N.04
Luglio/Agosto 1990

Sacerdoti e seminaristi: chiamati per chiamare

Per la Chiesa Italiana il cammino postconciliare, riguardo alla formazione dei presbiteri, è ricco di proposte. Lo documentano, oltre le innumerevoli iniziative delle singole chiese particolari, i preziosi Documenti della Conferenza Episcopale, che sembrano per certi aspetti anticipare il Sinodo dei Vescovi 1990 sul tema appunto “La formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali”.

Tra gli interventi principali della Conferenza Episcopale Italiana, che hanno segnato il passo unitamente ad altri Documenti altrettanto significativi, è sufficiente ricordare “La preparazione al sacerdozio ministeriale: Orientamenti e Norme” (1972); “Seminari e Vocazioni sacerdotali” (1979); “La formazione dei presbiteri nella Chiesa Italiana” (1980); “Lettera” di ripresentazione alle comunità ecclesiali dello stesso Documento (1989). 

Mentre il Centro Nazionale Vocazioni, tramite il presente numero di ‘Vocazioni’, intende offrire un suo pur modesto contributo al Sinodo, sul versante specifico della pastorale vocazionale nel suo inevitabile rapporto con la formazione presbiterale, mi chiedo: come, oggi, i sacerdoti e i chiamati al sacerdozio possono offrire un contributo decisivo alla pastorale vocazionale di una chiesa particolare?La lettura degli autorevoli interventi che seguono offre, nell’insieme, significative risposte a quest’interrogativo.

Da parte mia desidero, in apertura di questo numero, richiamare soltanto due ‘criteri’ di pastorale vocazionale collaudati dal tempo e decisivi anche ai nostri giorni: il presbitero, “chiamato per chiamare”; il seminarista, “giovane per i giovani”.

 

 

I Presbiteri: “Chiamati per Chiamare”

Credo che il dono di Dio, incomparabile per un prete, sia proprio quello di veder sbocciare – nel cammino del proprio ministero – altre vocazioni, come risposta generosa in particolare di giovani incrociati sulle vie dello Spirito.

È ormai noto, e sempre teologicamente e pedagogicamente ricco di verità, il detto: “l’albero del prete è il prete”.

Il servizio del “chiamato per chiamare” fa dunque parte della natura della vocazione e del ministero sacerdotale, della spiritualità propria dell’identità presbiterale.

“Una spiritualità che, vedendo nella nascita e maturazione delle vocazioni un aspetto peculiare della fecondità pastorale, conduce il presbitero ad una preghiera incessante per le vocazioni, ad una testimonianza gioiosa, ad un impegno particolare nella proposta, nel discernimento, nell’accompagnamento”[1].

La pastorale delle vocazioni, nel contesto di un’azione pastorale della comunità cristiana come mediazione di salvezza, possiamo quindi dire che scaturisce quasi naturalmente dalla ‘vita’ stessa del presbitero. Dal suo ‘essere’:

– “Testimone e uomo di preghiera”

“La preghiera quotidiana, personale e comunitaria del presbitero è il primo ambito nel quale tradurre queste responsabilità: la celebrazione eucaristica, la liturgia delle ore, il rosario, l’adorazione eucaristica…”[2].

“Educatore alla fede e alla vocazione”

“Spetta ai sacerdoti, nella loro qualità di educatori alla fede, di curare che ciascuno dei fedeli sia condotto dallo Spirito Santo a sviluppare la propria vocazione specifica”[3].

“Il presbitero guiderà la pastorale ordinaria della comunità in maniera che la dimensione vocazionale sia ritenuta essenziale. L’impostazione catechistica, la liturgia, il servizio della carità, la spiritualità, la cura dei ministranti, la pastorale giovanile e familiare, con i loro cammini ordinari e i momenti forti non mancheranno di presentare la tematica vocazionale e le sue esigenze”[4].

– “Guida spirituale”

“La responsabilità dei presbiteri si estende in modo tutto particolare, nell’orientamento vocazionale, nella direzione spirituale, nella proposta e nell’aiuto ai giovani che manifestano attitudini per la vita consacrata. Una maggior disponibilità al colloquio, all’ascolto dei giovani, sarà di grande importanza sempre, ma specialmente nei confronti di quei giovani che, vivendo la fase tra ‘percezione’ e ‘decisione’; non possono e non vogliono fare a meno dell’aiuto del presbitero”[5].

 

 

I Seminaristi: “Giovani per i giovani”

La chiamata al sacerdozio è un dono; la giovinezza, è innegabile, è per certi aspetti un ‘carisma’. Nel seminarista si coniugano naturalmente questi due doni che hanno sempre fatto del giovane prete il “prete per i ragazzi e i giovani”.

Nella pastorale giovanile e specificamente nella pastorale vocazionale, soprattutto in quelle diocesi in cui non c’è più il seminario o non c’è stato un sufficiente ricambio generazionale del clero, questa assenza per vari motivi fa sentire il suo peso.

Negli innumerevoli incontri, a cui ho assistito in quest’anno, tra giovani e seminaristi, ho osservato spesso volti che si lasciavano interrogare profondamente ed occhi che scrutavano dentro la vita dei loro coetanei incamminati verso il sacerdozio, quasi a carpire il ‘segreto’ di una chiamata e di una risposta che affascina ancora oggi.

La verità pastorale è dunque questa: “Nessuno è più adatto dei giovani per evangelizzare i giovani. I giovani studenti che si preparano al presbiterato, i giovani e le giovani in via di formazione religiosa e missionaria, a titolo personale e come comunità sono i primi ed immediati apostoli della vocazione in mezzo ad altri giovani”[6].

A tale fine sono da considerare privilegiate quelle chiese particolari che in questi anni non hanno dovuto chiudere il seminario o che hanno il dono della presenza nel territorio di istituti di formazione per la vita consacrata.

Come, di fatto, i chiamati al sacerdozio possono dunque tradurre in una chiesa particolare, il proprio e specifico impegno vocazionale? L’interrogativo aprirebbe una lunga ed importante riflessione. Mi permetto solo alcune annotazioni essenziali.

I seminaristi – come un segnale visibile “una luce sul candelabro” – misteriosamente sono “servitori della chiamata” come già i presbiteri, con la fedeltà alla loro chiamata nel coerente approfondimento di essa, in vista di un’adeguata preparazione al ministero sacerdotale secondo le indicazioni della Chiesa.

Una “risposta di vita” che non fa clamore ma si lascia forgiare dalla quotidiana esperienza di preghiera, di studio e di vita comunitaria del seminario. La partecipazione attiva dei seminaristi nella pastorale vocazionale di una chiesa locale – compatibilmente e ad integrazione dei ritmi di formazione del seminario stesso ed al di là delle forme possibili di concreta realizzazione (settimane vocazionali, scuole di preghiera, incontri di orientamento vocazionale…) – è utile e costruttiva se conferma a sua volta che non c’è migliore “pastorale vocazionale”che la proposta di un modo di essere, quindi di una proposta di vita.

 

 

 

 

 

Note

[1CEI, Vocazioni nella Chiesa italiana, Piano pastorale per le vocazioni, n. 32.

[2CEI, Ivi, n. 32. 

[3Presbyterorum Ordinis, n. 11.

[4CEI, Ivi, n. 32.

[5CEI, Ivi, n. 32.

[6] Congregazione per l’Educazione Cattolica, Documento Conclusivo del II Congresso Internazionale per le Vocazioni, Roma 1981, n. 41.