N.06
Novembre/Dicembre 1991

Gruppi biblici, pastorale degli adulti e attenzioni vocazionali

È già molto problematico valutare ogni esperienza e lo è in modo particolare il valutare un’esperienza di catechesi dove per altro entrano in gioco i rapporti tra il Signore che parla e le persone che ascoltano.

Comunque si tratta non di una “Catechesi Biblica” o “sulla Bibbia” ma di una catechesi che ha come obiettivo l’iniziazione degli adulti sia praticanti che non praticanti che noi chiamiamo “vecchi… e nuovi”.

Nel seguito del discorso e tanto per intenderci chiamerò “vecchi” i membri della Comunità Parrocchiale che hanno una frequenza almeno settimanale alla Eucaristia, spesso prestano un servizio alla vita comune, conoscono e sono conosciuti avendo una qualche consuetudine di vita con gli altri; invece con il termine “nuovi” indicherò coloro che vengono a contatto con la Comunità per la prima volta o quasi e generalmente non frequentano l’Eucaristia domenicale o molto sporadicamente.

Dunque i vecchi da molti anni sono stati indirizzati con insistenza verso tre realtà: la Scrittura, l’Eucaristia e forme di vita comunefraterna (con un forte senso di appartenenza favorito dalla assenza di movimenti ed associazioni). Attualmente i vecchi hanno due momenti fissi di richiamo – oltre, ben inteso, l’Eucaristia e gli impegni di servizio di ciascuno – : la riunione del venerdì, aperta a tutti indifferentemente, con argomenti diversi (attualità ecclesiali, problemi comunitari, tempi forti di preghiera, ecc.) e le riunioni settimanali di piccoli gruppi auto gestiti per la meditazione ed attualizzazione delle letture domenicali.

Per i nuovi, da qualche anno, sono state approntate delle Catechesi bibliche, sulla storia della Salvezza, a cadenza settimanale, da ottobre a giugno: due anni sull’Antico Testamento (da Abramo a Davide – da Davide all’Esilio attraverso i Profeti) e due anni sul Vangelo di Marco in Lettura continua. Non è catechesi sulla Scrittura, non è esegesi di testi, non è introduzione alla Bibbia, ma il Signore che parla attraverso la Sua parola e per mezzo della povera testimonianza di Fede della Sua Chiesa. Ai nuovi (come genitori di comunicandi o altro) si aggiungono sempre alcuni vecchi che intendono rivisitare i fondamenti della Fede.

È di quest’ultima Catechesi che mi è stata chiesta una valutazione che è primariamente una sua giustificazione. Essa intende essere di tipo catecumenale o di fondazione o rifondazione della Fede, comunque di introduzione alla nostra comunità ed alla sua vita, secondo questo principio cardine: non siamo noi che scegliamo Lui ma è il Signore che chiama chi vuole.

Se è Lui che chiama ciascuno e tutti, all’inizio ed in ogni momento, si è imposta la scelta di dargli voce mediante la Sua parola, per mezzo della Scrittura quale strumento assolutamente privilegiato di questa vocazione. Lui è il soggetto vocante, dunque parlante e dunque catechizzante, Lui il vero catechista per lo spirito mentre la Chiesa, nel suo catechista, mero strumento la cui validità è in proporzione diretta all’obbedienza e trasparenza.

Tutta la Scrittura e la più antica tradizione catechistica ci indicavano che questa vocazione è primariamente chiamata ad inserirsi in un rapporto di alleanza nuziale che, oggi, è quale concretamente si è andato costruendo nei secoli.

Di qui la scelta del contenuto della catechesi: la storia della Salvezza che è la storia e, dunque, l’identità del singolo e della comunità chiamati a questo rapporto (come insegnava Agostino sarebbe necessario proseguire con la storia della Chiesa fino ad oggi).

A questo punto, la Scrittura ci è parsa il primo necessario catechismo che è oltre il contenuto della catechesi, anche il linguaggio e la metodologia da Lui usati (un tempo ed anche oggi, se crediamo sia parola di Dio viva ed efficace).

In questi anni di esperienza ci siamo resi conto che il discorso catechistico, pur nella immensa varietà di temi proposti dalla Scrittura, si addensa attorno alcune prospettive chiave che a volte ricevono una trattazione esplicita ed in altre fanno da supporto alla costellazione delle tematiche di Fede.

Intendo, dunque, non temi quali la Comunione Trinitaria, Gesù Cristo, la Chiesa, i Sacramenti ecc. ma prospettive di interpretazione per questi ed altri temi di fede.

– La carità-comunione quale segno distintivo di chi è Dio, di come è il nostro Dio e, dunque, come pensa ed agisce, del perché chiama e cosa vuole: la Carità di Dio come senso del Tutto e chiave del Regno.

– La carità-comunione di Dio che si fa per noi nostra Pasqua cioè passaggio da una concreta situazione di peccato-male (solitudine, incomunicabilità, sofferenza, malattia, soprattutto e sempre morte mortifera) alla condizione altrettanto concreta di eletti – amati – in comunione – adottati – sposati per sempre.

– La carità-comunione di Dio quale vocazione ad essere e diventare quale è Lui, sia a livello personale (non sono più solo perché qualcuno si fa prossimo a me ed io ad altri), sia a livello comunitario (la gente del quartiere non è più sola perché la comunità cristiana si fa prossima a loro).

– La carità-comunione di Dio, quale rivelato compimento della umanità di ciascuno, della storia e del cosmo.

Desidero, infine, rilevare quale forza possa avere la prospettiva della carità-comunione al fine di forzare la distanza tra fede e vita, distanza che non va primariamente imputata alla incoerenza dei cristiani ma ad una meditazione, elaborazione e trasmissione dei dati della fede da una distanza siderale rispetto alla esperienza di vita quotidiana e comune.

 

 

Valutazione dell’esperienza

Aspetti positivi

– Pur iniziando l’esperienza di aggregazione di persone molto diverse tra loro e per lo più estranee l’una all’altra, non ci siamo preoccupati di cercare metodi o accorgimenti psicologici, eppure progressivamente si è creata tra le persone una situazione di comunione e fraternità e di condivisione nonostante la diversità di età, di cultura, di condizioni di vita (sposati, vedove, fidanzati). La Parola convoca e plasma nell’unità.

– Per molti, partiti da situazioni di “lontananza dal Signore” e da un’esperienza di vita di comunità, sono oggi partecipi all’esperienza ecclesiale e assumono compiti di servizio (catechesi – carità – visita agli infermi – accoglienza stranieri).

– Certamente ho constatato in molti una maggior consapevolezza della loro identità di battezzati e una più sicura adesione di Fede al Signore che parla (sequela) e di discernimento e obbedienza alla volontà del Signore nella quotidianità e quindi nelle scelte concrete della loro esistenza.

– Per diversi di loro è cresciuta la consapevolezza del Giorno del Signore sia come celebrazione della Pasqua settimanale nella lode al Signore, sia nella vissuta esperienza del giorno come giorno della fraternità e della Carità che diventa “accoglienza” e si fa “visita”.

 

Difficoltà

– E’ difficile fare entrare come cosa normale questo tipo di catechesi per l’iniziazione alla Fede e alla vita della Chiesa. Rimane avvertito come un’esperienza “singolare”.

– Al termine del cammino dei quattro anni sarebbe necessario trovare dei modi che favoriscano l’approfondimento sistematico della Fede. Questo oggi rimane problematico. I tentativi fatti non sono risultati adeguati.

– Nel crescere personale della vita cristiana intesa come “seguire il Signore” si avverte la necessità di una direzione spirituale resa possibile ai singoli per aiutarli a vivere con più sicurezza il rapporto Fede-Vita.

Ciò rimane problema!