Il ruolo del presbitero nella pastorale vocazionale unitaria
Il suo è un ruolo sicuramente centrale. Non poteva il P.P.V. essere più esplicito quando afferma: “La loro funzione è centrale e insostituibile in ragione del loro stesso ministero” (n. 32). E dentro a questa ottica occorre restare per immaginare una chiesa italiana nella quale i presbiteri tornino ad essere l’asse portante del nuovo impegno che attende tutti a favore delle vocazioni di speciale consacrazione.
L’attenzione di sempre
Non so bene che cosa insegnassero nei seminari, ai futuri preti, 50 o 60 anni fa. Qua e là dai preti più anziani qualcosa si sente dire… Ma di una cosa sono certo: si insegnava ad amare la vocazione degli altri!
“Io non sono gran che come prete, lo vedi da te – era solito dirmi il mio vecchio parroco – ma nel tuo sacerdozio io vedo la mia realizzazione! – continuava guardandomi con occhi ormai inumiditi dalla commozione – perché ci sarà uno che continuerà e farà ciò che io non ho saputo o potuto fare!”. E non era un’eccezione il mio Don Nereo. Una mentalità diffusa nei preti faceva sì che essi, in ragione stessa del fatto che erano preti e forse preti particolarmente felici di esserlo, guardassero con attenzione, simpatia e senso di grande responsabilità quei frugoletti che li circondavano chiassosi all’altare nelle messe domenicali e spesso anche feriali. E non andavano tanto per il sottile nel proporre con chiarezza e convinzione (di “fare del bene” ad un ragazzo) la prospettiva del seminario e figuriamoci se si tiravano indietro quando la famiglia, spesso povera, affermava disarmata di non poter pagare la retta: semplicemente si frugavano in tasca…
Certamente tutto convergeva perché questo settore dell’impegno apostolico dei preti andasse a gonfie vele. Altra cultura, altra società, altri costumi, altro prestigio… c’era una naturalezza di fondo in quella che oggi chiamiamo proposta vocazionale che reclama una certa nostalgia in noi operatori della pastorale vocazionale…
Poi le cose sono cambiate. E sono cambiate in profondità.
Dentro al cambiamento
Ma quali cose, come e perché hanno reso così poco “naturale”, immediata, la proposta vocazionale da parte dei preti ai loro ragazzi? Il discorso si farebbe lungo. Ma abbiamo bisogno di evocare almeno gli aspetti principali della questione per poterci orientare dentro gli orizzonti nuovi che la pastorale vocazionale va immaginando per una rifioritura delle vocazioni di speciale consacrazione. Una nuova cultura. Secolarizzata, edonista e consumista. Il frutto drammatico del processo di secolarizzazione che il mio Don Nereo ha appena intravisto e certamente non compreso… Non c’è più niente da dare per scontato: né una fede naturale e diffusa; né una famiglia aperta, disponibile, gioiosa; né una stima di fondo, culturale, verso il ministero ordinato; né, tanto meno una chiarezza e semplicità di ruoli per il prete… A questo si somma un modo di crescere delle nuove generazioni tanto diverso da quello che comprendeva con chiarezza i valori umani necessari per vivere un’intera vita spesa nella gratuità, nel sacrificio, nella solitudine proprio come era la vita del prete, ma proprio come lo è tutt’ora!
Non possiamo più aspettarci alcun aiuto “naturale” dalla cultura e dai costumi nei quali vivono immersi i nostri giovani. La proposta cadrebbe nel vuoto e in ogni caso parrebbe ridicola.
Ma il dramma vero, in ordine all’argomento di questo mio contributo, si è avuto dal fatto che di fronte a questa situazione la stragrande maggioranza dei preti non ha trovato niente di meglio da fare che scoraggiarsi!
E in più la crisi di identità che molti hanno vissuto dal Concilio in poi li ha resi estremamente cauti nel proporre ad altri ciò che non aveva più pienezza di significato per loro.
È un loro diritto
Ma non può ne deve durare a lungo questo atteggiamento. Comprensibile ma non condivisibile. Perché il poter vivere la propria vocazione, compresa quella sacerdotale o di speciale consacrazione, se il Signore chiama, è un diritto dei nostri ragazzi e dei nostri giovani non un optional! Ho detto tante altre volte che la pastorale vocazionale è impegno che non nasce dalla paura della crisi ma dall’amore per i nostri ragazzi. E questo amore non può non esserci nel profondo del cuore di ogni prete che voglia essere tale. Per questo il riferimento va diritto alla nostra identità profonda e non alle nostre azioni o opinioni. Se essere preti significa essersi lasciati “sedurre” da Dio e donati all’uomo per il tramite di una vita “consegnata” alla chiesa, allora si tratta di guardare la vita, la storia, i nostri ragazzi con lo stesso cuore di Dio! Senza tante storie!
Ed è fuori discussione che se Dio chiama, la persona che è chiamata finisce per trovare la sua vera realizzazione nel potergli dire di sì.
Il ruolo del presbitero nella pastorale vocazionale unitaria si definisce pertanto attorno a questa visione dell’amore per i nostri ragazzi e i nostri giovani. Come pure nei confronti delle nostre famiglie, dei nostri gruppi, perché tutto converga a creare una comunità cristiana capace di generare le nuove condizioni necessarie alla fioritura e alla maturazione vocazionale!
Una nuova sensibilità
Dunque una nuova sensibilità nei confronti del problema della manifestazione e maturazione delle vocazioni di speciale consacrazione. Sensibilità che è rivolta direttamente al destino della persona umana come sopra accennato. Ma anche sensibilità che deriva dal “sentire con la chiesa”. La chiesa considera centrale e prioritaria la questione vocazionale. Essa guarda con apprensione di madre l’insuccesso vocazionale inteso come incapacità e impossibilità delle nuove generazioni di scoprire e vivere la vita come vocazione e la propria vocazione nella vita. Ma sente anche che la mancanza di vocazioni di speciale consacrazione rende impossibile per lei onorare il mandato che Gesù le ha affidato. In particolare è in gioco la sua capacità di essere sacramento di Cristo (come afferma il Vaticano II), se verranno a mancare coloro che di fatto hanno il compito, nella chiesa, di presentare al mondo l’immagine di Cristo “buon pastore”, il consacrato al Padre, il casto, il povero, l’obbediente…
Noi preti abbiamo in questo un ruolo davvero insostituibile. Perché nessuno sente come noi che la chiesa ha bisogno di queste vocazioni: noi che siamo pastori, guide e sacerdoti del popolo di Dio e anima vera della crescita della coscienza missionaria di questo popolo!
Nella nostra spiritualità
Una preghiera incessante si deve levare dalle nostre comunità cristiane per le vocazioni. È fuori discussione che la preghiera per le vocazioni è il primo e fondamentale “mezzo” su cui conta la pastorale vocazionale. Ma le nostre comunità pregano se e come preghiamo noi! Nella vita di preghiera del prete c’è scritto con naturalezza questo dovere prioritario che diverrà preghiera personale incessante. Nella S. Messa, nella liturgia delle ore, nella recita quotidiana del rosario, nella visita al Sacramento… Un ruolo orante dunque e un ruolo che educa alla preghiera per le vocazioni.
Responsabilità primaria
È scritto nel nostro stesso ruolo ministeriale il modo con cui essere dalla parte della maturazione vocazionale delle nuove generazioni.
In parrocchia si tratta di creare una vera e propria comunità “vocazionale”. La nostra stessa parrocchia diventa attenta, solerte, preoccupata per la maturazione vocazionale dei suoi ragazzi, dei suoi giovani ma anche dei suoi fanciulli!
Tutta la pastorale catechetica, liturgica, caritativa, settoriale va pensata e realizzata profondamente animata da questa dimensione e da questa attenzione. E noi preti abbiamo un ruolo insostituibile nel costruire parrocchie capaci di tali slanci vitali.
La direzione spirituale è il nuovo campo attraverso cui deve passare il discernimento e l’accompagnamento vocazionale delle nostre comunità cristiane. Molto, molto più tempo ed energie dobbiamo saper dedicare ai colloqui personali con i nostri giovani. Le tante cose da fare forse altri possono aiutarci a farle ma questa è roba nostra! Da chi andranno?
La promozione della ministerialità, della partecipazione attiva, sono altre vie preziose per il manifestarsi di vocazioni consacrate in coloro che di fatto vanno imparando a vivere la vocazione comune ad essere discepoli di Cristo…
Ed infine la promozione, in parrocchia, del ministero straordinariamente prezioso dell’animatore vocazionale, magari laico, col compito di aiutare e sostenere il servizio di tutti a favore delle vocazioni…
Concludendo
Un piccolo contributo orientativo. Si apprezzi lo schema che vi soggiace. Ciascuno sappia rimpolparlo con la propria fantasia e creatività. Ma di una cosa si può essere certi: il prete è un passaggio strategico e obbligato per tutta la pastorale vocazionale del futuro. E questo lungi dallo sgomentarci sappia essere motivo di nuova esaltazione della nostra vita di preti: lavorare per la vocazione degli altri può anche finire per essere l’unica cosa che sapremo fare: e una vita, nella fede, è ben spesa anche se facesse solo questo! E quanto mi ha insegnato il mio vecchio parroco che tutte queste cose non aveva mai avuto bisogno di studiarle!