Chiesa particolare e piano pastorale per le vocazioni
Il presente numero di ‘Vocazioni’ s’ispira e nasce da una felice constatazione: negli ultimi anni alcuni Vescovi italiani, al momento d’iniziare il loro ministero nella chiesa particolare affidata loro dal S. Padre, hanno fatto la scelta prioritaria della pastorale vocazionale.
Le pagine che seguono ne sono una documentazione. Sono stati infatti promossi Convegni tematizzati sulle ‘vocazioni’ per dare il “la” al programma annuale; in alcuni casi il pensiero del Vescovo ha trovato una specifica sistematizzazione in una lettera pastorale; in altri ne è nato un vero e proprio piano organico per le vocazioni.
Osservando da vicino la scelta preferenziale e prioritaria per le vocazioni di questi pastori, mi sembra di poter cogliere alcune istanze e motivazioni teologico pastorali molto interessanti. Senza dimenticare che il problema vocazioni messo in cifre è ancora davvero preoccupante – in questi ultimi anni si registra qualche segnale positivo, che fa pensare ad una frenata della crisi non certo ad un superamento di essa – mi sembra che l’opzione per la pastorale delle vocazioni nasca quasi naturalmente dalla nuova immagine di Chiesa emersa dal Vaticano II e da una maturata consapevolezza ecclesiale a tutti i livelli del popolo di Dio, che il Piano pastorale per le vocazioni della Chiesa italiana così riassume: “La pastorale delle vocazioni nasce dal mistero della Chiesa e si pone a servizio di essa. È quindi necessario che l’impegno di mediazione tra Dio che chiama e coloro che sono chiamati divenga sempre più un fatto di Chiesa… costituita nel mondo come comunità di chiamati è, a sua volta, strumento della chiamata di Dio”[1].
Da qui la necessità, se si vuole in forme e modi diversi come documentano anche le pagine che seguono, di un salto di qualità della pastorale vocazionale nelle chiese particolari italiane.
Da una pastorale vocazionale ridotta o espressa da qualche iniziativa vocazionale lasciata alla buona volontà dell’uno o dell’altro ad una pastorale delle vocazioni pienamente assunta dal piano o programma pastorale diocesano.
Il problema vocazionale è sì essenzialmente teologico, quindi soprannaturale – “esso si radica nel mistero stesso di Dio e della Chiesa” – ma “il rischio che oggi forse si può correre, non e quello di dimenticare questa essenziale dimensione soprannaturale della pastorale vocazionale, quanto piuttosto quella di sfumarla, di porla in secondo piano di fronte alla drammatica urgenza dei problemi concreti e organizzativi, promuovendo così una pastorale manchevole e povera”[2].
Mi chiedo pertanto: la pastorale delle vocazioni come può essere assunta dal ‘piano-programma diocesano’ perché “la Chiesa, che è ‘vocazione’ per nativa costituzione, ed è anche generatrice di vocazioni” possa davvero manifestare che “un vero dinamismo vocazionale si nasconde nel profondo della Chiesa stessa ed appartiene al suo essere prima ancora che al suo operare?”[3]
Il Vescovo ‘pastore delle vocazioni’
Credo, anche se può essere a prima vista dato per scontato, che tutti i credenti in una Chiesa particolare siano chiamati a coltivare, nella fede e nella prassi pastorale, tale identità del proprio Vescovo: il ruolo del pastore della diocesi come “primo responsabile delle vocazioni” nella sua Chiesa, quindi “guida e coordinatore della pastorale d’insieme e della pastorale vocazionale”[4].
Il Vescovo – ‘pastore delle vocazioni’ – a partire dalla natura teologica della chiesa particolare ‘comunità di chiamati’, anima e promuove una ‘diocesi tutta vocazionale’ formando e sollecitando tutti gli educatori alla fede, in particolare i presbiteri ad essere annunciatori e animatori di tutte le vocazioni, specificamente quelle consacrate.
Tale visione teologico pastorale del Vescovo ‘pastore delle vocazioni’ – da coltivare nella fede, quindi nella preghiera costante di tutti i credenti che vivono realmente la vita della chiesa particolare – può essere di sicuro aiuto nel superare una certa situazione di stasi che si sta registrando in ordine alla pastorale vocazionale unitaria.
I religiosi, in particolare, rilevano che mentre le diocesi stanno potenziando il lavoro di pastorale vocazionale – privilegiando di fatto le vocazioni presbiterali – vengono lasciati pochi spazi liberi per la loro azione di annuncio e promozione della vocazione religiosa e missionaria.
La disputa così impostata – al di fuori di una serena visione teologica del ministero del Vescovo e della natura vocazionale della chiesa particolare – potrebbe continuare a lungo e infruttuosa, perché il ‘contenzioso’ anche storicamente è ampio.
Si tratta se mai – sempre a partire dall’ottica teologica del “Vescovo primo responsabile di tutte le vocazioni” e nello spirito di un’ecclesiologia di comunione – di rispondere all’interrogativo di fondo affrontato nelle pagine che seguono: il fatto che il Vescovo sembri privilegiare nell’annuncio le vocazioni al ministero ordinato ha la sua motivazione in un dato contingente – la crisi dei seminari diocesani – o in una visione teologico-pastorale della vocazione al ministero ordinato come ‘fondamento’ delle altre vocazioni che sono dono di Dio alla Chiesa? Quindi e soprattutto: quale la funzione della vocazione presbiterale in rapporto all’annuncio delle altre vocazioni di speciale consacrazione?
Questi interrogativi ci portano ad accogliere e sviluppare la risposta proposta nelle pagine che seguono, circa la motivazione ecclesiologica che sospinge la ‘charitas pastoralis’ del Vescovo a prestare particolare attenzione alle vocazioni presbiterali e al seminario: “il curare le sorgenti della comunità… e rifecondare l’humus culturale della comunità perché sia accogliente e generativo di nuovi germi vocazionali”.
Il piano pastorale diocesano per le vocazioni
Mi sembra che il momento ecclesiale necessiti per le chiese particolari italiane di un piano pastorale diocesano ove la dimensione vocazionale ne sia l’anima e la pastorale vocazionale sia di fatto la ‘punta di diamante’ dei programmi pastorali annuali.
In che senso quindi si può parlare di ‘Piano pastorale diocesano per le vocazioni’?
Anzitutto, anche per quanto riguarda la vocazione e le vocazioni, può valere questa riflessione di fondo: “Non basta la programmazione di qualche felice iniziativa pastorale per dichiarare risolti i problemi e assolti gli impegni che la Parola di Dio propone alla comunità cristiana. È proprio questa Parola di Dio a dirci che le vie di Dio sono misteriose e che l’operosità dell’uomo, se vuole unirsi all’efficacia dell’azione di Dio, deve compiere una profonda conversione nei criteri e nei metodi. La prima cosa che la Parola di Dio ci chiede è un lento cammino di acclimatamento con un nuovo modo di pensare e di vivere”[5].
Mentre ogni operatore pastorale ed ogni educatore alla fede si ‘lascia fare’ permanentemente dalla Parola di Dio in ordine alla maturazione della propria vocazione personale e alla consapevolezza della responsabilità dell’annuncio vocazionale nella chiesa particolare, mi sembra opportuno distinguere – per una migliore ‘collocazione’ dei doni di ciascun credente secondo la propria vocazione e ministero – tra ‘Piano pastorale’ e ‘Programma pastorale’.
Per ‘Piano pastorale’ si designa ordinariamente “una visione d’insieme delle attività diocesane con l’indicazione di strumenti atti a stimolare e coordinare l’azione di tutti. Tale piano ha carattere stabile, pur essendo in continua crescita e adattamento, e vuole tenere conto di tutte le realtà esistenti sulla base delle tradizioni pastorali genuine e riconosciute”[6].
Per ‘Programma pastorale’ s’intende piuttosto un ‘programma’ proposto annualmente o con scadenze biennali che “tocca un punto nevralgico della pastorale ed esprime una delle preoccupazioni fondamentali che portano oggi le diocesi a elaborare progressivamente un loro disegno pastorale: cioè che la Parola di Dio compia la sua corsa e sia glorificata”[7].
Ciò premesso e ritornando alla pastorale delle vocazioni – a me pare che sia opportuno che in un ‘Piano pastorale diocesano’ la dimensione vocazionale sia ‘l’anima’ di tutto il ‘Piano’, ne innervi la visione d’insieme, si traduca, si sviluppi di fatto nei ‘programmi pastorali’ annuali che vengono man mano maturando in una chiesa particolare. Quando non si ritenga opportuno, nello sviluppo globale di un Piano diocesano, coinvolgere una chiesa particolare nella scelta di un ‘programma pastorale’ annuale affrontando specificamente come ‘punto nevralgico’ la tematica della pastorale delle vocazioni. In questo caso si potrebbe parlare di un vero e proprio ‘Piano programma pastorale diocesano per le vocazioni’.
In questo quadro è essenziale in ogni modo che il ‘programma annuale’ del centro diocesano vocazioni, che s’ispira e si sintonizza con il ‘programma pastorale’ generale della diocesi, venga di fatto assunto nel ‘piano programma’ pastorale diocesano. È consequenziale che gli stessi ‘itinerari’ proposti e animati dai vari uffici pastorali diocesani non manchino della dimensione vocazionale e siano disponibili, secondo le proprie competenze e lo spirito del Piano programma diocesano, a mediare le proposte del programma vocazionale proposto al Centro diocesano vocazioni.
Note
[1] CEI, Vocazioni nella Chiesa italiana, n. 1.
[2] CEI, Idem, presentazione.
[3] CEI, idem, n. 5.
[4] Congregazione per l’Educazione Cattolica, Documento Conclusivo del 2 ° Congresso Internazionale per le Vocazioni, Roma 1981, n. 29.
[5] C.M. Martini, In principio la Parola, in Programmi pastorali diocesani 1980-1990, ed. Dehoniane, Bologna, p. 90.
[6] C.M. Martini, Idem, p. 44.
[7] C.M. Martini, Idem, p. 44.