Adulti nella fede: adulti nella coscienza e nell’impegno vocazionale
Una pastorale degli adulti non può non essere una pastorale vocazionale; il legame tra pastorale e vocazioni ha carattere permanente né sopporta che venga sminuito e quasi azzerato quando i soggetti e i destinatari dell’azione pastorale sono gli adulti di età e di maturità. “La vocazione è dimensione essenziale e qualificante che deve permeare tutta l’azione evangelizzatrice della Chiesa particolare, per cui la pastorale delle vocazioni non può e non deve essere un momento isolato o settoriale della pastorale globale”. Del resto, la vocazione non trova la porta sbarrata quando l’età adulta segna la vita delle persone. “Vi sono sempre di più persone adulte impegnate nelle attività professionali – lavorative, culturali, sociali – che manifestano una approfondita disponibilità ad uno speciale servizio nella Chiesa. La pastorale delle vocazioni deve rispondere alle loro attese di riflessioni ed esigenze”[1].
Il quadro teorico appare chiaro e il “dover essere” della pastorale gode di orientamenti non nebulosi. Sul piano del vissuto e della prassi pastorale occorrerebbero verifiche puntuali per confermare o smentire una sensazione di disimpegno da parte della grande maggioranza degli adulti che ritengono la vocazione un affare di fanciulli e di giovani. Le stesse comunità cristiane non sembrano impegnate a fondo nel coltivare la dimensione vocazionale – come si usa dire – della vita e dell’agire ecclesiale; permane la mentalità che delle vocazioni debbano interessarsi i cosiddetti esperti e qualche “patito”. Cose note ma non esemplari né fondate.
Chiamati a “diventare” ciò che si è
Per una crescita di mentalità vocazionale, a misura personale e comunitaria, tale da coinvolgere gli adulti, occorre partire dal mettere meglio a fuoco il senso e il concetto stesso di adulto e di adultità. Alla domanda: “Chi è l’adulto, quando si è adulti?”, oltre alla risposta derivata dall’esperienza e dalla cultura, mediata dalle scienze umane, c’è anche una risposta teologica, illuminata dalla fede nel Signore che si rivela e parla agli uomini.
Secondo la visione cristiana – come ci diceva A. Vanhoye nel precedente studio di questo numero – adulta è la persona che vive in simbiosi la maturità umana e quella della fede. “La maturità nella fede non consiste (soltanto) in un sapere, ma nell’attuare la verità della fede (che è Cristo e il suo mistero, generante anche il mistero della Chiesa) attraverso rapporti di amore gratuito: vivere la verità nella carità (Ef 4,15)… Adulto vuol dire attivo, nel senso che è capace di attuare la fede per mezzo della carità, cioè per mezzo del servizio”[2].
Ritorna qui un trinomio: fede – carità – servizio (nel senso ampio di ministero) che appare decisivo al fine di discernere le qualità o le caratteristiche della maturità cristiana e che non va disgiunto mai sia nell’impostazione concettuale sia nel vissuto quotidiano. I Vescovi italiani tendono a questo quando uniscono fra loro evangelizzazione e testimonianza della carità, usando la felice espressione: vangelo della carità.
La maturità cristiana ha, dunque, un esplicito accento di compimento e di compiutezza, avvertendo peraltro che il “portare a compiutezza” lo si vive “in cammino”, da persone che sanno che la definitiva compiutezza non appartiene al tempo e al “tutto e subito”. La maturità è, in effetti, una maturazione continua e permanente. Il Signore Gesù chiama tutti ad essere, a diventare “perfetti come è perfetto il Padre” (Mt 5,48).
Maturità e vocazione si sostanziano a vicenda e crescono secondo lo stesso dinamismo che parte dal riconoscere il dono che ci è dato dal dargli risposta, per custodirlo, alimentarlo e portarlo a “perfezione” così che diventi anche un compito e un servizio del bene di tutti. Si tratta di “diventare ciò che si è” in continua e sollecita ubbidienza al disegno del Signore che ci riguarda personalmente.
L’interscambio delle “stagioni della vita”
Si può aggiungere che le varie età o stagioni della vita, nel loro significato profondo, non sfuggono alle esigenze contenute nella dinamica accennata che intercorre tra maturità e vocazione. Romano Guardini osserva che: “Le varie fasi della vita costituiscono insieme la totalità della vita, ma non nel senso che la vita si compone di queste; la vita è sempre presente (in ogni singola fase): all’inizio, alla fine e in ogni momento. Essa dà fondamento a ciascuna fase, fa sì che quest’ultima possa essere ciò che è. Inversamente, ogni fase esiste in funzione della totalità, e di ciascuna fase; danneggiando una fase si danneggia la totalità e ogni singola parte… Ogni fase costituisce una forma definita, ha un proprio senso e non può essere sostituita da nessun’altra”[3].
Se si sostituisce la parola vita del testo del grande pensatore con la parola vocazione, si ha un quadro esigente di come, ad esempio, la vocazione vissuta da adulti in età adulta sia strettamente correlata con la vocazione vissuta da giovani o da ragazzi e viceversa. Forse, più che l’aiuto saltuario o programmato degli adulti alla vicenda vocazionale dei ragazzi e giovani, giova l’interscambio di come adulti e giovani crescono insieme, con la propria identità, nella risposta al Signore vocante. Un interscambio che è mettere in comune certezze ed esitazioni, fatiche e consolazioni, ostacoli e frutti maturati, ricerca di maggiore fedeltà e esperienze di fallimento che chiedono l’irruzione del perdono e della solidarietà fraterna.
Ciò è possibile all’interno della vita normale di una comunità ecclesiale che, in definitiva, è la “casa comune” di tutte le vocazioni.
La “centralità” degli adulti nella pastorale vocazionale
Si delinea qui una prospettiva di rinnovamento pastorale che, consapevole di non poter mai abdicare a una “cura delle vocazioni” in tutti i segmenti del suo snodarsi, consenta di dare maggiore spazio alla presenza e all’attività degli adulti nell’accompagnamento vocazionale. E poiché adulti significa, in concreto, l’esperienza familiare, professionale e sociopolitica, nasce l’esigenza di come favorire l’apporto delle famiglie, della professionalità multiforme connessa alle scelte lavorative e della stessa società civile nel delicato settore che chiamiamo abitualmente formazione vocazionale.
In altre parole, ci sembra che la proclamata “centralità” degli adulti nella pastorale vocazionale non si risolva soltanto nel fare crescere la coscienza vocazionale degli adulti che popolano la comunità cristiana. Occorre anche individuare spazi concreti di operosità e di dedizione nei quali siano messi a frutto i tratti caratteristici dell’adultità, cioè la professionalità, l’esperienza di vita, la testimonianza della carità, la crescita nella “perfezione” della fede, la maturità progressiva della propria vocazione.
Note
[1] CEI, Vocazioni nella Chiesa Italiana, Roma 1985, nn. 26 e 44.
[2] R. FABRIS in Gruppo Italiano Catecheti, La formazione dei catechisti, EDB, Bologna 1980, p. 111.
[3] R. GUARDINI, L’età della vita. Loro significato educativo e morale, Vita e Pensiero, Milano 1986, pp. 67-68.