N.03
Maggio/Giugno 1990

Famiglia: prima comunità vocazionale

 

In margine al convegno

Da un’inchiesta condotta dal Centro Regionale Vocazioni della Lombardia nel 1985 sull’argomento riguardante la famiglia e le vocazioni emerge che circa il 70% dei genitori intervistati attribuisce la crisi di vocazioni al fatto che i giovani non ricevono più in famiglia una vera formazione cristiana è fuori dubbio che la mancanza di formazione familiare incide in maniera rilevante sul fiorire o meno delle vocazioni. L’ambiente familiare sereno ed affettivamente equilibrato è l’humus ideale per la scoperta e lo sviluppo dei germi vocazionali. La storia della vocazione di molti inizia da lontano, dalla fanciullezza, nella quale si acquisiscono una bontà d’animo, un’apertura agli altri, dove si sogna informa fantastica il futuro e dove si hanno certe intuizioni circa il proprio avvenire. Non solo nella fanciullezza, però, ma pure nella preadolescenza ed anche nella giovinezza. La famiglia resta comunità di riferimento e di appartenenza, accompagnatrice dei suoi componenti in un cammino di crescita spirituale e vocazionale. Certo che ciò si verifica, allorquando la famiglia dimostra una “tenuta”, nonostante le difficoltà, come spazio educativo – vocazionale.

La buona salute della famiglia si ripercuote sulla buona salute del fenomeno delle vocazioni, come la crisi attuale delle vocazioni è legata alla crisi dei nuclei familiari. I sociologi cercano di studiare l’andamento dell’istituzione familiare, evidenziandone le problematiche che essa incontra in riferimento alla funzione formativa.

La tendenza della famiglia italiana a contare, in media, un figlio per coppia, una certa resistenza ad accettare i figli, la minor saldezza del rapporto di coppia, la crescita considerevole delle convivenze non consacrate dal matrimonio, l’individualismo borghese che in genere connota la famiglia collegato con la crisi dei valori cristiani: sono tutti fattori che rendono ardua l’azione educativa e non favoriscono una scelta vocazionale genuina dei ragazzi e giovani.

Su di un piano pastorale si avverte l’urgenza che la famiglia, aiutata dalla comunità ecclesiale, divenga protagonista dell’educazione cristiana e dell’orientamento dei figli. Ecco ritornare particolarmente opportuno il Convegno nazionale, promosso dal Centro Nazionale Vocazioni e dalla commissione famiglia della CEI, tenuto a Roma ai primi di gennaio, su “Famiglia oggi: quale spazio per la maturazione vocazionale?”, con lo scopo di mettere a fuoco la realtà familiare odierna, di studiare il modo con cui essa possa avere una valenza positiva in proposito e di dare origine ad una collaborazione tra la comunità ecclesiale e la famiglia per una continuità educativa in ordine alla promozione delle vocazioni. Volendo cogliere una direzione del Convegno, possiamo affermare che dall’attenzione ai fattori di carattere sociologico sopraccitati, che rendono problematico e difficile il discorso formativo e vocazionale, si è passati ad una riflessione di taglio psicologico-sociale e poi pedagogico, con l’intento di cogliere le dinamiche delle relazioni familiari e di indicare le opportunità che una famiglia può cogliere per meglio svolgere il suo ruolo educativo – vocazionale. In fondo le scienze umane ci vengono in aiuto per studiare le condizioni indispensabili, perché la famiglia divenga comunità educante di personalità cristianamente ben orientate, e perché l’habitat familiare sia favorevole alla maturazione della risposta alla chiamata di Dio. Senza voler strumentalizzare la famiglia, alfine di avere più vocazioni sacerdotali e religiose, anzi cercando di riscoprirne l’identità originale, pare di poter indicare due piste da battere per l’enucleazione delle valenze educative al riguardo: la prima consiste nel mettere in guardia contro alcuni atteggiamenti oggi diffusi, la seconda propone un triplice itinerario educativo – vocazionale. Per primo occorre aiutare i genitori a prendere le distanze da un modello di vita familiare che garantisce un servizio formativo molto esteriore e prevalentemente basato sulla logica dell’avere, del far carriera, dell’apparire. Secondo tale modello i genitori si fanno diligenti accompagnatori dei figli alla scuola, alla palestra, alla lezione di musica, di danza, alla gita turistica…, e cercano in ogni modo di non lasciar mancare cose a figli, assicurano loro, magari a fatica, un look alla moda, sono preoccupati eccessivamente della loro salute fisica e studiano per essi una professione apprezzata e redditizia economicamente. Simili atteggiamenti vanno corretti o completati o integrati in un progetto pedagogico – familiare, finalizzato allo sviluppo integrale della persona, che cura sia l’aspetto fisico, che intellettuale, affettivo, morale e religioso.

 

 

Itinerari pedagogico – vocazionali familiari

Il triplice itinerario da seguire per l’orientamento dei figli consiste nell’accoglienza di questi con amore incondizionato sin dalla nascita, nella testimonianza dei genitori e nel preparare ai figli un ambiente culturale adatto per la formazione vocazionale. La famiglia si fa così la prima comunità vocazionale. In primo luogo è indispensabile la piena accoglienza del figlio che nasce come valore: occorre dargli il senso di essere una persona che vale non per quello che dà o fa ma per quello che è; è necessario che si senta accettato, amato, così che sia portato, dopo un’esperienza gratificante dell’amorevole accoglienza, ad accettare se stesso, a porre “una fiducia di base” in sé e negli altri, nei riguardi dei quali espande sentimenti di serenità e d’amore. Il bambino che sperimenta una relazione gradevole con i genitori, essendo oggetto d’amore e di stima, percepisce sé come buono e degno di fiducia e d’amore, diventa capace di autostima e di fiducia verso gli altri, a cui si sente invogliato a dare, dopo aver ricevuto. In ultima analisi il bambino, dopo aver fatto incetta d’amore, parte con questa riserva d’affetto per tentare la bella avventura di donare amore. E dunque in casa nei primi anni, sia pure informa embrionale, vengono poste le dimensioni – base della personalità, la quale dopo la piacevole esperienza d’affetto provata sulla propria pelle, si apre agli altri, alla condivisione, alla solidarietà, all’amore oblativo. In secondo luogo fa testo la “vocazionalità vissuta” dei genitori, ossia la loro esistenza vissuta in termini vocazionali: vale a dire sono eloquenti la vita di coppia nella relazionalità affettiva e nella complementarietà, la paternità e la maternità nel dono quotidiano ai figli, la capacità di aprirsi con ottimismo, al di là della ristretta cerchia degli interessi familiari, dando origine a una famiglia che vive non “a porte chiuse” e sulla difensiva, ma aperta alla comunità. Genitori, vocazionalmente realizzati, fungono da modelli di identificazione, suscitando nei figli predisposizioni, modi di pensare e di sentire che sono di premessa per scelte future riuscite. Come la vita di fede genera la fede, così la vita di fedeltà alla propria vocazione genera vocazioni.

Non è fuori luogo ricordare che viene a prodursi quasi un “contagio esistenziale” per cui i genitori esercitano un influsso sui figli, ma pure questi in cammino vocazionale sono di stimolo positivo e per i fratelli e per i genitori cui rimandano effetti positivi, immettendoli in un processo d’educazione permanente alla propria vocazione, proprio mentre curano la vocazione dei figli.

In terzo luogo urge riqualificare la famiglia come “chiesa domestica”, dove si vive cristianamente e si elabora una cultura ispirata al vangelo, e dove si dà origine ad una educazione feriale, cristiana. Occorre mettere in atto tutta una pedagogia che tende a fare spazio all’ethos originale cristiano, alla moralità cristiana che implica la prassi del dono, la via del sacrificio e del servizio, la logica dalla gioiosa gratuità. Ma l’agire cristiano fa riferimento a delle Persone: a Dio Padre, a Cristo, fratello ed amico, allo Spirito santificatore.

Genitori e figli cristiani testimoniano il primato di Dio nella vita e si lasciano educare da Lui, disponibili a spendere la vita secondo la sua volontà. La famiglia diventa così il lungo naturale per la “vocabilità” e la formazione vocazionale dei figli nella misura in cui sa educare a credere e ad amare fino al dono della vita al Signore e al prossimo. Certo che la famiglia riuscirà ad essere più se stessa, più “chiesa”, costruttrice di persone di fede e di carità, se collegata e sostenuta dalla comunità ecclesiale. Pastorale familiare e pastorale vocazionale sono chiamate a procedere insieme, ad integrarsi reciprocamente, se l’una e l’altra vogliono offrire un valido apporto alla costruzione della personalità cristiana dei medesimi destinatari. Si auspica che tra la famiglia e la comunità cristiana si approfondisca la stima reciproca e il legame di collaborazione, così da realizzare una convergenza educativa nell’avviare ragazzi e giovani in cammini di fede e carità, che sfociano in scelte vocazionali, e ci si augura che le due istituzioni arrivino allo scambio dei doni che sono loro propri: la comunità attui il ministero dell’evangelizzazione e dell’accompagnamento della famiglia, affinché questa sia in grado di svolgere il servizio educativo e vocazionale, e la famiglia dal canto suo, passando da utente della sollecitudine pastorale comunitaria a protagonista, a soggetto di catechesi, dia, mediante la istruzione, ma soprattutto attraverso “il magistero della vita” il suo apporto rilevante, se non decisivo, nella preparazione di persone oblative, capaci cioè di ricevere e di farsi dono agli altri, dentro la comunità ecclesiale e civile, come lo Spirito suggerisce.