Lo specifico della proposta vocazionale alla vita religiosa
Erano anni che gli animatori vocazionali religiosi non si ritrovavano insieme. Dal 14 al 17 novembre 1989 si è avuto presso il Centro di Spiritualità “Rogate” di Morlupo (Roma) un Seminario organizzato appositamente per loro dall’Ufficio Vocazioni CISM. Una settantina di partecipanti, in rappresentanza di circa 40 istituti religiosi maschili (cui si aggiungeva una ridotta ma qualificata rappresentanza dell’USMI) era già di per sé segno eloquente di un’attesa che l’incontro veniva a soddisfare. L’attesa di rinsaldare vecchi rapporti, di confrontare le varie esperienze e di verificare il proprio cammino all’interno di quello più ad ampio raggio della pastorale vocazionale unitaria. Il bisogno di “entrare” maggiormente nel tema cui si ispirava il convegno: “Lo specifico della proposta vocazionale alla vita religiosa”.
II bisogno di ritrovarsi
Un incontro di animatori vocazionali religiosi garantisce quanto meno un …gioco di colori, segno concreto della fantasia dello Spirito. L’incontro di Morlupo non ha fatto eccezione. Abiti di vario “design” e colore, il ruvido saio accanto alla più impeccabile “pazienza”, l’abbigliamento più “casual” accanto al più canonico dei clergyman. Barbe e corone (di ave Maria o… di capelli). Per non parlare dei distintivi: qualcuno si è divertito a farne persino una collezione, in quei giorni! Ma tutto ciò non era che il risvolto “folkloristico” di un confronto altrettanto ricco ma anche più impegnativo: quello sulle varie esperienze in atto.
Di queste esperienze si è già avuta un’idea nella tavola rotonda sui “metodi” di pastorale vocazionale, ormai da tempo familiari agli animatori vocazionali di tutte le categorie, ma che nell’alveo della vita religiosa hanno avuto una specifica impronta se non l’origine: intendiamo le comunità d’accoglienza, la pratica della “Lectio divina”, il volontariato, le esperienze forti di spiritualità e il coinvolgimento nell’apostolato specifico di ogni singolo Istituto.
Ma l’esposizione di questi metodi ha avuto anche il corollario di racconti “in presa diretta”: cammini e contenuti vocazionali narrati a ruota libera, in semplicità, in corridoio o in aula con la sola prospettiva di arricchirsi a vicenda.
La proposta vocazionale alla vita religiosa
Era questo il tema del convegno, e non ci si proponeva certo di affrontarlo in maniera scolastica: a questo scopo sarebbe stato sufficiente l’aiuto di un testo di teologia religiosa. Ci si prefiggeva piuttosto di “tradurre” l’argomento in chiave vocazionale. In altre parole: quali motivi indicare ad un giovane per un suo “sì” a Cristo nella Chiesa e nella vita religiosa in particolare? Quali elementi possono guidare un discernimento in proposito? Di quali “segni” e qualità un giovane chiamato alla vita religiosa deve scoprirsi in possesso, per esser certo di stare sulla strada giusta? Erano e rimangono interrogativi di grande interesse, poiché spesso gli animatori vocazionali, a furia di lavorare e di darsi da fare, rischiano di perdere di vista ciò che la vita religiosa è, con tutte le sue specifiche esigenze. Si trattava di ritrovare il coraggio che nasce dalla consapevolezza della propria identità, pur in un orizzonte di comunione.
Ai suddetti interrogativi ha avviato delle risposte P. Arnaldo Pigna e successivamente una tavola rotonda sui “contenuti specifici” della vita religiosa quali l’esperienza dei fondatori, la vita comunitaria, la dimensione missionaria e la specifica spiritualità di ogni singolo Istituto. Un dato è emerso chiaramente da questi interventi: la vita religiosa appartiene “indiscutibilmente” (Lumen gentium, n. 44) alla vita e alla santità della Chiesa. Senza la vita religiosa “la Chiesa non sarebbe pienamente se stessa” (Giovanni Paolo Il ai Superiori Generali, 24 novembre 1978). La vita religiosa non è un optional della Chiesa.
Ci è stato detto anche che la vita religiosa è sequela di Cristo “più da vicino”: e ciò implica l’attenzione che il religioso deve coltivare verso il Cristo modello, centro vitale della sua stessa esistenza. Ma questo modo particolare di guardare al Cristo riformula, nel religioso, anche il suo rapporto con le coordinate fondamentali della vita e della storia: il passato, il presente e il futuro.
Riguardo al passato
– La vita religiosa è proposta della “forma di vita del Cristo”, forma che si realizza eminentemente nel suo modo di amare vergine, povero e obbediente; questa forma di vita inoltre manifesta nel religioso “la sovrana libertà di Dio rispetto alla natura e alle sue leggi” (P. Pigna);
– la vita religiosa esprime anche l’insondabilità del mistero di Cristo: e a tal proposito basterebbe già mettere insieme i nomi di tanti Istituti (Passionisti, Minori, Sacerdoti del Sacro Cuore, Compagnia di Gesù, ecc.) per farne non solo una bella litania, ma anche un testo di catechesi…
– ne nasce un’unità tra passato, presente e futuro, che trova conferma nella stessa perenne validità del carisma del fondatore, che fa riecheggiare nel tempo non solo i fatti nei quali esso si è manifestato, ma il loro significato, la sempre valida “esperienza dello Spirito” che lo sostenne.
Riguardo al presente
La partecipazione alla novità pasquale del Cristo conferisce al religioso una nuova “visione delle cose” (P. Pigna).
In particolare:
– la vita religiosa annuncia in un modo tutto particolare che la grazia è presente e operante nella vita dell’uomo… Si pensi, in proposito, a elementi di spiritualità che la vita religiosa ha visto nascere e che ancora oggi ci dovrebbero essere familiari: la filocalia, il dominio di sé, la “sapienza del cuore”, l’esperienza mistica, ecc.;
– così la vita religiosa ha familiare la consapevolezza del dono. P. Pigna ci ha detto che essa è rispondere a Dio non offrendogli altro che ciò che si è ricevuto, che “il dono è tanto grande che, per accoglierlo e custodirlo, non posso che investire tutta la mia vita”, in un continuo auto-trascendimento, in un “lasciarmi gestire” ed “espropriare da Dio”;
– tutto ciò va infine vissuto nella linea del “segno”, rendendo visibile in qualche modo ciò che per cui si vive. E anche al riguardo la vita religiosa si mostra ricca di tanti elementi che “dicono” al mondo più di qualsiasi altra predica o catechesi: la regola, l’abito, le diverse tradizioni, una metodologia e uno stile di vita che distingue un Salesiano da un Gesuita, un Camaldolese da un Agostiniano, ecc.
Riguardo al futuro
In un modo tutto suo il religioso vive il “già e non ancora”, il presente di grazia che è gravido della novità pasquale. Egli annuncia però non un futuro qualsiasi, ma, ancora una volta, quello inaugurato dal Cristo:
– con la sua comunità egli dice a tutti i cristiani che in Cristo siamo già costituiti come fratelli ma, in quanto tali, possiamo progettarci ogni giorno per una fraternità più piena;
– a differenza di quanto accade nelle altre religioni (in cui Dio sembra quasi “riservarsi” a suo uso e consumo una persona), la consacrazione del Cristo e dei suoi fedeli è consacrazione per il mondo, la vita religiosa “nasce dal popolo e per il popolo”, la sua esenzione è per la missione, nell’individuazione di sempre nuove emergenze.
Problemi e prospettive
I problemi
La difficoltà di definire in un unico sguardo lo specifico della vita religiosa si riflette indubbiamente anche in prospettiva formativa e vocazionale. Oltretutto la stessa descrizione, emersa nel Seminario, del religioso quale “adulto nella fede”, capace di uno sguardo lucido su di sé e di un equilibrio tale da far giocare la propria vita come dono, forse potrebbe circoscrivere la proposta vocazionale a pochi “eroi”. Ma altrettanto giustamente si è sottolineato che questa maturità va intesa “in divenire”, pur se di essa devono esistere i presupposti attendibili già nella proposta vocazionale. Altro problema spinoso, più volte accennato, è la scarsa conoscenza della vita religiosa nella Chiesa locale e nell’ambito della stessa formazione dottrinale del clero (giustamente si è auspicato qualche corso specifico nei programmi accademici). Tutto ciò si riflette sulle sempre difficili “mutuae relationes”.
Le prospettive
Un criterio di cammino pare scontato e fa capo all’ecclesialità della proposta, così come sapientemente descritta dal n. 1 del Piano pastorale per le vocazioni in Italia: “la pastorale delle vocazioni nasce dal mistero della Chiesa e si pone al servizio di essa… È quindi necessario che l’impegno di mediazione tra Dio che chiama e coloro che sono chiamati divenga sempre più un fatto di Chiesa”. Più in particolare, sembra necessario saper mettere al centro la persona (cioè il giovane o l’adolescente in ricerca della volontà di Dio su di lui) e nessun altro. Parimenti sembra fondamentale sposare la Chiesa locale senza progettare la pastorale vocazionale da battitori liberi o quali navigatori solitari. Si tratta di avere a cuore il territorio, di lavorare ai tre livelli di annuncio – proposta – accompagnamento (Piano Pastorale, 46-48), con un inserimento organico della pastorale vocazionale in quella ordinaria. Si tratta infine di disporsi ad essere maestri competenti e artigiani pazienti di comunione: anche se talvolta costa tempo e fatica la partecipazione agli organismi unitari, col rischio di non essere capiti neanche dai confratelli… È su questa via che bisogna anche lavorare per un coordinamento delle iniziative, perché la vita religiosa sia conosciuta e promossa anche nella Chiesa locale.
Una seconda prospettiva riguarda la comunitarietà della proposta: se è vero che la comunità è componente essenziale della vita religiosa, essa non può restare ai margini della proposta vocazionale. Ciò fa sì che l’animatore vocazionale tenga a cuore due particolari prospettive.
– vivere l’animazione vocazionale come “segno e strumento del rinnovamento”; ciò vuoi dire che l’animatore vocazionale, stando “in trincea” a contatto dei giovani che si accostano alla vita religiosa, è nella condizione ideale per capire la significatività della proposta vocazionale del proprio Istituto, per “rileggerne” la spiritualità con i giovani e quindi in maggiore sintonia con i segni dei tempi, per aiutare lo stesso Istituto a decifrare una possibile crisi di vocazioni come invito al rinnovamento;
– permeare di queste urgenze la stessa formazione permanente dell’Istituto, far sì che essa sia programmata – almeno in certi momenti – come “revisione di vita” (altra ricchezza della vita religiosa!), per vedere se si è ancora “segni leggibili” presso i contemporanei, per chiedersi se si è identificato il “seguire Cristo” con certe strutture o attività.
Conclusione
Se la vita religiosa è chiamata a svolgere un ruolo insostituibile nella Chiesa, Dio non farà mancare questo suo dono. Ma questa certezza, lungi dal far “riposare sugli allori”, apre a nuovi atteggiamenti di vita, tra i quali vanno messi in evidenza una conversione del cuore, un’attenzione ai segni dei tempi e una capacità di lasciarsi aiutare: soprattutto dai laici (in forme tutte da inventare di condivisione del nostro stesso carisma), dai giovani (sensibili a questo problema più di quanto diano a vedere) e dalla preghiera dei malati e dei contemplativi.