Il vescovo, primo annunciatore delle vocazioni al ministero ordinato e di speciale consacrazione
Il contributo che mi viene chiesto non riguarda tanto la metodologia, quanto i criteri pastorali con i quali un Vescovo si fa primo annunciatore delle vocazioni non solo laicali (e cioè i vari cammini spirituali e apostolici che riguardano i singoli fedeli laici), ma specificatamente quelle al ministero ordinato (diaconi e presbiteri) e quelle di speciale consacrazione (religiosi, missionari, membri d’istituti secolari e di società di vita apostolica).
Discernere i doni
Vale ricordare la parola di Gesù sulla valorizzazione dei talenti, anche d’uno solo (Cfr. Mt 26, 24-27); la parola di Pietro perché “ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri” (1Pt 4,10); la parola di Paolo che afferma categoricamente: “a ciascuno la manifestazione dello Spirito è data perché torni a comune vantaggio” (1 Cor 12,7).
Ne consegue una Chiesa tutta carismatica, anche di carismi “più semplici e più comuni” da “accogliere con gratitudine e consolazione”; tutta, in prospettiva, ministeriale, essendo carismi “utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa” e quindi alle sue “necessità”; tutta comunionale, essendo “uno ed unico” il Popolo di Dio, vivificato dallo Spirito Santo che “è principio d’unione e d’unità”. Sono conclusioni ben note del Concilio (LG 12-13) circa la natura della Chiesa, costruita incessantemente dallo Spirito Santo, che “distribuisce a ciascuno i propri doni come piace a Lui” (1 Cor 12,11).
È in questo contesto di carismaticità, ministerialità, comunionalità che occorre leggere le “vocazioni” all’interno del Popolo di Dio, operando verso di esse saggio discernimento e illuminata educazione, in particolar modo verso i carismi particolari entro i quali vanno intese anche le vocazioni di speciale consacrazione. Sono dati anche oggi questi carismi? Certamente e in abbondanza. Il problema vero è quello di discernerli e di portarli allo scoperto, essendo spesso sepolti sotto strati d’ignoranza, paure, disattenzioni.
In questo lavoro di sensibilizzazione e di discernimento, così ben descritto dalla P.O. 11, il Vescovo ha una parte di primaria importanza, che non si esaurisce in una calda esortazione, ma potrebbe di per sé arrivare, ne parliamo in linea solo teorica, sino ad una “chiamata” autorevole, per particolari servizi, se ci siano le condizioni e i requisiti (i “segni”), sempre nel rispetto della libertà della persona. Si tratterebbe d’un intervento pastorale ex authoritate, “affinché nel Popolo di Dio qui sulla terra non manchino mai gli operai” (P.O.). Il problema vero, in tal caso, sarebbe quello di trovare adeguata sensibilità spirituale per capire il senso di questo intervento a favore d’una comunità ecclesiale “eucaristica” e “missionaria”.
Quotidiana sollecitudine
In ogni caso ogni Vescovo deve far sue le parole di Papa Giovanni XXIII: “Il problema delle vocazioni ecclesiastiche e religiose è quotidiana sollecitudine del Papa, è sospiro della sua preghiera, aspirazione ardente della sua anima”[1]. E non solo perché ha scarse vocazioni in diocesi, ma perché queste vocazioni sono un’esigenza di chiesa, la quale deve avere presbiteri che rappresentino sacramentalmente il Cristo capo del corpo e buon pastore, e religiosi che, in mezzo al Popolo di Dio, “col loro stato testimoniano in modo splendido e singolare che il mondo non può essere trasfigurato e offerto a Dio senza lo spirito delle beatitudini” (LG 31).
Le vocazioni al ministero ordinato e quelle di speciale consacrazione mostrano con evidenza la vitalità della chiesa locale, così come la mostrano i “santi” dalla virtù eroica e i missionari. Sono espressioni ed emergenze d’una Chiesa viva, prima che ministeri “in funzione” d’un servizio pastorale.
Il Concilio ha parole chiarissime per esprimere il ruolo del Vescovo come primo animatore e suscitatore di vocazioni. Ne parlano: il decreto Christus Dominus, che chiede di attivare con la santità i due fattori fondamentali d’ogni vocazione: il modello e la comunità; il decreto Perfectae Caritatis, che ricorda, tra i “seri sforzi” da mettere in opera, anche la predicazione ordinaria e l’opera educativa dei genitori; il decreto Optatam Totius, che ribadisce il fatto che “ai Vescovi appartiene stimolare il proprio gregge a favorire le vocazioni, e curare a questo scopo lo stretto collegamento di tutte le energie e di tutte le iniziative”, arrivando “come padri” ad “aiutare senza risparmio di sacrifici” i chiamati (n.2).
Con il Vescovo è impegnata l’intera comunità diocesana: “Una comunità ecclesiale, dice Giovanni Paolo II, dà prova del suo vigore e della sua maturità con la fioritura delle vocazioni”, giacché suo è “il rovere di dare incremento alle vocazioni” (O.T. 2). In quest’opera “la chiesa locale deve incoraggiare ed utilizzare il contributo di tutte le persone consacrate”: ciò esige fraterna collaborazione “anche tra consacrati e laici”[2]. Ed anzi “ciascuno di noi può divenire strumento della grazia della vocazione. A volte, una parola detta ad un giovane, o una semplice domanda, possono svegliare in lui l’idea della vocazione. In particolare gli educatori…”[3].
Essendo la preghiera la prima pastorale vocazionale (Cfr. Mt 9,38), che “non può certamente mancare d’efficacia”[4] c’è da promuovere con particolare insistenza ed organicità questa pastorale: è quello che personalmente faccio in ogni incontro con la gente, al punto che ormai non manca più, in nessuna Messa da me presieduta, l’intenzione di preghiera per tutte le vocazioni di speciale consacrazione. Su questa linea si pongono più iniziative vocazionali, che sono comunemente adottate in ogni diocesi: adorazione eucaristica mensile, veglie periodiche di preghiera ed esperienze forti di spiritualità con i giovani, coinvolgimento di fanciulli e di malati, iniziative di volontariato ecc. Alla preghiera partecipano, con significative testimonianze, i consacrati delle varie categorie, i quali fanno pure parte degli appositi organismi diocesani.
Vocazioni consacrate
Relativamente alle vocazioni di speciale consacrazione, il documento Mutuae relationes del 1978 dà orientamenti più mirati, chiedendo di vedere proprio nella pastorale vocazionale, – definita come “un’azione concorde della comunità cristiana per tutte le vocazioni, così che la Chiesa venga edificata secondo la pienezza di Cristo e secondo la varietà dei carismi del suo Spirito”, un “campo privilegiato di collaborazione tra i vescovi e i religiosi”.
È una prospettiva nuova, potremmo dire profetica e stimolatrice, che spinge a prendere iniziative “sapientemente coordinate sotto la guida dei vescovi, cioè secondo i compiti che spettano… a tutti coloro che operano nel campo pastorale”: una pastorale vocazionale svolta in comune, concordemente, con piena dedizione di ognuno (coniunctim, concorditer, piena uniuscuiusque opera).
Da dove cominciare? Intanto cominciamo dallo stesso punto: “urge la necessità di promuovere con frequenza iniziative di preghiera”.
Questo compito del lavorare insieme per la primaria opera delle vocazioni cominciando dalle iniziative di preghiera, a me sembra il primo passo, che è poi quello decisivo, per camminare lungo il percorso variamente accidentato delle “mutue relazioni” tra consacrati e chiesa locale.
Nella preghiera in comune rientrano, ovviamente, anche la catechesi del Vescovo per illustrare tutte le vocazioni, le testimonianze delle diverse vocazioni, le esperienze di pastorale vocazionale nelle famiglie, nei gruppi e associazioni, nelle parrocchie.
Anche per le vocazioni di speciale consacrazione varrà la strategia globale di “vocazionalizzare” tutta la pastorale, in maniera che l’ansia vocazionale percorra trasversalmente ogni attività evangelizzatrice, catechistica, liturgica, caritativa, culturale e persino ricreativa.
Non dovranno parimenti mancare giornate “vocazionali” vissute da tutti i consacrati insieme, che consentano di conoscersi e apprezzarsi reciprocamente, rimotivando il “cammino insieme” a servizio della stessa chiesa locale e, prima ancora, di tutta la Chiesa, ben sapendo che la missionarietà è un orizzonte esigente per tutti i consacrati, sacerdoti diocesani compresi.
È chiaro che gli operatori pastorali cresceranno in sensibilità quanto più i valori delle “mutue relazioni” impregneranno di sé le scelte pastorali: il discorso, dopo lunghi tempi di disattenzioni reciproche, non è facile, come dimostra anche la sofferta ricezione di quel documento. In ogni caso il Vescovo rimane al centro di questo snodo ecclesiale: mutue relazioni e pastorale vocazionale specifica interagiscono e si influenzano reciprocamente. Egli deve quindi entrare più decisamente nel suo ruolo proprio di “perfezionatore” della vita religiosa, e quindi di promotore autorevole d’ogni vocazione nel contesto d’una autentica ecclesialità[5].
Tutte le vocazioni
La Christifideles Laici, poi, parla anche degli stati di vita e delle vocazioni laicali (Cfr. particolarmente i nn. 55-56), affermando che “tutti e ciascuno lavoriamo nell’unica e comune vigna del Signore con carismi e con ministeri diversi e complementari”, i quali vanno intesi “già sul piano dell’essere, prima ancora che su quello dell’agire” onde esprimere, attraverso questa compaginazione di presenze e di ruoli, “l’infinita ricchezza del mistero di Gesù Cristo” (n. 55). In questo intreccio di rapporti e di ministeri da sviluppare sulla linea della comunione, “i Pastori della Chiesa non possono rinunciare al servizio della loro autorità” (n. 31).
I due documenti Mutuae relationes e Christifideles laici accelerano i tempi d’una nuova comprensione del problema vocazionale, e sollecitano ulteriormente i Vescovi ad assumere con maggior impegno il loro ruolo di costruttori della Chiesa prefigurata dal Concilio, onde devono relazionarsi a tutti i ceti e le categorie del Popolo di Dio. Questo coinvolgimento più diretto e continuativo porterà, per necessità di cose, ad annunciare con più forza tutte le vocazioni, che sono “infinite varie modalità secondo cui tutti e singoli i membri della Chiesa sono operai che lavorano nella vigna del Signore edificando il Corpo mistico di Cristo” (n. 56): comprese le vocazioni al ministero ordinato, che “rappresenta la permanente garanzia della presenza sacramentale, nei diversi tempi e luoghi, di Cristo Redentore”, e allo stato religioso, che “testimonia l’indole escatologica della Chiesa, ossia la sua tensione verso il Regno di Dio” (n. 55).
Che fare, allora?
Cosa deve fare, a questo punto, un Vescovo se non lasciarsi guidare nel suo lavoro pastorale da queste autorevoli sollecitazioni? Per mio conto, relativamente alle vocazioni di speciale consacrazione, penso, ad esempio, ad operare sul piano dapprima dei convincimenti e degli atteggiamenti personali, quindi delle iniziative concrete, attivando più frequenti incontri di preghiera, ed anche di formazione e di spiritualità, con i presbiteri, i diaconi, i religiosi, le religiose, i membri di istituti secolari e di società di vita apostolica, per riconoscerci reciprocamente come appartenenti ad un’unica convocazione dello Spirito e vivere nella chiesa locale, ma non soltanto per la chiesa locale, la radicalità dell’evangelo secondo “modalità insieme diverse e complementari, sicché ciascuna di esse ha una sua originale e inconfondibile fisionomia e nello stesso tempo ciascuna di esse si pone in relazione alle altre e al loro servizio” (Cfr. LG 55). Devo avere cioè più contatti per conoscere e per apprezzare sempre meglio, io per primo, il valore del carisma religioso nella Chiesa, ‘e nella mia Chiesa in particolare. Questo dialogo più aperto e continuativo, che mette il Vescovo a contatto diretto con le vocazioni di speciale consacrazione, delle quali pure è ‘perfezionatore” e “padre” (M.R. 9), rientra anch’esso nella prospettiva della preghiera “sacerdotale” di Gesù, e l’unione di tutti i consacrati si fa prova “apologetica” della origine divina del Signore: “Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me” (Gv 17,23).
NOTE
[1] Intervento al I Congresso Internazionale per le Vocazioni di speciale consacrazione, Roma 16 Dicembre 1961.
[2] Documento Conclusivo del II Congresso Internazionale per le Vocazioni, n. 56.
[3] Giovanni Paolo II, Angelus del 4 febbraio 1990.
[4] Ivi.
[5] Cfr. CEI, Vocazioni nella Chiesa italiana, Roma 1985, n. 1.