N.06
Novembre/Dicembre 1990

Vivere, non fare, catechesi…

Ogni esperienza è segnata dai precisi contorni umani in cui si colloca. È vera perché vissuta “lì”, in un tempo ed uno spazio che la colorano, la fanno esistere ed, anche, la limitano. Ma sono convinta che il limite, costitutivo della nostra vita, ne sia anche la ricchezza: ci sta un Dio nello spazio del nostro tempo!

È per questo che provo a dire qualcosa della mia esperienza, dei suoi limiti soprattutto: sono un appuntamento per il futuro. Insegno in una scuola cattolica un po’ particolare, in quanto essa, attraverso un triennio di formazione, prepara le infermiere professionali.

Sono a Parma, ma le giovani che la frequentano vengono un po’ da tutta Italia. La loro età varia dai 16 ai 22/23 anni, poiché l’ammissione al corso è possibile anche solo dopo un biennio di scuola superiore. Come vedete c’è una discreta varietà di situazione di base.

Poiché a scuola insegno etica professionale e ho la possibilità di intavolare discorsi quanto mai esistenziali e penetranti, non mi occorrono eccessivi agganci stiracchiati con la problematica che le ragazze vivono. Questo mi dà la possibilità di fare una scelta ben precisa sia nell’insegnamento scolastico della religione, sia nelle proposte extra-scolastiche.

Per la religione prediligo un approccio sistematico e scientifico alla Bibbia, fornendone la chiave di lettura e di interpretazione. Ed anche questo è un contributo non piccolo per quelle giovani che poi scelgono di fare un cammino formativo. Ad esse propongo, direi soprattutto, uno stile. Sono infatti convinta che non passano le idee se non per osmosi vitale. È una delle stupende intuizioni del Documento Base: “Quanti lo (il catechista) ascoltano, devono poter avvertire che, in certo modo, i suoi occhi hanno visto e le sue mani hanno toccato; dalla sua stessa esperienza religiosa devono ricevere luce e certezza” (R.d.C. 186).

Per questo cerco di proporre non tanto singole esperienze o singoli incontri di “catechismo”, ma piuttosto di fornire un itinerario di catechesi globale, che coinvolga cioè tutta la persona, in tutte le sue dimensioni. Non si può nutrire solo la mente per annunciare Cristo.

Non solo, ma anche… sono d’accordo, ed è per questo che cerco di darmi un certo rigore scientifico e di confrontare i contenuti che propongo con l’approfondimento che la teologia ci offre. Ma, come già dicevo, un buon spazio per questo aspetto mi è fornito dalle ore scolastiche.

Cercando di tradurre le direttive che ci diede il nostro Padre Fondatore, Mons. Agostino Chieppi (e vorrei ricordare che fu relatore al Primo Congresso Catechistico Nazionale che si tenne a Piacenza nel 1889!) da dodici anni vivo in una comunità che anima un Centro Giovanile in cui catechesi – preghiera – comunione di vita si sono felicemente sposate.

Alle giovani che incontro, specie quindi alle alunne infermiere, propongo allora un cammino che ha connotati ecclesiali: “Lungo il cammino della fede nessuno è solo… Dio stesso alimenta e conforta… Egli sostiene ciascuno anche con la testimonianza di tutti i fratelli… Così, nella pazienza e nella speranza, ciascuno porta con sé il dono di Dio come in fragili vasi…” (R.d.C. 18).

Ciascuno porta con sé il dono di Dio: la Parola è la chiave ermeneutica di questo dono; la preghiera ne è l’alito vitale; il servizio il terreno in cui germoglia. E tutto questo nel mondo, nel continuo confronto con modi diversi di pensare e di sentire, aperte a tutti i dolori e a tutte le gioie, senza false paure, senza vuote condanne, senza effimere esaltazioni. Una catechesi di vita e nella vita.

È così che sono portati avanti gruppi di preghiera biblica e incontri di catechesi settimanali; ritiri mensili, campi scuola, esercizi spirituali. Queste proposte hanno le caratteristiche di alternarsi tra esperienze vissute con tutti gli adolescenti e giovani della diocesi ed altre invece proposte solo al piccolo gruppo. Mi pare di rispettare il ritmo fisiologico di diastole e sistole.

Ritengo che tutto questo sia possibile perché non sono sola ad operare, ma con me c’è tutta la mia comunità che si fa accoglienza, proposta, dialogo. La catechesi ha infatti bisogno di incontri personali, faccia a faccia, per divenire incisiva, personalizzata.

È chiaro che un itinerario di catechesi vissuto così (per i contenuti seguo i testi proposti annualmente dall’Azione Cattolica) è necessariamente vocazionale. Infatti è tutto polarizzato su Cristo, sul suo mistero (la liturgia fa un po’ da padrona in ogni esperienza) vissuto nel contesto storico della sua chiesa di cui si fa esperienza in una precisa comunità.

Se “vocare” è chiamare e “catechesi” è far risuonare, rimbalzare il messaggio evangelico, allora mi pare che, per questa strada, i due termini si coniughino in una felice armonia.

Temi