Il servizio del CDV alla parrocchia comunità di chiamati
Vorrei presentare alcune sollecitazioni in chiave problematica, non per complicare le cose ma per essere estremamente realisti. Credo, infatti, che i vari orientamenti che possiamo offrirci, al di là della fantasia anche legittima o della speranza, nascano dalla concretezza, specialmente in un argomento del genere.
Vorrei dividere questa riflessione in tre momenti: i soggetti della pastorale vocazionale in riferimento alla parrocchia; i contenuti della pastorale vocazionale; quale servizio il Centro Diocesano Vocazioni può offrire alla parrocchia.
I soggetti
Mi sembra importante richiamare i soggetti della pastorale vocazionale che sono, oltre alla parrocchia, la diocesi, il presbiterio, i laici, i religiosi e, infine il mondo.
La parrocchia
La parrocchia, è detto nel titolo, deve essere comunità di chiamati, quindi la valenza comunitaria è essenziale e irrinunciabile per un cristianesimo vissuto come fraternità e solidarietà.
Ma questa è la parrocchia ideale: ogni giorno più facciamo esperienza di una parrocchia che di fatto non è soggetto collettivo e non è comunità di chiamati, perché, a mio parere, non è più naturalmente un ambiente di vita su scala umana e sociologica, come lo era nel passato anche abbastanza prossimo. In una società statica, legata alla cultura contadina, la parrocchia era naturalmente un ambiente di vita, perché la gente nasceva, cresceva, lavorava, moriva sempre sotto lo stesso campanile.
La parrocchia di fatto interpretava e incarnava quella realtà culturale e sociologica che la gente viveva, e, quindi, le relazioni umane erano facilitate da questo contesto che si colorava di contenuti religiosi, legati fondamentalmente agli aspetti culturali. La parrocchia facilmente realizzava questa sua connotazione di soggetto collettivo. Nessuno poteva esimersi dall’essere in qualche modo condizionato da questa situazione, perché ognuno, praticante o no, era di fatto legato affettivamente ed emotivamente al proprio campanile.
Oggi questo non esiste più e noi dobbiamo prenderne atto: la mobilità delle persone, la secolarizzazione, il pluralismo delle esperienze, il livello culturale sono realtà che i sociologi hanno ben messo in evidenza e che qui vengono richiamate perché le teniamo presenti. Queste realtà hanno scalzato il rapporto naturale tra la parrocchia e la vita delle persone: la parrocchia rischia, soprattutto nei grandi contesti urbani, di essere un’esperienza marginale e inespressiva, perché la vita della gente si costruisce, si realizza, si verifica al di fuori della struttura parrocchiale. E allora essa deve trovare una sua connotazione ben precisa; pur rimanendo fondamentalmente la struttura portante della pastorale nella Chiesa locale. Sappiamo che il Codice ha cambiato la definizione di parrocchia: prima si privilegiava l’aspetto territoriale, oggi si privilegia l’aspetto comunitario. L’aspetto territoriale è ancora presente, ma legato all’aspetto di comunità stabile.
Io vedo oggi la maggiore difficoltà proprio nella creazione, all’interno della parrocchia, di questo humus comunitario che diventi veramente ambiente di vita, punto di riferimento, stimolo alla comunicazione personalizzata. C’è sempre il pericolo che le nostre parrocchie si trasformino in agenzie di servizi religiosi, anche perché noi giudichiamo ancora la parrocchia più o meno fiorente dalla pratica religiosa e non dall’impegno di creare un ambiente naturale di vita dove le persone vengono riconosciute e promosse nella loro dimensione vocazionale. Una parrocchia che offre solo dei servizi, che organizza e promuove iniziative, di fatto non promuove ‘ministerialità’. E noi vediamo quanto sia difficile promuovere ministerialità all’interno di una realtà parrocchiale sfilacciata come spesso è la nostra; e allora ecco che la crisi delle vocazioni è legata alla crisi di questi valori comunitari. All’interno della comunità parrocchiale ci accorgiamo, oggi, che la persona conta più della struttura, cioè l’influenza dell’ambiente di vita è più importante delle strutture in cui si esprime. Lo vediamo soprattutto negli adolescenti e nei giovani, spesso costretti a spostarsi in altra località per frequentare la scuola. Come parlare di pastorale di adolescenti, di itinerari di fede, quando l’ambiente di vita (amicizia, stimoli culturali, psicologici, affettivi…) si svolge al di fuori e al di là del territorio parrocchiale?
Occorre che la struttura diventi talmente agile da proporre situazioni, stimoli comunitari al di là e al di fuori della propria connotazione istituzionale.
La Diocesi
Secondo soggetto della pastorale è la chiesa locale, non per importanza, ma perché, a mio parere, le difficoltà che noi individuiamo nell’azione pastorale della parrocchia si riflettono poi nella coscienza della Chiesa locale o particolare.
Come è percepita dalla nostra gente la diocesi? Più che come ‘Chiesa particolare’ di cui le parrocchie sono parte integrata e integrante, è percepita come struttura organizzativa e spesso il Centro Diocesano Vocazioni, la Curia, gli Uffici Pastorali sono percepiti più che come luogo di riflessione, di confronto, di convergenza, come polo organizzativo funzionale, come testa da dove partono ordini, direttive, orientamenti. Quante volte sentiamo dire dai nostri preti: “noi che siamo in trincea, noi che siamo la base…”, come se non fossimo tutti contemporaneamente ‘base’ e ‘vertice’, perché la Chiesa è una piramide, ma comunità dove ciascuno risponde alle proprie responsabilità e insieme tiriamo lo stesso carro o remiamo dentro la stessa barca, per dare un’immagine più evangelica.
Le nostre diocesi hanno allargato fortemente le strutture di vertice: vicari episcopali, centri pastorali… c’è tutto un organigramma meraviglioso, con il rischio di aumentare la testa e avere delle gambette che non riescono a fare nemmeno un passo.
In questa coscienza di Chiesa locale io vedo anche il problema della figura e del ruolo del Vescovo. Qual è la funzione del Vescovo? quale il suo servizio? Anche per questo il Concilio ha dato delle illustrazioni meravigliose sulla figura del Vescovo.
Spesso anche nel percepire e nell’accogliere il carisma del Vescovo si privilegiano gli aspetti umani, piuttosto che gli aspetti carismatici: deve essere intelligente, colto, equilibrato, deve avere tutte le doti possibili ed immaginabili e invece è un povero “uomo” come tutti gli altri che ha ricevuto questo incarico e cerca di fare il meno peggio possibile. Questa enfatizzazione della figura del Vescovo è un’altra connotazione dell’incapacità di cogliere la Chiesa locale come Chiesa di Dio; manifestazione, cioè, di un popolo che diventa veramente profetico e regale. Credo che anche questo giochi in maniera negativa nella promozione delle vocazioni, perché un giovane, che percepisce superficialmente, forse emotivamente, una Chiesa organizzata ancora come struttura piramidale, difficilmente va ad incastrarvisi dentro, per giocare il proprio eventuale ministero in un’esperienza di un ruolo istituzionalizzato in maniera troppo evidente. Mi pare che sia questo un punto molto importante, perché la Chiesa locale possa camminare veramente come manifestazione di comunionalità e di ministerialità.
Soltanto una Chiesa incarnata nel territorio, nella storia dell’oggi, una Chiesa che manifesta veramente la sua universalità nella particolarità, è una Chiesa che provoca scelte vocazionali definitive. In questo tema della Chiesa locale c’è anche tutto il problema del decentramento e quindi della responsabilizzazione di tutti; l’integrazione, la complementarietà, le zone pastorali, così precarie nella loro consistenza territoriale. D’altra parte appare sempre più evidente l’impossibilità di fare della parrocchia l’unico punto di riferimento. Soprattutto ciò si verifica per le piccole parrocchie che non possono essere attrezzate per la pastorale più qualificata che è quella dei fidanzati, dei giovani, degli anziani, se non c’è questo respiro più ampio che va a cogliere la zona pastorale come cerniera di collegamento tra la Chiesa particolare e le singole parrocchie.
Il Presbiterio
Un terzo soggetto è il presbiterium.
Abbiamo certamente superato i problemi della crisi dell’identità del prete, come si presentavano negli anni ‘60-‘70. Domandiamoci se questa crisi di identità del prete è stata superata nella strada giusta o se invece abbiamo codificato aspetti, direi regressivi, del ministero sacerdotale. Io vedo qua e là qualche rigurgito di clericalismo. Ciò mi preoccupa un po’, perché allora vuol dire che questa crisi di identità del prete non è stata giocata veramente con coraggio in un’interpretazione nuova del ruolo ministeriale, del ruolo del presbitero nella comunità. C’è ancora questa mentalità individualistica, anche nei preti – e non sono pochi – che aspettano di avere una parrocchia per potersela gestire come vogliono, piuttosto che confrontarsi e crescere in una dimensione più ampia, più articolata e quindi più arricchente. Qui entra il discorso della formazione permanente, del respiro culturale, che ha bisogno di essere incrementato. Si nota che quando si offre ai sacerdoti l’occasione di aggiornarsi questi vengono più per dovere che per esigenza personale. Come è possibile essere “maestri e pastori” partecipi cioè del ministero apostolico – nell’unum presbiterium con il Vescovo – del munus pastorale? Tutti, Vescovi e preti siamo, ugualmente responsabili anche se in articolazioni diverse. Questa è la prima dimensione fondamentale ed irrinunciabile della ministerialità, altrimenti rischiamo di fare delle confusioni enormi, quando si ritiene che il Vescovo è in linea diretta con lo Spirito Santo e quindi può dare disposizioni, sì che tutti devono stare sulla scena secondo un copione preparato non si sa dove. Occorre invece che ci sia l’ascolto reciproco, la capacità di metterci tutti in ascolto delle realtà e delle istanze per interpretarle, altrimenti le vocazioni non nasceranno mai.
I laici
Quarto soggetto sono i laici.
È vero che i laici hanno fatto grandi passi e che sempre più assumono connotazioni di responsabilità e di partecipazione all’interno delle nostre parrocchie. Però a mio parere rimane ancora molto da scoprire, proprio sui valori della laicità, perché la promozione del laico rischia sempre più di emarginare il prete nel sacro. E allora torniamo ad una vecchia definizione che è quella per la quale i preti si occupano della Chiesa e del sacro e i laici invece delle realtà temporali. Questo è pre-conciliare come visione di una ministerialità laicale, della laicità di una Chiesa che vuole veramente essere fermento, segno e sacramento nel mondo.
Spesso anche noi preti andiamo a cercare dei laici fatti su misura del parroco; poi cambia il parroco e si spazzano via tutti quelli che c’erano prima e si chiamano gli altri. Ciò rischia di compromettere fortemente la struttura ministeriale della Chiesa. Non parliamo poi dello spazio, a mio parere scarso, che hanno i giovani nelle nostre parrocchie. Spesso questo spazio è ritagliato dalla comunità. In una visione un po’ giovanilistica i giovani sono in qualche modo ghettizzati dentro una pastorale per loro, che però non si riferisce a quello che è il cammino parrocchiale. Se non ricuperiamo una dimensione laicale non faremo mai una pastorale autenticamente vocazionale: qui c’è tutto il problema degli itinerari di fede, di formazione, del ruolo educativo della Chiesa. La Chiesa di Milano l’anno scorso ha fatto una programmazione su questo tema e anche quest’anno ritorna ancora una volta sul tema della educazione. Noi li educhiamo questi laici o li chiamiamo soltanto a una collaborazione immediata, frammentaria?
Religiosi e religiose
Quinto soggetto sono i religiosi e le religiose. Diciamo che bisogna fare una pastorale unitaria che promuova tutti i ministeri, tutte le vocazioni; però come inseriamo i religiosi e le religiose dentro questa pastorale che fa riferimento alla parrocchia?
Le Mutuae relationes sono un bellissimo documento. Abbiamo fatto un Convegno, noi Vescovi della Toscana, con i superiori delle religiose e dei religiosi presenti in Toscana ed è emersa questa scollatura tra la vita religiosa, il carisma religioso e la comunità strutturale della Chiesa, cioè la parrocchia e la Chiesa locale. È chiaro che questo è un cammino che dobbiamo fare insieme. Come potremo promuovere le vocazioni femminili se non troviamo una collocazione più autentica e comunitaria, se in qualche modo le Congregazioni religiose non fanno lo sforzo per interpretare il loro carisma e quindi modificare la loro presenza pastorale nelle nostre Chiese, per essere credibili?
Il mondo
L’ultimo soggetto di pastorale io lo identifico nel mondo. A mio parere il mondo è soggetto di pastorale. Siamo abituati a pensare che il mondo è l’oggetto della nostra pastorale in quanto la Chiesa ha una parola da dire al mondo. Ma è certo che c’è una parola che il mondo nella sua accezione più piena e totale ha da dire alla Chiesa e che spesso non viene accolta. Io ritengo che c’è un vangelo nel mondo perché ci sono i germi della creazione.
Il mondo è stato creato da Dio, quindi non dobbiamo credere di avere noi il monopolio dell’annuncio e della verità, perché il regno di Dio è scritto anche nel cuore di tanta gente che di fatto non vive dentro la struttura e l’istituzione.
I valori della libertà, della pace, della solidarietà sono valori diffusamente presenti nel mondo. E la Chiesa si deve mettere in dialogo con questi valori, non soltanto a livello mondiale, ma anche a livello territoriale. Io faccio esperienza quotidiana, in Toscana, in una terra rossa, di situazioni veramente positive; rigore morale, impegno per gli altri, battaglie per la libertà, per la pace, per la giustizia, valori che vanno rispettati, che non vanno convertiti o sacralizzati, ma vanno confrontati con il Vangelo. Il rispetto di questi valori è un aspetto importante. Essi hanno a mio parere, una valenza vocazionale importantissima.
Ecco l’attenzione, allora, che la parrocchia pone ai problemi non suoi (della costituzione cioè o del rassodamento della propria struttura) ma che sono del mondo. Credo che i giovani oggi siano particolarmente sensibili a questa capacità di attenzione, intesa ad andare fuori le mura per condividere i bisogni, le ansie, i problemi di oggi. La Chiesa vuole essere veramente dentro le realtà del mondo, e noi dobbiamo camminare in questa prospettiva.
La Chiesa non vuole difese di ufficio di nessun suo privilegio, ma vuole essere veramente a servizio di tutti, soprattutto dei più poveri. La nota pastorale della CEI “La Chiesa italiana e le prospettive del Paese” ha manifestato in maniera evidentissima questo bisogno di un rapporto nuovo, di una soluzione nuova a quelle che sono le povertà che la società del benessere e del consumismo produce. E quindi è chiaro che da questo punto di vista ci deve essere un confronto con il mondo, che è soggetto di pastorale e di evangelizzazione. Porrei qui anche il problema della nuova cultura scientifica e tecnica, della nuova biologia. Questa nuova concezione dell’uomo, le nuove tecnologie, i nuovi umanesimi come si confrontano con il Vangelo? Molti giovani oggi vivono queste problematiche. Che risposta hanno dalla Chiesa, che integrazione trovano nel dato rivelato? E questo un problema vocazionale fondamentale. Io vedo quanta fatica si fa anche nell’ambiente universitario a portare avanti una presentazione del messaggio cristiano che si vada a confrontare, direi alla pari, con quelli che sono i dati della ricerca sempre più al centro della riflessione scientifica e culturale che farà l’uomo.
I contenuti
Sui contenuti cerco di essere più schematico (anche perché le cose più importanti che sentivo di dover dire erano proprio nella prima parte).
La catechesi
Primo contenuto è la catechesi. Noi parliamo di un dopo-cresima ed è importante, fondamentale e ineludibile, ma i nostri ragazzi, dopo 7-8-9 anni di catechismo, ne hanno fin sopra i capelli. Questa catechesi che parte dalle prime classi elementari fino a coprire tutto l’arco della scuola d’obbligo, non incide profondamente sulla scelta di Gesù Cristo perché rimane fondamentalmente ancora un indottrinamento fatto su una struttura scolastica. Le nostre aule di catechismo assomigliano molto alle aule scolastiche e quindi c’è una specie di allergia del giovane di fronte ad una presentazione del messaggio cristiano fatto in un ambiente inadeguato. Allora questo catechismo diventa veramente crescita, esperienza, diventa cammino catecumenale? Abbiamo formulato un bellissimo documento che è di base per il rinnovamento della catechesi, è stato ripresentato alla Chiesa italiana e siamo tutti in attesa di sapere come saranno i nuovi catechismi. Si parla di un catechismo universale. Ci sono dei Vescovi che stanno preparando questo catechismo universale: come sarà? che uso ne faremo?
La liturgia
Il secondo contenuto: la liturgia. La liturgia è il primo strumento e il primo contenuto di una catechesi: valore dei segni, itinerario dell’anno liturgico. Ma il rapporto tra la liturgia e la Parola qual’è? Il ciclo triennale festivo, il ciclo biennale feriale, come è concepito dalla nostra gente, come è recepito da noi nei collegamenti catechetici, nelle nostre omelie? Io mi domando se noi veramente usiamo i segni della liturgia proprio come promozione della ministerialità. Alcuni segni sono già largamente disattesi: la preghiera dei fedeli, ad esempio, in molte Chiese è fatta con foglietti preparati tre mesi prima a Torino o non so dove, quindi senza nessuna attinenza alla problematica reale della comunità che celebra in quel momento e che riassume nella preghiera dei fedeli. Non parliamo poi dello scambio della pace: un segno che abbiamo bruciato in un modo assurdo, mentre esso esprime la partecipazione veramente profonda al mistero della liturgia che si celebra. E noi, preti e Vescovi, abbiamo delle gravi responsabilità, perché qualche volta non sappiamo presiedere la liturgia. E dire che il ruolo del presidente è uno dei ruoli fondamentalmente ministeriali. Se siamo riuniti per celebrare, celebriamo con spirito di raccoglimento anche se le cose non corrispondono a criteri estetici perfetti. Si proclama il Vangelo e ci sono preti che vanno e vengono dalla sacrestia… non parliamo poi della liturgia dei foglietti! Una volta c’erano quei lezionari stupendi con grandi copertine lavorate. Oggi facciamo la liturgia con un foglietto. La liturgia è un momento importantissimo di pastorale vocazionale. Come fa un giovane a decidere di scegliere quel ruolo che spesso è sciatto e inespressivo?
Cultura e spiritualità
Il terzo contenuto è un impegno culturale e spirituale. La nostra parrocchia è veramente impegnata, come prima scelta, in questo impegno spirituale e culturale? una cultura che si fa meditazione spirituale, di un’autentica spiritualità che non è spiritualismo? L’altro giorno parlavo con il Vescovo di Lourdes ed era veramente preoccupato di questa scollatura tra un impegno serio che fanno da tanto tempo al Bureau di Lourdes per lo studio delle guarigioni e questa corsa alle guarigioni. L’impegno spirituale non può essere quello di dare spazio a queste forme spiritualistiche di chi non può fare a meno di emozioni per alimentare la propria fede. È pur vero che ci sono persone che si convertono, ma questo non deve far dimenticare che una pastorale autentica è quella di un cammino faticoso che la comunità cristiana deve compiere: una spiritualità che sia veramente culturale, nel senso vero del termine, e che recuperi anche i valori della spiritualità popolare che rischia di essere sviata. La settimana liturgica tenuta a Taranto ha trattato proprio questo tema dominante per un recupero tra la liturgia e la pietà popolare.
La carità
Altro contenuto importante, a mio parere, è il servizio della carità. Qui c’è tutto il problema della Caritas e io credo che la Caritas abbia un compito importantissimo per la credibilità della Chiesa in Italia. Se la Chiesa in Italia ha ricuperato credibilità l’ha ricuperata proprio attraverso le iniziative della Caritas. Nelle parrocchie alle volte la Caritas è soltanto una struttura, un gruppo di persone che si occupano della carità, cioè una riedizione del gruppo della S. Vincenzo o altro gruppo caritativo, ma non è l’espressione ministeriale dell’impegno della carità che è l’aspetto dominante della comunione con Cristo e quindi della fraternità nella comunità cristiana.
C’è poi anche il rischio di privilegiare la carità organizzata alla carità personale come dimensione dell’uomo che mette veramente la sua vita al servizio. La carità non deve aspettare soltanto le iniziative straordinarie (terremoti, alluvioni ecc…) ma è una dimensione fondamentalmente quotidiana della vita di una comunità che si esprime nel servizio. Solo educando alla carità noi possiamo ricreare le necessarie condizioni per la maturazione delle vocazioni. Pensate soltanto al servizio civile in Italia nato da questo filone della Caritas che sta suscitando delle vocazioni, orientato ad un’obiezione di coscienza che nasce da una vera esigenza di carità e quindi di libertà e di autenticità.
La testimonianza
E l’ultimo contenuto è quello della testimonianza. Abbiamo bisogno di testimoni che non stiano nascosti dentro l’istituzione. Non si è testimoni se non si ha il coraggio di portare avanti, nel rischio, la proposta vocazionale. Tutte le vocazioni tanto nell’Antico come nel Nuovo Testamento sono delle vocazioni a rischio. Ma, attenzione, mi pare che qualche giovane sceglie il sacerdozio o la vita religiosa non tanto per rischiare ma per evitare il rischio, per essere coperto e in qualche modo coccolato dalla istituzione.
La testimonianza deve necessariamente portare a questo rischio, a questo rinnovamento profondamente profetico della vita della Chiesa. Questa è forse la paura peggiore dei giovani di oggi. Ma è proprio questa la carica vocazionale che noi possiamo dare alle nostre comunità parrocchiali, questa formazione alla testimonianza profetica di chi veramente sa andare oltre, al di là, che ha il coraggio di rinnovarsi continuamente in questa nuova proposta nella fedeltà. Questo è il difficile: essere profeti, essere nuovi nella fedeltà al vecchio… Certamente la testimonianza e la profezia sono gli aspetti vocazionali più fondamentali e il giovane di oggi ha bisogno di vedere testimoni.
CDV e parrocchia
Veniamo al terzo punto: il servizio che il Centro Diocesano Vocazioni deve dare alla parrocchia. Vorrei suggerire quattro cose.
Il CDV deve stare dentro la parrocchia, non basta offrire dei servizi. Non basta offrirsi per tenere la settimana vocazionale, per portare un giovane a un incontro di fine settimana. Questi sono servizi di lusso dentro la parrocchia. Noi dobbiamo essere animatori dentro le parrocchie perché è la parrocchia che si deve muovere. Il CDV deve incarnarsi sempre più dentro la parrocchia, dentro i ritmi di cammino che la parrocchia compie. Ci sono parrocchie che hanno membri più vivaci, più attivi, più illuminati che fanno un cammino più spedito e quelle invece che questo cammino lo fanno più lento. Non basta allora presentare lo schema delle settimane vocazionali, quasi come un’etichettatura, quasi come una pastorale vocazionale di cartello, bisogna entrare dentro a quelle che sono le dinamiche della parrocchia.
Secondo punto: dentro la Chiesa locale. Come dicevo al principio, se il Centro Diocesano Vocazioni diventa un’altra casella dell’organigramma e trova la sua collocazione dentro una struttura funzionale è la sua morte, perché la sua casella sarà piccola di fronte alle grandi caselle che sempre più cercano di allargarsi. Ci rimette, di fatto, quella che ha spazi di potere meno strutturati. Il CDV deve diventare l’anima dentro a tutti i servizi che la pastorale diocesana propone, non deve difendersi dentro un ambito proprio a confronto o in dialogo con le altre strutture diocesane, ma deve animare e innervare le strutture diocesane affinché propongano sempre più, all’interno delle loro progettazioni, la dimensione vocazionale. Questo significa fare pastorale vocazionale unitaria.
Terzo punto: con il presbiterio. Far crescere la dimensione unitaria e comunitaria del presbiterio. Io credo che questo sia il servizio più difficile ma anche più utile che il sacerdote che dirige il CDV faccia, opportune e importune. Ogni volta che il presbiterio si riunisce, egli faccia riferimento a questa esigenza fondamentale di condividere a livello di presbiterio la pastorale vocazionale. E chiaro che occorre avere un rapporto personale con i singoli Vescovi che devono farsi carico. Questa stimolazione va fatta continuamente attraverso le iniziative ecc. che il CDV propone, altrimenti resteremo sempre in una pastorale settoriale, comoda perché esonera il prete di occuparsene, ma non fa camminare il presbiterio verso questa esigenza fondamentale di rinnovamento delle vocazioni.
Il quarto servizio riguarda i laici. Il CDV deve promuovere autentiche vocazioni laicali, credo che sia fondamentale la presenza dei rappresentanti degli Istituti Secolari. La secolarità come consacrazione. Pochissimi conoscono questa vocazione che può diventare e deve diventare sempre più irrinunciabile per una Chiesa che vuole essere presente nelle realtà temporali. Questo discorso della verginità secolare è un discorso affascinantissimo che, purtroppo, spesso non promuoviamo perché ci preoccupiamo delle vocazioni sacerdotali, religiose, delle vocazioni missionarie, ma poco ci preoccupiamo delle vocazioni secolari, e questo mi pare che sia un altro aspetto importante per il rilancio di una laicità che diventa veramente ministeriale proprio nella consacrazione dentro i voti religiosi.
Infine, l’ultimo è il mondo. Ho già detto quello che il Centro diocesano vocazioni può diventare veramente: strumento di servizio alla parrocchia nella misura in cui l’aiuta ad aprire le porte nella dimensione della mondialità. È qui che nasce l’impegno missionario. Ci sarebbe molto da dire anche su questo punto, perché la dimensione missionaria nelle nostre parrocchie non è molto ben compresa. Si fa la giornata per le missioni però la giornata missionaria è fondamentalmente soltanto una raccolta di offerte da mandare poi alle Pontificie Opere. Ci sono nelle nostre diocesi moltissimi impegni per il terzo mondo; moltissimi preti si dedicano al loro servizio lasciando le loro diocesi. Questo è un dato molto positivo, però non so fino a che punto ne siano coinvolte come soggetto collettivo le nostre parrocchie.
Allora credo che la componente missionaria “Ad gentes” deve aprire nelle nostre parrocchie queste finestre sul mondo, escano esse dal loro provincialismo, ossia dalle loro strutture che esauriscono questa carica solo dentro ai servizi ecclesiali e si aprano a questo respiro di autenticità e di libertà.