Quando la vocazione diviene fondamento etico per le ragazze di oggi
Intendo qui per “etica” il cammino di una persona – nella concretezza del suo essere – verso il proprio dover essere, continuamente verificato dal benessere profondo che se ne esperimenta. In ottica cristiana il dover essere è progettato da Dio ed è perciò “vocazione”.
Su tali termini di riferimento ho confrontato le mie esperienze fra gli universitari, specialmente ragazze che frequentano l’Università ‘La Sapienza’ (e in qualche caso la LUISS) e provengono in sensibile maggioranza da piccoli centri dell’Italia meridionale e centrale.
Ho constatato anzitutto che è molto diffusa tra queste giovani un’etica “laica”, la tensione cioè a un’autorealizzazione sganciata dal progetto di Dio. La religiosità tradizionale assorbita in famiglia si coniuga piuttosto con l’emotività caratteristica di gran parte della cultura contemporanea e particolarmente giovanile: in questo ambito il credo religioso è soprattutto consolazione nell’insicurezza che la tensione verso l’autorealizzazione inevitabilmente provoca in persone rese fragili e vulnerabili dalla complessità e conflittualità del contesto sociale attuale. L’impegno per la propria autorealizzazione è vissuto generalmente con spirito di sacrificio, dove talora però la rinuncia – per esempio a un’uscita o al sonno, per smaltire la quantità di studio programmata – è vissuta come autocoercizione che non dà frutti di gioia ma ripiega su se stessi. “Tanti sacrifici, e poi? Servirà tutto questo a conseguire il risultato che io mi sono prefissato, il progetto che io mi vado costruendo?”.
Molte paure (da quelle per gli esami a quella per la ricerca del posto di lavoro a quella per l’appagamento affettivo e la sua stabilità) rendono le nostre giovani molto attaccate alla famiglia di origine, alla propria immagine, alle proprie abitudini securizzanti. L’amicizia è vissuta come compagnia, bisogno di essere insieme, condivisione di esperienze ed emozioni, protezione contro i possibili insuccessi nello studio e nella vita. La fantasia, l’originalità, l’inventiva, sono talora delegate alle mode, ai mass media, alla musica, ai rotocalchi, in cui si cerca il relax per soddisfare quella gratuità di cui è privato il resto della giornata. Poche seguono i telegiornali o leggono i quotidiani: “Sono già abbastanza preoccupata dalle cose mie, non posso angustiarmi per i problemi del mondo”. Avviene così una rimozione di tutto ciò che riguarda la realtà della vita, i problemi della società e della politica, per non passare al difficile contesto in cui si troveranno a vivere.
Le preoccupano anzitutto le difficoltà familiari, viste per lo più non nella famiglia di origine (che nella maggioranza dei casi rimane per loro un baluardo protettivo), ma nella crisi di coppie di loro conoscenza e specialmente nei modelli recepiti dai mass media. Inoltre è forte in molte delle nostre giovani la preoccupazione per le difficoltà dell’inserimento nella società, data l’esperienza talora drammatica che esse ne fanno nei loro paesi e di cui sentono parlare in famiglia. Venendo a Roma, fuori dal loro ambiente, l’essere dedicate (per 4-6 anni e più) allo studio, le esonera, nella loro percezione, dall’interesse per i problemi lasciati nel loro paese e tra le loro conoscenze, autorizzandole a cercare solo nel divertimento un’alternativa al tempo dello studio. L’attaccamento alle proprie radici culturali – specie per le universitarie provenienti dal Mezzogiorno – è contraddetto talora da una sorta di vergogna per tale sentimento, e nello stesso tempo il senso di inferiorità è misto a risentimento nei confronti dei “settentrionali”. Ma il passaggio dal pregiudizio (in un senso e nell’altro) all’operatività costruttiva è ostacolato dalla voglia di evasione in quelle che aspirano a non esercitare la professione nelle regioni di origine o che sanno di non poterci aspirare; quelle che invece aspirano a tornare nell’ambiente di origine e a ritrovare il proprio contesto affettivo e culturale, sanno di dover mettere in conto l’utilizzazione di “appoggi” che le immetteranno in logiche non condivise ma “necessarie”.
È facile riscontrare tra le giovani, oltre all’insicurezza, un atteggiamento utilitaristico che condiziona tutti i rapporti e perfino il senso del dovere, assunto solo quando è riconosciuto “utile”. Di qui anche lo scetticismo nei confronti della gratuità, la poca stima del volontariato, la sfiducia nell’efficienza della solidarietà verso gli emarginati in ambito locale o internazionale, la tendenza alla delega allo Stato o alla Chiesa o comunque alle “strutture”.
In realtà in tutta questa situazione – descritta qui per sommi capi e con un’inevitabile generalizzazione – si possono individuare molti valori etici autentici: l’attaccamento alla famiglia, il desiderio di una stabilità affettiva, la doverosità, lo spirito di sacrificio, la stima per l’amicizia, e, non ultimo, il bisogno di Dio, in genere inespresso ma reale; le giovani apprezzano molto, quando ne hanno fatto esperienza, le occasioni per un incontro personale con Dio (es. giornate di spiritualità).
Il senso di questi valori però viene in qualche modo limitato dalla ricerca di un’autorealizzazione, programmata senza tener conto del disegno di Dio che interpella la persona e attende una risposta libera e generosa. Ritengo perciò che il primo aiuto da offrire a ogni giovane sia quello che porta a riconoscersi persona “chiamata”, interpellata dal suo Creatore, creata per rispondere a Lui con la propria vita, protesa a scoprire il disegno di Dio e in possesso delle capacità per realizzarlo, con la forza della redenzione operata da Cristo.
Vivendo insieme alle nostre giovani ho sperimentato che è possibile cogliere nelle varie situazioni di ogni giorno l’occasione per suscitare la familiarità con Cristo, liberatore dell’uomo nella sua verità concreta e nello stesso tempo sospinta verso la Verità di Dio. Vengono così aiutate a verificare i loro progetti nel Suo progetto, le loro scelte nella Sua scelta. È un compito educativo necessario e urgente proprio per la forza trainante che la società, e spesso anche la famiglia, esercitano su queste giovani per chiuderle nelle pastoie di un perbenismo di facciata e nell’ansia di un successo progettato all’interno delle logiche vigenti.
Le potenzialità di una generazione tanto recettiva e desiderosa di valori autentici interpellano famiglie, con le quali sarebbe necessario poter costantemente dialogare per un’effettiva collaborazione, ed educatori, perché i modelli e i punti di riferimento siano validi e capaci di accendere convinzioni stimolanti: le incoerenze e la fragilità del cammino dei nostri giovani, bombardati da tanti messaggi va sostenuto con una compagnia disinteressata e corroborante.
Ho infine constatato che alla mancanza di una formazione all’etica della responsabilità corrisponde spesso una mancata risposta alla vocazione personale. In alcune giovani accade che la fede sia puntellata da una pratica religiosa di tradizione e oggi anche dall’associazionismo; una formazione personale profonda è invece indispensabile per avere la forza di vivere coerentemente nelle varie circostanze e situazioni in cui Dio le interpellerà.
L’esperienza del “sentirsi giovani” sulla linea di un Pier Giorgio Frassati – per intenderci con un modello di attualità – cioè, di sentirsi capaci di farsi provocare dalle sfide di Dio, ritengo sia un’esperienza fondamentale da stimolare in una generazione troppo stanca e assuefatta a una società senile e nello stesso tempo malata di giovanilismo.