Catechesi e pastorale vocazionale: riflessioni su un’esperienza decennale
Premessa
Chiedersi come un itinerario ecclesiale di formazione possa educare dei giovani alla scoperta ed assunzione responsabile della propria vocazione battesimale significa, necessariamente, lasciarsi interrogare su due aspetti del discorso strettamente interagenti fra di loro: la prima argomentazione gravita intorno alla scelta dei contenuti della proposta formativa e, consequenzialmente, investe il problema della priorità da assegnare a precise tematiche; la seconda chiama in causa la scelta metodologica. Entrambe entrano a far parte integrante di un qualsivoglia progetto catechistico, ricoprendo un ruolo parimenti fondamentale e reciprocamente condizionante, soprattutto quando l’obiettivo da conseguire non vuole esaurirsi nella sola informazione religiosa, per quanto puntuale e precisa essa possa essere, o nell’educazione comportamentale dei soggetti sotto il profilo di una morale spicciola quanto banale, ma è tutto incentrato intorno ad aspetti ritenuti fondamentali. All’interno di un progetto, tali aspetti devono concorrere – nel loro insieme – alla definizione di un’unica realtà processuale formativa, che fondi una catechesi caratterizzatesi per essere motivante ai fini della scelta vocazionale personale e comunitaria; il primo aspetto può essere individuato nell’aiuto alla interiorizzazione della propria fede, una volta che la si è scoperta come autentico dono di Dio; il secondo è teso a suscitare la consapevolezza di una personale chiamata alla santità che, a sua volta, invita – terzo aspetto – alla fedeltà a Dio e all’uomo nella dinamica della ferialità e nella continua opera di contestualizzazione della propria fede. Tutto ciò suppone l’adesione ad una logica di pastorale parrocchiale protesa alla scoperta della vocazione personale e comunitaria di tutti i propri membri battezzati e, quindi, l’inserimento del progetto catechistico in una pastorale organica e d’insieme.
La pastorale vocazionale – pur senza tralasciare l’oggi dell’impegno quotidiano – prima d’essere “esplosiva”, ovvero proiettata verso l’esterno, necessariamente supportata dalla consapevolezza ministeriale e missionaria della fede dei battezzati, si caratterizza per la sua “implosività”, per il suo essere cioè fortemente orientata alla formazione della sensibilità dei battezzati, per una adeguata e corretta opera di mentalizzazione; quest’ultima costituisce il presupposto indispensabile per l’esercizio di una fede adulta.
Un progetto di catechesi
Uno dei problemi fondamentali per chi lavora in una Parrocchia è quello di individuare una strada per l’evangelizzazione e la catechesi. Quando nel 1977 ci accingemmo ad organizzare la pastorale parrocchiale[1] ci si chiese – dopo ponderata riflessione – se non sarebbe stato il caso di proporre un itinerario catechistico di graduale e progressiva iniziazione ai temi centrali del mistero della fede, adottando – dal punto di vista strettamente metodologico – la stessa pedagogia che Dio aveva posto in essere per il Suo popolo. Così, l’annuncio e la catechesi parrocchiale hanno ripresentato le tappe di una storia nella quale tutta la Chiesa si riconosce: “La Chiesa di Cristo riconosce che gli inizi della sua fede si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei Patriarchi, Mosè e i Profeti” (NA 4) e che “Dio, il quale aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del quale ha fatto anche il mondo” (Eb 1,1-2). In tale contesto teologico l’annuncio e la catechesi si sono dovute allineare verso una migliore e più pertinente presentazione dei sacramenti, così come viene sollecitato dal Magistero della Chiesa, secondo il quale la pratica sacramentale non può prescindere dalla connessione con tutta la storia della salvezza, dal rapporto con il mistero pasquale del Cristo e dalla vita della Chiesa stessa.
Così, il progetto ha preso forma nella individuazione di un obiettivo unico, con un itinerario decennale (1978/1988), una platea di fanciulli, adolescenti, giovanissimi, giovani e adulti, con scadenze a breve, medio e lungo termine[2].
I contenuti: alcune priorità o matrici
Per priorità o matrici dei contenuti di tale progetto, s’intendono quei nuclei generatori dai quali prendono il via le unità didattiche vere e proprie e che si connotano per l’accento che pongono su alcune dimensioni che pur non essendo da sole esaustive sono tuttavia ritenute come fondanti; esse sono quella biblica, quella ecclesiale e quella personale. Le dimensioni cristologica, pneumatologica, liturgica e quella caritativa sono state invece considerate come pervasive delle altre[3].
Qualsiasi catechista, attingendo dalla propria esperienza, potrà constatare che la propria attività formativa, pur facendo salva l’istanza veritativa, persegue sempre temi conduttori e piste esperienziali preferenziali. È questo, anche, il caso narrato nelle presenti pagine.
Le priorità individuate e le categorie indicate alla nota precedente sono state ritenute essenziali ad una catechesi mirante allo sviluppo e maturazione della vocazione personale.
Per questi motivi, contenuti privilegiati, favorenti questo processo, sono i temi propri della narrazione biblico/esperienziale: storia dei fatti e storia della fede in un intreccio inscindibile; affinché la catechesi non si limitasse alla sola narrazione si considerò che la storia della Chiesa è la storia dell’interpretazione della Sacra Scrittura e che le distanze tra il mondo biblico ed il nostro sono appunto coperte dalla tradizione vivente, dalla vita della comunità ecclesiale (G. Ebeling). Così il processo formativo deve poter esser letto, a posteriori, dagli stessi catechizzandi – man a mano che procede l’itinerario – come la personale e comunitaria storia di salvezza. Quest’ultima, a sua volta, deve potersi trasformare in contenuto ed istanza permanente di autoformazione; alla fine, la rilettura di questa storia, costantemente facentesi, non è altro che la mia storia all’interno della Chiesa “hic et nunc”[4].
Il metodo
A partire dal presupposto che un qualsiasi discorso sul metodo non può risolvere precettisticamente i nostri problemi catechistici quotidiani, per dare risposte significative alle domande poste in precedenza: da dove veniamo, chi siamo e dove andiamo, la scelta metodologica sia dal punto di vista del contenuto che dal punto di vista della dinamica di gruppo non può che ricadere sul metodo cosiddetto “attivo” ed “euristico”.
Dal punto di vista del contenuto esso prende in considerazione lo stile della “memoria – narrazione” (Traditio), mentre dal punto di vista della vita di gruppo il riferimento è all’“Alleanza” che si traduce nell’atteggiamento dell’ascolto, nella comprensione della proposta di Dio per me qui e ora, nella risposta-conversione, nel patto personale e comunitario, nella lettura dei motivi dell’infedeltà al patto, nell’assunzione delle responsabilità personali e di gruppo, nell’atteggiamento di docilità al nuovo ascolto, nella consapevolezza di essere chiamato ad individuare la mia personale vocazione alla santità e a collaborare a quella altrui (Redditio).
In sintesi, e per concludere, come il metodo della socializzazione non deve essere considerato esclusivamente alla stregua di una tecnica d’animazione, ma come introduzione al mistero della Chiesa, così la partecipazione e l’impegno concreto in attività devono potersi tradurre rispettivamente in ministerialità e missionarietà. Infine – lat but non least – la personale vocazione alla santità, poiché non riguarda un discorso di massa, ma di “membra del corpo di Cristo”, ha bisogno della testimonianza autentica, inverata del catechista nonché della traduzione del contenuto trasmesso nella personale disposizione affettiva verso i catechizzandi. Soltanto in questo modo l’apprendimento da un lato e la comunicazione catechistica dall’altro possono conseguire il loro scopo, nonostante le indubbie difficoltà che circondano qualsiasi progetto educativo e, dunque, anche quello catechistico.
L’esperienza fatta attesta almeno queste cose, mentre di altre non è possibile rendere conto in questa sede per gli oggettivi limiti di spazio.
Note
[1] L’esperienza catechistica sintetizzata nelle brevi presenti note è stata realizzata nella Parrocchia di S. Onofrio dei Vecchi (1977/1988), della Diocesi di Napoli.
[2] Per scadenze a breve termine si intendono quelle svolte durante l’anno catechistico; a medio termine quelle annuali e a lungo termine quelle di chiusura di un ciclo: quattro anni più due più quattro.
Prima tappa: “dal mistero di Israele al mistero della Chiesa” (obiettivo catechistico: “la scoperta delle radici bibliche ed ecclesiali della propria fede”); Seconda tappa: “Il mistero delle Chiese sorelle e il riconoscimento del valore teologico delle altre Religioni” (obiettivo catechistico: “dalla identità ed appartenenza (ad un Popolo = Chiesa) al mistero della universalità della salvezza”); Terza tappa: “Dalla Legge del Decalogo alla interiorizzazione della Legge: le Beatitudini e la coscienza” (obiettivo catechistico: “dalla morale dell’osservanza alla morale dell’Amore”. Categorie catechistiche utilizzate nel progetto con priorità secondo le età cronologiche e psicologiche, le situazioni di contesto dei soggetti della catechesi e il graduale progressivo svolgersi del progetto stesso: “Alleanza/Sequela/Testimonianza”.
[3] La dimensione biblica, in una attività di catechesi, non può prescindere, se non per momentanei motivi di studio, dal Cristo che rimane la chiave di comprensione piena di tutto l’A.T. La dimensione ecclesiale non può prescindere, per evidenti motivi, da quella pneumatologica e liturgica, così come quella personale chiama necessariamente in causa l’istanza caritativa che delle due precedenti costituisce la più evidente esplicitazione della vita di fede e dell’obbedienza alla Parola.
[4] A titolo meramente esemplificativo si prendano in considerazione Atti 2, 14-41; 7, 1-54 e 13, 16-43.