N.01
Gennaio/Febbraio 1990

Il giovane di fronte al progetto di vita

Nel quadro della salvezza la vocazione risulta essere una chiamata divina che sollecita una risposta umana. In ogni vocazione c’è sempre la relazione tra due persone: colui che chiama, Dio, e colui che risponde, impegnando la sua responsabilità personale.

Affrontando il tema vocazionale, si potrebbe porre l’accento di più sulla vocazione come dono-proposta di Dio alla persona, oppure considerando di più la risposta umana. Ora ci soffermiamo maggiormente sul secondo aspetto: guardiamo al giovane che, dopo aver abbozzato il piano di vita nella fanciullezza ed averlo rielaborato nella preadolescenza ed adolescenza, va definendolo meglio nella giovinezza. Il progetto di vita, cioè, si delinea gradualmente nel corso dell’età evolutiva: assume i primi contorni nella fanciullezza, sia pure a livello fantastico ed immaginativo, viene rimesso in questione nella preadolescenza ed adolescenza (11-16/17 anni circa), va verso una definizione nella prima giovinezza (16/17 – 18/20 anni).

 

 

 

Progetto di vita nella giovinezza

Il progetto di vita, dopo gli idealismi adolescenziali, si connota di realismo: tende all’impatto con il reale, all’atterraggio concreto ed induce alla presa di posizione personale in un clima di pluralismo culturale che offre vari progetti di vita, magari alternativi alla propria scelta. Dall’adolescenza alla giovinezza il soggetto matura con realismo la scelta di stato di vita e della professione, conoscendo le proprie capacità, tenendo presente i propri interessi, alla luce di motivazioni personali e della conoscenza della società in cui è chiamato a vivere. Il tutto avviene, nell’ipotesi ottimale, in maniera dinamica e graduale: vale a dire le crisi, gli entusiasmi, i fervori adolescenziali non vengono rinnegati, ma sono assunti, integrati e portati a maturazione. In forma didattica, dagli 11 ai 20 anni, si possono cogliere tre momenti nell’evoluzione del piano di vita, intimamente solidali, così che ognuno vede maturare degli elementi che concorrono alla strutturazione del progetto definitivo.

 

Preadolescenza (11-14 anni)

L’esplosione di vitalità della prima adolescenza fa saltare i quadri infantili per la qual cosa il preadolescente contesta o rifiuta i progetti della fanciullezza, dato che vuol guardare in fronte al domani libero dal vincolo di una scelta di vita. In questo momento osserviamo il fenomeno dell’attendismo: il soggetto non vuole impegnarsi in una scelta decisiva prematura, ma nel contempo esperimenta varie scelte, gioca ruoli diversi, si identifica a vari personaggi, quasi si può affermare che sta saggiando il terreno per il lancio di domani nella società con una certa garanzia di riuscita. La preadolescenza non è l’età di decisioni rilevanti, bensì è una palestra in cui ci si allena nell’oggi, orientati al domani in maniera aperta.

Si prende consapevolezza di sé e delle proprie attitudini per intuizione, per introspezione, per esperienze personali, per confronti con altri; si enucleano le inclinazioni e gli interessi, ci si misura con le singole esperienze scolastiche ed extrascolastiche, si lavora il carattere ed inizia l’elaborazione di una propria concezione di vita con il sorgere di ideali.

 

Adolescenza (14-16/17 anni circa)

Tra il momento in cui il soggetto prende coscienza del suo valore e quello in cui sarà attratto dai valori sociali, esiste un tempo dove esercitano il loro richiamo i valori estetici, morali e religiosi, che permettono alla personalità dell’adolescente di prendere tono e fierezza. Gli adolescenti fra i 14 e 16 anni sono sensibili al richiamo degli eroi, delle persone che hanno fatto storia, di coloro che sono diventati “qualcuno” nella vita: poeti, artisti, scienziati, santi… Desiderano riformare il mondo, abolire il male, far regnare la giustizia. Per essi comunque gli ideali sono in buona parte a storici, vissuti in maniera idealizzata ed altalenante, un po’ fuori dal reale.

 

Prima giovinezza (17-20 anni circa)

È l’età in cui si esce dagli entusiasmi, dagli slanci, dagli idealismi adolescenziali per un adattamento al reale, per una concretizzazione del proprio impegno di vita. Il giovane presceglie alcuni ideali e valori da realizzare, i quali lo stimolano a delineare “un modello di sé”, che egli si propone come traguardo dei propri sforzi, come ispiratore delle successive scelte da compiere. Frattanto il soggetto è venuto prendendo coscienza della società in cui si sta inserendo e delle attività che gli uomini svolgono. Matura così con realismo il tempo della scelta di vita: si conoscono le proprie capacità, i propri interessi, le professioni varie per cui si è in grado di operare una scelta professionale, si sceglie il proprio stato di vita. Il giovane cerca il modo d’impegnare la propria vita, reagendo di fronte alle dimensioni negative della realtà (ingiustizia, lotta, povertà, degrado ambientale, oppressione…) e decidendo di compromettersi, intervenendo personalmente, in favore degli altri nella realizzazione di se stesso. Egli abbraccia un suo piano d’esistenza, definitivamente, in vista del quale dare la vita.

L’importante è che il piano d’esistenza, l’ideale elaborato a cui si vuole conformare la vita non sia intravisto in termini restrittivi (chi sceglie sacrifica), ma in termini di promozione umana e di liberazione (chi sceglie si realizza personalmente, operando il bene degli altri). È ormai il momento dell’opzione fondamentale, della scelta di un modo di vivere, della scelta o accettazione di un ruolo vocazionale, di una professione.

“Scelgo questo ruolo nella società e nella Chiesa: mi sposo, divento sacerdote, svolgo quella professione…” in nome di Dio che chiama e dei fratelli che abbisognano del mio aiuto.

 

 

 

Atteggiamento pedagogico nei confronti del giovane

Nell’animazione vocazionale l’educatore cercherà di evocare nel giovane la verità del suo io, di “tirar fuori” la verità dell’io, così che arrivi a capire se stesso e la sua strada. Nel nostro tempo nel quale si parla di identità debole del giovane, priva di coerenza ed unitarietà, contrassegnata da elementi diversi e magari contradditori, per cui il ritratto giovanile appare “a mosaico”, “ad Arlecchino”: variegato, frammentato, non omogeneo, non polarizzato su valori autentici ed assoluti, è opportuno guidare il giovane a porsi correttamente il problema della sua identità, a “coscientizzarsi”, a fare i conti col proprio io, per poter operare poi scelte adeguate. Occorre educarlo a lasciare la via della superficialità e dell’esteriorità per intraprendere quella dell’interiorità, della riflessione, del silenzio, della preghiera, della ricerca ed esperienza di Dio.

Dopo aver evocato nel giovane la realtà profonda del suo io, bisogna provocarlo ad andare oltre, ad andare al di là di sé per orientarsi sugli altri, per dare un senso alla propria esistenza, per vivere dei valori e degli ideali, per donare la vita.

È necessario guidarlo a passare oltre “l’effimero” per fondare la vita su valori autentici, quali la bontà, la verità, l’altruismo, l’amicizia, la gratuità, la solidarietà. Di fronte ai giovani che hanno paura di scegliere, di buttarsi con decisione per qualcosa di significativo e di impegnativo, è bene mettere in atto tutta un’educazione ai valori estetici, sociali, morali, religiosi per i quali vale la pena di rischiare la vita.

Il giovane d’oggi, trovandosi più fragile e in una società complessa, ha bisogno, per maturare, di accompagnamento sia da parte dell’educatore che da parte di un gruppo. L’adulto con la direzione spirituale ed il gruppo di riferimento fungono da conforto, da stimolo, da appoggio, da sostegno nell’itinerario di formazione, in maniera tale che il giovane, scoperto il mistero della propria identità ed invitato ad uscire dalla propria terra per donarsi, sia in grado di giocare la vita gioiosamente per Dio e per i fratelli.

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