata nell’amore.
Gli obiettivi che qualificano la crescita vocazionale e che rappresentano anche livelli progressivi di ascesi cristiana, sono sintetizzabili in tre compiti[1].
Prima di tutto i valori cristiani già scelti devono integrarsi con le disposizioni preesistenti nella persona: si tratta di mobilitare tutta la libertà e tutti i desideri umani ricchi di valori verso l’Amore di Dio e quello solo.
Poi si dovrebbe intervenire per aiutare a cercare il vero bene della persona, che corrisponde anche alla volontà di Dio su di lei, possibilmente aiutandola a liberarsi da quelle illusioni, aspettative irrealistiche, falsi valori, autogiustificazioni, resistenze involontarie, insomma da quegli atteggiamenti difensivi e autoprotettivi che finiscono per nascondere sempre più le debolezze del chiamato impedendogli di crescere come potrebbe. Qui la competenza anche psicologica di un accompagnatore vocazionale sarebbe utilissima.
Si tratta in fondo di portare a ricercare Dio solo per amore di Lui, e a donarsi senza limitazioni, rinunciando liberamente alla propria libertà assoluta per farla divenire feconda nell’amore.
Per portare a compimento tutto questo è evidente che un accompagnamento personalizzato è indispensabile (e non solo in questa fase della vocazione), altrimenti chi aiuterà il chiamato a rimanere fedele alla sua prima scelta senza compromessi, riduzionismi, distorsioni, soprattutto quelli involontari e in parte inevitabili col crescere delle esigenze della sequela? Chi lo aiuterà ad ascoltare ed incarnare la Parola di Dio sempre più esigente (fino alla croce), nella sua situazione? Chi gli richiamerà la motivazione fondamentale della sua vocazione (e di ogni vocazione cristiana) a praticare tutti i valori scelti, per il Signore e solo per Lui e non per sentirsi bene, o per divenire buono e “perfetto” (l’autorealizzazione spirituale…)? Chi lo aiuterà a rinunciare al piacevole per scegliere ciò che giova veramente, distinguendo in sé ciò che è in linea con i valori assunti e proclamati, da ciò che è egocentrico e disvalore e a cui magari è assai attaccato? C’è qui lo spazio classico per la direzione spirituale; ma anche per dei colloqui di crescita vocazionale che tengano presenti le dinamiche interiori di tipo psicologico.
Circa i soggetti che potrebbero svolgere questo ruolo: l’ottimo sarebbe che ci fossero in ogni chiesa locale alcuni (presbiteri, consacrati o laici) dotati sia di una esperienza spirituale solida, sia di una competenza nelle scienze umane, tale da essere capaci di un servizio competente ed efficace. È un dovere di ogni chiesa locale, credo, preparare tali animatori o educatori. In ogni caso, anche con forze limitate, non si può tralasciare questo tipo di aiuto personalizzato alle vocazioni in crescita: è troppo importante.
Accompagnamento ecclesiale: famiglia, gruppo, strutture di formazione
Sono diversi i luoghi ecclesiali in cui si esplicita l’accompagnamento nella crescita e in cui si manifesta la maternità e la cura della Chiesa per quei suoi figli che sono chiamati a dei servizi indispensabili alla sua stessa sopravvivenza.
Il primo accompagnamento vocazionale lo dovrebbe fare la famiglia cristiana, proprio per la sua caratteristica di essere il naturale luogo di realizzazione dell’amore, “comunità di vita e d’amore coniugale” come la definisce il concilio. “La famiglia che è aperta ai valori trascendenti che serve i fratelli nella gioia, che adempie con generosa fedeltà i suoi compiti ed è consapevole della sua quotidiana partecipazione al mistero della croce gloriosa di Cristo, diventa il primo e il miglior seminario della vocazione alla vita di consacrazione al Regno di Dio”[2]. In realtà la nostra esperienza di animatori vocazionali ci fa scontrare più spesso con famiglie che creano ostacoli alle vocazioni di speciale consacrazione, che famiglie favorevoli; o la pastorale vocazionale ha alle spalle quella familiare, oppure difficilmente oggi le famiglie sono di aiuto. In alcuni casi però la collaborazione è davvero feconda.
Un altro luogo tipico per educare all’amore cristiano e al dono di sé dovrebbe essere il gruppo (parrocchiale, di associazioni o di movimenti ecclesiali): esso risponde ad un bisogno assai sentito dei giovani soprattutto se adolescenti. Questo è però anche uno svantaggio: spesso lo stare in gruppo è ricercato per le gratificazioni che dà, più che per i valori che si condividono. Perché il gruppo sia educativo nel senso detto sopra, sarà molto importante la figura e il ruolo effettivo dell’educatore cristiano maturo e responsabile, spiritualmente preparato: allora si potrà fare una esperienza di comunione, di libertà messa a servizio degli altri, di solidarietà in Cristo, di fratellanza. Un tale tipo di gruppo deve avere delle regole chiare e condivise, una vita di preghiera costante, qualche esperienza di obbedienza, l’impegno in alcuni servizi caritativi adatti ai suoi membri, l’attenzione all’inserimento nella comunità più grande che è la chiesa locale, la capacità di fare revisione periodica su quei valori che sono la sua guida.
Gli altri luoghi ecclesiali di accompagnamento sono i seminari minori, i probandati, le case in cui si fa accoglienza vocazionale con una certa vita comune, ecc.; qui siamo però già di fronte a persone che hanno ormai preso una decisione, e l’accompagnamento diventa ormai formazione specifica.
In conclusione
Ogni accompagnamento vocazionale è un far progredire nella consapevolezza di essere amati, di essere stati scelti “fin dal grembo materno”, di essere stati eletti e destinati a ricevere una particolare rivelazione o conoscenza di Gesù Cristo per una missione specifica a favore del suo Corpo che è la Chiesa (cfr. Gal 1,15). È anche un condurre ad amare concretamente sempre più il Padre e i fratelli. Un accompagnatore amorevole può essere lo strumento principale nelle mani dello Spirito, per far crescere il chiamato fino alla maturità cristiana e vocazionale.
Note
[1] A. Manenti, Vivere gli ideali, EDB., Bologna 1988, p. 46-47.
[2] Familiaris Consortio, n. 53.