N.05
Settembre/Ottobre 1991

Nuove vocazioni per la nuova evangelizzazione dell’Europa oggi

Come viene ampiamente illustrato nello studio precedente, il tema della “nuova evangelizzazione” ritorna molto spesso negli interventi di Giovanni Paolo II e, a partire dalle sue sollecitazioni, viene ripreso molte volte, in diversi contesti e da più parti. Il Papa ne parlava già al Symposium dei Vescovi europei del 1985 e nella sua lettera del 2 gennaio 1986 ai Presidenti delle Conferenze Episcopali Europee. 

Egli sottolineava che “alle profonde e complesse trasformazioni culturali, politiche, etico – spirituali che hanno finito per dare una nuova configurazione al tessuto della società europea, deve corrispondere una nuova qualità d’evangelizzazione, che sappia riproporre in termini convincenti all’uomo d’oggi il perenne messaggio della salvezza”[1] e indicava “l’urgenza con cui s’impone oggi il compito di evangelizzare o, meglio, di rievangelizzare il vecchio continente”. Lo stesso tema trova poi una sua ricca articolazione nella Christifideles laici, soprattutto al n. 34, e riappare anche nella Redemptoris missio, allorché, dopo aver parlato nell’ambito più proprio della “missione ad gentes” e di quello della cura pastorale della Chiesa, si precisa che “esiste, infine, una situazione intermedia, specie nei Paesi di antica cristianità, ma a volte anche nelle Chiese più giovani, dove interi gruppi di battezzati hanno perduto il senso vivo della fede, o addirittura non si riconoscono più come membri della Chiesa, conducendo un’esistenza lontana da Cristo e dal suo Vangelo. In questo caso c’è bisogno di una ‘nuova evangelizzazione’, o ‘rievangelizzazione’” (n. 33; cfr. anche nn. 32.34.37).

 

 

 

L’annuncio evangelico nelle poliedriche trasformazioni

Il compito di questa nuova coraggiosa e coerente evangelizzazione, in particolare, ci appare come un’istanza che emerge con tutta la sua urgenza se teniamo presente la situazione dell’Europa di oggi.

In essa scopriamo la presenza di una secolarizzazione da interpretare attentamente. Infatti, come hanno ampiamente sottolineato i Vescovi europei soprattutto nel loro Symposium del 1985, tale secolarizzazione non è semplicemente un fenomeno ineluttabile causato da correnti ideologiche perennemente ostili, che di fatto esistono; ma va pure vista come un insieme di profonde trasformazioni culturali, politiche ed etico – spirituali, che sono anche il risultato di più diffusi e generali cambiamenti sopravvenuti nella vita quotidiana e connessi con gli effetti spesso ambivalenti delle conoscenze, delle tecniche e dei mezzi disponibili.

L’Europa, pur essendo secolarizzata, conosce però anche situazioni e ambiti in cui la fede continua ad essere vissuta o in cui emerge almeno il bisogno di un rimando religioso e di un riferimento al sacro. Non mancano, infatti, esempi genuini e positivi di adulti, famiglie e giovani che vivono e incarnano il Vangelo nella loro esistenza quotidiana e lo testimoniano nelle pieghe della storia e nei diversi ambiti del loro impegno lavorativo, professionale, sociale, ecclesiale. Come pure esistono forme diffuse di religiosità, cariche di valenze anche positive, che vanno interpretate e spesso purificate. Basti pensare, ad esempio, alle numerose tradizioni di pietà popolare, ai molti che cercano manifestazioni straordinarie e accorrono in luoghi in cui si spera di ottenere una guarigione o in cui si annunciano apparizioni, al diffondersi dell’interesse per modi di preghiera e di meditazione connessi con le religioni orientali, al rapido proliferare di nuovi movimenti religiosi o pseudo-religiosi, di gruppi, di sette. Per non dire tutti coloro che, nei momenti cruciali dell’esistenza, si rivolgono alla Chiesa e, nonostante tutto, da essa si attendono vicinanza, accompagnamento, gesti rituali, una parola che aiuti a ritrovare il senso globale della vita.

Nell’odierna situazione europea, apparentemente caratterizzata solo da fatti esteriori di ordine politico, economico-sociale, assistiamo anche alla ricerca di nuovi valori e scopriamo la presenza di un profondo anelito alla libertà politica, alla costruzione di una società pluralista, ad una prosperità e libertà anche economiche. Soprattutto però, come mette in risalto anche la Centesimus annus, i popoli europei sono chiamati a interrogarsi profondamente sulla direzione da imprimere ai cambiamenti intervenuti nel nostro Continente, sui principi e sui pilastri sui quali impostare la futura convivenza.

 

 

 

“Nuove vocazioni”: con quali accentuazioni?

In questo contesto articolato e complesso, ci si può e deve domandare qual è il profilo più adeguato delle vocazioni per l’evangelizzazione dell’Europa di oggi.

 

Una fede matura e consapevole

Se la “nuova evangelizzazione” chiede di operare il passaggio da una fede di consuetudine a una fede che sia scelta personale, illuminata, convinta e testimoniante, la prima caratteristica fondamentale delle “nuove vocazioni” riguarda la fede. E’ necessaria, infatti, una fede matura e consapevole a livello personale e che sappia rendere ragione di se stessa anche nelle difficili e variegate frontiere della nostra civiltà. C’è bisogno, in altre parole, di un “sapere Gesù”, che diventi sempre più “comprensione” oggettiva di lui, fino ad arrivare ad una genuina “comprensione teologica”. In questo modo, in particolare ai presbiteri, sarà possibile prendersi cura della fede dei fratelli. A tale scopo, una condizione si presenta come irrinunciabile: è quella di un’adeguata formazione teologica, che non consiste nel puro possesso di una serie di contenuti, ma che è in grado di far nascere e coltivare il “gusto del pensare teologico”. Solo così sarà possibile affrontare la nuova situazione alla luce della Parola e in una corretta ottica di fede. Anche Giovanni Paolo II, scrivendo recentemente all’Ordine dei Frati Minori in occasione del loro Capitolo Generale elettivo, parla di una “preparazione intellettuale seria, dal punto di vista delle scienze umane e sacre” come di “un’esigenza fondamentale” della nuova evangelizzazione e offre alcune indicazioni concrete per lo studio della teologia[2].

 

Spirito di “incarnazione”

C’è bisogno, in secondo luogo, di presbiteri, religiosi e religiose che sappiano vivere in continuo contatto con la gente, partecipi dei loro problemi, delle loro attese, difficoltà e speranze. In altre parole, le “nuove vocazioni” sono chiamate a nutrire e a vivere la dimensione tipicamente “popolare” del loro ministero. Questo profondo spirito di “incarnazione”, per un verso, non può non stimolare ancora di più il “gusto del pensare teologico” e, nello stesso tempo, lo aiuta a non cadere in un astrattismo sterile e distaccato, che farebbe torto sia al Vangelo sia alla teologia.

 

Capacità di un “rapporto culturale”

Nella medesima linea, alle “nuove vocazioni” di oggi e di domani è chiesto di conoscere seriamente la cultura contemporanea e di sapersi confrontare fino in fondo con i dinamismi della modernità e della post modernità. Ciò che è in gioco è, infatti, la paziente capacità di curvarsi con amore e umiltà sulla nostra società – con tutte le sue miserie, fatiche e pesantezze – per aiutarla a vivere in rinnovata e maggiore pienezza il messaggio profondamente liberante del Vangelo nella concretezza della nostra storia e della nostra civiltà. Come pure è richiesto un impegno intelligente e continuo per una nuova inculturazione del Vangelo, la quale – come ricorda la Redemptoris missio – non consiste in “un puro adattamento esteriore, poiché l’inculturazione significa l’intima trasformazione degli autentici valori culturali mediante l’integrazione nel cristianesimo e il radicamento del cristianesimo nelle varie culture’” (n. 52). È, quindi, necessario condividere appassionatamente le vicende di questa storia e sentirsi fino in fondo cittadini di questo mondo, pur vivendo e testimoniando la “paradossalità” di un’appartenenza che si lascia sempre giudicare e ispirare dalla fede, memori delle parole che Paolo VI dice sul mondo nel suo testamento: “non si creda di giovargli assumendone i pensieri, i costumi, i gusti, ma studiandolo, amandolo, servendolo.

 

Familiarità con la Parola di Dio

Il riferimento alla Parola di Dio e una profonda e quotidiana familiarità con essa – secondo le preziose indicazioni che il cap. VI della Dei Verbum offre per tutti i cristiani – è condizione imprescindibile e prioritaria per la “nuova evangelizzazione”. Ne consegue che “nuove vocazioni” hanno da crescere nella conoscenza e nell’amore delle Scritture, attraverso uno studio umile e orante e nutrendo ogni loro giornata con la “lectio divina”. E sarà proprio la Parola di Dio vivamente custodita, soavemente assaporata, profondamente meditata ed esistenzialmente assimilata quanto avranno di più importante da onorare e da annunciare. Essa sola, infatti, può risvegliare anche l’uomo contemporaneo dalle sue illusioni e sottrarlo da un’esistenza senza significato: di questa Parola, perciò, le “nuove vocazioni” si presenteranno come messaggeri umili e incisivi.

 

Il valore della testimonianza

Nello stesso tempo, è necessario che, oltre ad annunciare il Vangelo, esse siano un vangelo, in opere e in parole. È, infatti, nel contesto di una Chiesa vivente che l’europeo di oggi potrà vedere e sperimentare realmente come, anche nel contesto delle conquiste della tecnica…, grazie alla luce e alla forza che vengono dal Vangelo, si possa conferire maggiore umanità alla vita delle persone. I presbiteri, i religiosi e le religiose, per primi, devono sentirsi interpellati da questa considerazione. E anche per loro vale quanto scriveva già Paolo VI nella Evangelii nuntiandi: “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni” (n. 41); “il mondo […] reclama evangelizzatori che gli parlino di un Dio, che essi conoscano e che sia loro familiare, come se vedessero l’Invisibile” (n. 76). Sarà soprattutto attraverso la testimonianza della carità che ci si potrà presentare come vangelo e come testimoni autentici: una carità verso tutti specialmente verso i più piccoli e i poveri, una carità che si fa vicinanza ad ogni uomo e amore preferenziale per chi è maggiormente nel bisogno.

 

 

 

“Nuove vocazioni” a servizio di tutte le vocazioni

L’opera della “nuova evangelizzazione” non sarebbe completa se non offrisse indicazioni, stimoli, suggerimenti, criteri perché l’intera vita sociale sia impostata in modo pienamente rispettoso della persona e della sua dignità: è questa, per altro, una delle sfide principali sottolineate dalla Centesimus annus. Ne deriva l’importanza della dottrina sociale della Chiesa, come strumento particolare di cui la Chiesa si serve nella sua azione evangelizzatrice. Ai presbiteri, ai religiosi e alle religiose non è certamente chiesto di assumersi in prima persona la responsabilità diretta di un’azione sociale e politica cristianamente ispirata. Ad essi, piuttosto, è chiesta una conoscenza puntuale della dottrina sociale e una nuova azione formativa articolata e globale perché fioriscano mature vocazioni laicali, capaci di costruire una storia alla luce del Vangelo.

Il profilo delle “nuove vocazioni” che ho cercato di tratteggiare comprende però anche altri aspetti che andrebbero sottolineati e ripresi, ma che qui mi accontento di elencare: la capacità di collaborare con tutti, l’acquisizione di un’adeguata mentalità ecumenica, la messa in atto di quanto è in grado di permettere, un corretto e intelligente dialogo interreligioso, in particolare con l’Ebraismo e con l’Islam.

Al termine di queste riflessioni, considerando complessivamente i tratti più o meno nitidi del volto di queste “nuove vocazioni”, sorge quasi spontanea una domanda: gli aspetti richiamati in queste pagine non concorrono forse a delineare, seppure con intensità talvolta differente, il profilo delle vocazioni di sempre e non solo di quelle “nuove” di oggi?

Forse è proprio così! Ma anche questo ci permette di sottolineare che ciò che è in gioco con la “nuova evangelizzazione” è la missione di sempre della Chiesa, vissuta oggi in un contesto che si potrebbe qualificare di “frontiera per la fede”. Se oggi, infatti, si parla di “nuova” evangelizzazione è per dire che essa viene dopo la prima e fondamentale evangelizzazione del nostro Continente, di cui occorre tener conto, e per sottolineare che l’odierna opera di evangelizzazione deve fare i conti con le nuove coordinate della nostra situazione storica. In ogni caso, la “novità” in causa è quella di sempre: è la novità del Vangelo, che si riassume “in un’affermazione centrale: Dio ti ama, Cristo è venuto per te, per te Cristo è Via, Verità, Vita[3].

Ma proprio questo è l’annuncio di sempre; e, come sempre, è un annuncio che contiene la forza nuova e prorompente della carità e che nasce dalla carità. Si può, quindi, concludere con i Vescovi italiani che, anche per i presbiteri, i religiosi e le religiose chiamati alla “nuova evangelizzazione” dell’Europa, “forse, il momento è venuto in cui le ricchezze ereditate dalla millenaria tradizione ecclesiale, che è alle nostre spalle, i frutti dell’aggiornamento conciliare e le fresche energie di rinnovamento spirituale e comunitario fiorite in mezzo a noi possono convergere insieme in un atto concorde d’amore ai nostri fratelli: l’avvio, appunto, di una nuova evangelizzazione che abbia come suo cuore il vangelo della carità[4].

 

 

 

 

Note

[1] AAS 78 (1986), p. 457.

[2] Cfr. “L’Osservatore Romano”, 6 Giugno 1991, p. 9.

[3] CEI, Evangelizzazione e testimonianza della carità, n. 25. 

[4] Ivi.