Angeli con un’ala soltanto
La vocazione della Chiesa
Siamo angeli con un’ala soltanto e riusciremo a volare solo restando l’uno accanto all’altro[1].
Con un’audace citazione della preghiera di don Tonino Bello, Mr Rain ci ricorda che non siamo fatti per essere soli. Quella dell’uomo, infatti, è una vocazione alla relazione, donato alla vita per condividere la propria vita, perché creato ad immagine di Dio, che è Trinità e quindi comunione.
Potremmo dire angeli, per l’immagine di Dio custodita in noi, ma con un’ala soltanto, e quindi incapaci di librarci in volo e di trovare pienezza se non ricevendo e donando vita nella relazione. E questo è quanto mai vero, se pensiamo al bisogno di apparire dell’uomo di oggi, ai drammi che si consumano per dei like, alla solitudine in cui tante persone finiscono per annegare… e mettiamo poi tutto ciò a confronto con la vita, magari anche sofferta, ma serena, di chi ha scoperto l’importanza della relazione.
È la sfida che si presenta alla vita cristiana da sempre, quella di raccontare la bellezza del donarsi rispetto alla bruttezza dell’egoismo; sfida che mi sembra quanto mai attuale per la Chiesa, la cui vocazione è quella alla comunione. Sì, perché se essa vive unita a Cristo come i tralci alla vite e assimila come linfa la sua stessa vita divina, non può che fare suo quell’amore che costituisce l’intimità della Trinità.
Questo amore costituisce la Chiesa nella comunione fin dalle sue origini. Ce ne parlano gli Atti degli Apostoli: La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Nessuno, infatti, tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno (4, 32.34-35). Ce ne parlano i primi documenti della Chiesa, come ad esempio il famoso passo dell’Apologia 39 di Tertulliano, in cui si fa riferimento ai pagani che, parlando dei Cristiani, dicono: “Guardate come si amano!”. Infine, una suggestione consegnataci da s. Agostino, che descrive la bellezza del sostenersi a vicenda e del guidarsi reciprocamente che anima la vita di comunione: si racconta che i cervi, quando vogliono recarsi a pascolo in certe isole lontane dalla costa, per attraversare la lingua di mare [che ne li separa] poggiano la testa sulla schiena altrui. Succede così che uno soltanto, quello che apre la fila, tiene alta la propria testa senza appoggiarla sugli altri; quando però egli si è stancato, si toglie dal davanti e si mette per ultimo, sicché anche lui può appoggiarsi sul compagno. In questo modo tutti insieme portano i loro pesi e giungono alla meta desiderata: non affondano perché la carità fa loro come da nave[2].
Questi assaggi ci consegnano il duplice volto della Chiesa, che è madre che si prende cura dei suoi figli, ma anche casa in cui ognuno ha cura dei propri fratelli.
È questa la premessa da cui voglio partire: mettere in evidenza come, nella Chiesa, si riceva e si doni; essa si prende cura di noi ma ci chiede, contemporaneamente, di essere fecondata dalla nostra stessa vita donata. Essa è nostra madre – ed è noi stessi. È un seno materno, ed è una fraternità[3]. Da lei tutto riceviamo, a lei tutto doniamo; solo così essa esiste, solo così si costruisce.
La Chiesa ha cura di noi
Il testo appena citato continua così: non ci sono figli senza una madre, … non c’è unione effettiva nella vita divina senza una trasmissione di questa vita, non c’è comunione dei santi senza una comunicazione di cose sante[4].
Ci dice cioè che il primo passo per vivere la comunione non è nostro, ma è un dono del cielo; nei Sacramenti, ed in particolar modo in quelli dell’Iniziazione Cristiana, ci viene trasmessa questa vita divina. La Chiesa ci fa figli e quindi fratelli con il dono del Battesimo; ci rafforza con una speciale forza dello Spirito per vincolarci maggiormente a sé con il dono della Confermazione; ci nutre con il pane della vita con il dono dell’Eucaristia. Il Battesimo dona l’essere, cioè il sussistere conforme a Cristo; esso è il primo mistero: prende gli uomini morti e corrotti e li introduce alla vita. Poi l’unzione del miron [Cresima] porta alla perfezione l’essere già nato, infondendogli le energie convenienti a tale vita. Infine, la divina eucaristia sostiene e custodisce la vita e la salute: è il pane della vita, infatti, che permette di conservare quanto è stato acquistato e di serbarsi vivi. Perciò, in virtù di questo pane viviamo e in virtù del miron ci muoviamo, dopo aver ricevuto l’essere dal lavacro battesimale[5]. I Sacramenti, infondendo in noi la vita divina, diventano il carburante che ci alimenta, rendendoci capaci di quella stessa comunione che circola fra le tre Persone divine.
La comunione, quindi, è innanzitutto un dono che ci nutre, ci fa crescere e, soprattutto, aiuta la nostra vita a fiorire: essa “compie” la nostra vita, ne abbiamo bisogno non solo per essere pienamente noi stessi, ma anche per cambiare il mondo intorno a noi. Perché, davanti al fragile scenario offertoci dalla nostra società, in cui la comunione non va certo di moda perché scomoda, noi abbiamo la grande opportunità di dire al mondo che è possibile vivere relazioni autentiche e profonde senza esserne distrutti, che è possibile ed anzi necessario sostenersi, accompagnarsi, aiutarsi, volersi bene. E tutto questo, in primo luogo, per un dono di Dio.
Ma non basta: se c’è una grazia puramente gratuita che impariamo a gustare con il tempo, c’è anche un compito che ci è consegnato e che ci chiede di appropriarci, durante tutto il corso della nostra vita, di quella vita dello Spirito, che è vita comunionale. In questo senso c’è una Chiesa che ha cura di noi, ricolmandoci dei suoi doni di grazia, ma c’è anche una Chiesa che ha bisogno della nostra cura, perché, nell’appropriarci di questi doni, impariamo a trafficarli per il bene stesso della Chiesa.
C’è perciò un rapporto biunivoco fra vocazione e comunione: la comunione fa crescere la mia vocazione, per il dono che in essa ricevo, ma, allo stesso tempo, la mia vocazione fa crescere la comunione, perché la mia vita, fiorendo nella Chiesa, le dà consistenza. Solo la sinergia fra questi due movimenti costruisce veramente la Chiesa. Siamo chiamati ad essere costruttori e non solo consumatori di comunità[6]!
La Chiesa chiede cura
Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri (Gv 13, 34-35).
Se volessimo dire in poche parole quale sia il compito che la Chiesa ci affida, sicuramente alcune potrebbero essere queste: prendersi cura, cioè amare. Amare e quindi donarsi, mettendo in gioco quanto si è ricevuto dalla vita: perché la Chiesa ha bisogno di ciascuno di noi e di quanto la vita ha messo nelle nostre mani, quei doni o carismi, come li chiama Paolo, che la fanno crescere e senza i quali la Chiesa è più povera. Solo in questa comunione si costruisce il corpo che è la Chiesa all’interno della quale l’unico Spirito genera diversi carismi. È il famoso paragone del corpo della prima lettera ai Corinzi (cf. 12, 4ss): tutti necessari, tutti bisognosi della presenza dell’altro, perché ogni membro non basta a se stesso, ha bisogno delle altre membra per esistere e per poter far vivere il corpo. Nella ricchezza delle differenze sta la bellezza della Chiesa, cui non manca nulla perché, in ognuno di noi, ha qualcosa. L’importante è sapersi necessari, ma non unici.
L’agio dell’eternità
Tutto ciò, tuttavia, è tutt’altro che semplice: quanto costa la comunione alla nostra vita! Eppure, è possibile: noi siamo come quei vasi di creta di cui parla s. Paolo ai Corinzi (cf. 2Cor 4, 7), vasi fragilissimi, che però nascondono un grande tesoro, la vita divina. La nostra piccola umanità, senza quel dono di grazia di cui si è parlato e che le viene dalla Chiesa stessa, non sarebbe da sola capace di comunione, perché è creta; ha bisogno di quel tesoro che la trasfiguri e la renda immagine della bellezza divina. E davvero la vita divina in noi realizza questo miracolo, perché, così come un vaso, che ha portato vino, se ne impregna a tal punto che non può più portare altro che vino, così noi, creati per custodire in noi la vita divina, non possiamo più portare altro che questa[7].
Ecco allora che la comunione sarà possibile, anche se si rivelerà una sfida da accogliere quotidianamente, ciascuno secondo le proprie corde, in una graduale scoperta da una parte dei talenti da far fruttare, dall’altra degli spigoli da smussare.
Costruire la bellezza della comunione è un esercizio che dura una vita, e che, usando un famoso testo di M. Delbrêl, può essere paragonato al tempo delle scale: Ho visto un uomo che suonava un canto zigano,/ su un violino di legno,/ con mani di carne./ Nel violino si incontravano la musica e il suo cuore./ Chi l’ascoltava non avrebbe mai potuto indovinare/ che quel canto era difficile;/ che per lungo tempo era stato necessario/ esercitarsi in scale/ spezzare le dita/ lasciare le note e i suoni/ affondare nelle fibre della memoria/ …La nostra grande pena/ è suonare senza gioia la tua bella musica,/ Signore che ci muovi di giorno in giorno./ È trovarci sempre al tempo degli esercizi,/ al tempo degli sforzi sgraziati./ È passare tra gli uomini/ come persone sotto accusa, tristi e disprezzate./ È non distendere sul nostro angolo di mondo,/ in mezzo al lavoro alla fretta alla fatica,/ l’agio dell’eternità[8].
Vivo in una comunità monastica, dove quella dello stare insieme è una sfida di ogni istante. E, sarà che conosco la fatica dello studio della musica e la noia delle scale, ma il paragone fra l’impegno del violinista e quello di chi cerca di costruire la propria vita sulla comunione mi sembra particolarmente calzante. Mi dice in modo suggestivo e chiaro la fatica di chi, sbagliando e ricominciando, diventa adulto e trova la felicità lasciandosi docilmente guidare e trasformare da quanto lo mette in difficoltà, ma anche, con altrettanta chiarezza, la condizione di chi vive un’eterna fatica, ostinandosi ad imporsi alla vita e agli altri con i propri bisogni, i propri capricci e la volubilità dei propri istinti. Persone profondamente sole e fragili che si riducono, come il violinista che è sempre al tempo degli esercizi, a vivere una vita disagiata e sofferente.
Cosa può aiutarci, allora, a distendere sul nostro angolo di mondo l’agio dell’eternità? Vorrei a questo punto, con delle rapide pennellate, proporre delle coordinate che, secondo me, possono suggerire degli spunti per crescere nella comunione.
Il cuore della comunione: l’umiltà
L’umiltà, che ha la sua radice in humus, “terra”, credo sia la prima via per costruire comunione. Essa è la capacità di “sapersi terra”, quel bel dono del cielo che ci dà la giusta misura di noi stessi aiutandoci a camminare nella verità, quella che ci mette davanti agli occhi i nostri limiti e talenti e ci rende liberi di stare nei nostri panni. Questo non è importante solo per potersi spendere al meglio nella vita, ma anche per stare davanti agli altri in maniera autentica e, quindi, per vivere nella comunione.
Là dove non c’è umiltà, infatti, la superbia costruisce castelli in aria, portando nella vita comune il sospetto, la critica, il presumere di sé; stare insieme comporterà sempre un potenziale rischio, perché sarà facile travisare, attaccandosi alle apparenze, ai punti di vista, fino ad arrivare allo scontro. La superbia e il presumere di sé, infatti, danno una visione della vita tutta soggettiva, quella nostra, e sottomettono la realtà e gli altri ad un unico punto di vista, il nostro.
Umiltà, invece, è stare nella realtà e nella verità; solo così ci si può esprimere con autenticità e si può lasciare agli altri lo spazio per fare altrettanto, permettendo ad entrambe le parti di scoprire la grandezza che c’è in chi si ha davanti, quella grandezza sacra davanti alla quale ci si può solo togliere i sandali (cf. Evangelii Gaudium, 169), perché ci si accorge di essere davanti all’opera e alla presenza di Dio in noi. Solo così sarà possibile chiedere e dare rispetto, accettare ed accettarsi, camminare nella vita cadendo e rialzandosi, senza vergogna e sempre fiduciosi di fronte alla vita stessa e agli altri.
Lo stile della comunione: la povertà
Se l’umiltà è il cuore della comunione, il suo stile è la povertà… qualcosa che oggi può sembrare alquanto desueto e sicuramente poco comodo! La povertà è infatti decisamente fuori delle logiche di questo tempo consumistico e forse anche per questo oggi è difficile vivere la comunione; senza povertà non c’è comunione, perché chi ha le tasche piene ha sempre paura di perdere ciò che ha e quindi non si apre all’altro. Allo stesso modo chi è pieno di sé in genere lo è perché è fragile e ha paura di perdere sicurezze, certezze, programmi, i propri doni… tutto questo verrà sempre prima dell’altro, sarà l’altare su cui sacrificare chiunque venga a contraddirlo.
Il problema in realtà è identitario, perché si finisce per legare la propria identità a ciò che si ha o che si fa… è ben comprensibile che si viva sulla difensiva! E tuttavia solo chi capisce che noi “siamo” indipendentemente da ciò che abbiamo e facciamo e che la povertà non ci toglie nulla come persone, solo questi riesce a diventare libero; non ha niente da difendere, perché sa che, anche se rinuncerà a tutto, non gli verrà tolto nulla di ciò che è.
Solo allora, tra l’altro, si scoprirà, magari con stupore, che ciò che conta non è ciò che si ha o non si ha, o quanto si ha o non si ha, ma la disposizione interiore: si può infatti essere ricchi materialmente e contemporaneamente poveri, perché la vera povertà è quella dal desiderio del possesso; chi abbandona non solo quello che ha, ma anche quello che desidera avere, lascia il mondo intero!
È, in sostanza, il cammino del disarmo, lavoro di una vita intera, come racconta il patriarca Atenagora.
Bisogna fare la guerra più dura che è la guerra contro noi stessi. È necessario giungere a disarmarci. Io ho combattuto questa guerra per molti anni. È stato terribile. Ma posso affermare che adesso sono disarmato. Non ho paura di niente e di nessuno; l’amore allontana la paura. Sono disarmato dal voler avere ragione, dal giustificarmi screditando gli altri. Non mi chiudo nel mio castello né m’inorgoglisco delle mie ricchezze. Accolgo e condivido. Non mi aggrappo assolutamente alle mie idee e ai miei progetti. Se mi si presentano proposte migliori o almeno buone le accetto senza alcun impedimento. Ho rinunciato a fare confronti. Ciò che è buono, vero, reale, per me è sempre il meglio. Per questo non ho paura. Quando non si possiede nulla non si ha paura di nulla[9].
Il “contenitore” della comunione: il tempo
Un elemento imprescindibile per costruire comunione è il tempo: non si può costruire niente senza spendere tempo, e questo è la cosa più preziosa che si può investire a questo scopo. Anche in questo caso ci troviamo davanti a merce rara: vuoi perché si è sempre di fretta, vuoi perché è troppo impegnativo, oggi è più facile e comodo economizzare sul tempo, perché dedicarsi agli altri, oltre che essere faticoso, sembra una perdita di tempo… quanto invece ne perdiamo inutilmente!
La comunione ha tuttavia bisogno di calma per costruire le relazioni; bisogna ascoltarsi, darsi tempo, “sprecarne” tanto, essere disponibili, avere cura, gustare l’incontro… non c’è altro modo! Imparare a darsi tempo è scoprire che il tempo “sprecato” porta frutti, dà gusto, perché solo così si dà vita a relazioni vere e profonde. Darsi tempo è in sostanza l’invito che fa ai figli P. Florenskij nel suo testamento dal lager: educate voi stessi a fare tutto ciò che fate con cura… che il vostro agire non abbia nulla di impreciso, non fate niente senza provarvi gusto, in modo grossolano. Ricordatevi che nell’approssimazione si può perdere tutta la vita, mentre…nel compiere con precisione e al ritmo giusto le cose…si possono scoprire molti aspetti che potranno essere per voi fonte profondissima di un nuovo atto creativo[10]. Un nuovo atto creativo: la vita divina che circola tra noi!
Il criterio della comunione: condividere
La condivisione, e nello specifico la condivisione dei doni, è il criterio che realizza la comunione e fa della Chiesa un corpo, in cui ogni suo membro è chiamato a condividere la sua specificità per il bene dello stesso corpo. Lo abbiamo già accennato: ciò che Dio ha messo nelle nostre mani è per tutti; anzi è una perla unica che solo noi possiamo investire. Vedi la povertà di ciascuno là dove a ciascuno manca qualcosa, e troverai, forse, che dove quel tale è povero tu sei ricco e hai di che aiutarlo. Forse puoi mettere a sua disposizione le tue membra, e questo è più che non dargli del denaro. Un altro ha bisogno di consiglio, e tu hai una riserva di consigli: sotto questo aspetto tu sei ricco, mentre lui è povero… così si tiene unito il corpo di Cristo[11].
Queste parole sembrano scontate, eppure sono una sfida: i doni condivisi, infatti, spesso scatenano invidie, gelosie e competizione… siamo davvero capaci di godere di quanto chi ci sta accanto mette in gioco?
I doni degli altri, infatti, saranno sempre un problema per noi, li vedremo quasi come un furto, finché non daremo un nome ai nostri, di doni: solo chi si sa portatore di qualcosa, lo accoglie e ne è grato può poi gioire e lasciarsi arricchire da quelli degli altri.
Non c’è pericolo di gelosie, competizione, invidia, là dove c’è una grande varietà di doni, che vengono concessi per l’utilità comune. Forse tu non hai nessuno di questi doni. Ma se ami, non si può dire che non hai niente; perché, se ami l’unità, qualunque cosa possieda un altro la possiede anche per te. Bandisci dal tuo cuore l’invidia, e sarà tuo ciò che io ho; se io mi libero da ogni sentimento d’invidia, è mio ciò che tu hai[12].
Tutto questo ci consegna una responsabilità, quella di saperci allo stesso tempo destinatari e artefici della vita della Chiesa, persone che si sottomettono le une alle altre in vista della carità, unite non tanto da un possesso quanto da un debito reciproco. Questo significa che la comunione genera un’incredibile rete di custodia, per la quale siamo gli uni affidati agli altri, secondo una vera e propria maternità/paternità che fa di tante povertà, nel vincolo della comunione, un mosaico bellissimo.
Il clima della comunione: l’amicizia
Vorrei infine fare un cenno sull’amicizia, che per me è il clima che anima la comunione, oltre che un frutto della stessa. Parlo dell’amicizia come di un rapporto profondo, autentico, prezioso; per costruire la quale ci vuole tempo, condivisione, umiltà, povertà, necessità di camminare al passo di chi ci è accanto… tutto ciò di cui abbiamo appena parlato. Ecco perché la pongo alla fine del nostro percorso.
Perché è in uno spirito di amicizia autentico che la comunione si cementa, crescendo nella condivisione totale di vita e di intenti, nella verità e nella semplicità, senza ipocrisia, con responsabilità e con l’assunzione da parte di ognuno della vita e del cammino degli altri, secondo quello spirito di condivisione di sé e delle proprie risorse di cui si è parlato.
Nell’amicizia si possono poi vivere due dimensioni che fanno decisamente bene al clima della comunione: la correzione ed il perdono, due atteggiamenti che è possibile vivere con autenticità e saggezza solo dove ci sia amicizia vera. Dove c’è amicizia, infatti, è possibile correggere senza distruggere e farsi correggere, sbagliare, perdonare e farsi perdonare… l’amicizia elimina muri e pregiudizi, dona a piene mani, anzi, previene, aiuta a dimenticare, ricuce relazioni ferite e, anzi, le rafforza.
L’amicizia, infatti, ci insegna la bella e difficile arte di decentrarci, imparando, giorno per giorno e anche sbagliando, a camminare al passo di chi ci è accanto, dimenticando le proprie ragioni e accogliendolo con le sue. Nonostante tutto!
Come dire io senza fare violenza a qualcuno? Forse può darsi che all’inizio si debba rinunciare – progressivamente – a qualsiasi affermazione di me stesso che non sia situata in una relazione di alterità [13].
Rimanere abbracciati
Vorrei concludere come ho iniziato, riprendendo stavolta proprio le parole di don Tonino Bello: ho letto da qualche parte che gli uomini sono angeli con un’ala soltanto: possono volare solo rimanendo abbracciati.
C’è un dettaglio che differenzia questa frase da quella della canzone: l’idea del rimanere abbracciati. La trovo una bella suggestione per chiudere il nostro percorso sulla comunione. La nostra vita non è fatta per l’isolamento, ma neanche per la massificazione. Solo la comunione autentica, come in un abbraccio, fonde in un corpo unico ma non uniforma, anzi, valorizza le differenze, facendo bella la nostra vita e quella della Chiesa; solo la comunione ci fa librare liberi nel cielo,come dice don Tonino. E tuttavia per volare servono due ali… lasciamoci prestare un’ala da chi cammina con noi, mettiamo a disposizione degli altri la nostra ala! Rimaniamo abbracciati, e potremo volare nella vita con la solida certezza che la comunione è non solo possibile, ma anche desiderabile.
[1] Mr Rain, Supereroi, 2023.
[2] Agostino, Esposizione sui Salmi, 129, 4,8.
[3] H. de Lubac, Meditazione sulla Chiesa, Jaca Book, Milano 2010, 64.
[4] Id., 66.
[5] N. Cabasilas, La Vita in Cristo, I, 3, a cura di U. Neri, Città Nuova, Roma 1994, 73-74.
[6] Cf. Vita Fraterna in Comunità, 24.
[7] Cf. G. Forlai, Io sono Vangelo, Paoline, Milano 2015, 111.
[8] M. Delbrêl, Agio, in La gioia di credere, Gribaudi, Milano 2007, 143.
[9] O. Clement, Dialoghi con Atenagora, Gribaudi, Torino 1972, 209.
[10] P. Florenskij, Non dimenticatemi. Le lettere dal gulag…, Mondadori, Milano 2011, 417-418.
[11] Agostino, Esposizione sui Salmi, 125, 13.
[12] Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni, XXXII, 8, 14-15.
[13] Fr. Christophe, Il soffio del dono, Ed. Messaggero, Padova 2001, 179.