N.02
Marzo/Aprile 2015

La Bellezza… il canto del “cuore cherubico”

Il Convegno vocazionale vissuto nello scorso gennaio 2015, di cui questo numero di «Vocazioni» riporta gli Atti, è stato una esperienza pensata, dedicata e consegnata alla Bellezza.
Ad esso ci si è introdotti con un segno di “bellezza semplice”: una sorpresa che l’Orchestra Filarmonica di Copenaghen, il 5 maggio 2012, ha riservato ai passeggeri della metropolitana cittadina: nella quotidianità di un giorno come un altro, i viaggiatori si sono sentiti inondare di gioia e di stupore al suono delle note del Mattino di Edward Grieg.
Come sarebbe bello porre sigilli di Bellezza lungo le strade della nostra quotidianità…
Perché la scelta di un Convegno nazionale e di un anno di pastorale vocazionale dedicato alla Bellezza?
Possono illuminarci le parole del poeta e filosofo libanese Khalil Gibran (1883-1931), nella sua opera più nota, Il Profeta: «Un poeta disse al Profeta: “Parlaci della Bellezza”. Ed egli rispose: “Dove cercherete e come scoprirete la Bellezza, se essa stessa non vi è di sentiero e di guida?”».
Parlare di Bellezza significa parlare di Vocazione, perché ogni Vocazione è una testimonianza meravigliosa di un cammino originale verso la Santità.
Ce lo ha ricordato Papa Francesco durante l’udienza generale di mercoledì 19 novembre 2014: «La santità è il volto più bello della Chiesa, il volto più bello: è riscoprirsi in comunione con Dio, nella pienezza della sua vita e del suo amore. La vocazione alla santità non è una prerogativa soltanto di alcuni: essa è un dono che viene offerto a tutti, nessuno escluso».
Ed esprimendo quel nucleo vitale e profondo che è al cuore di ogni vocazione e di ogni sforzo creativo, che può animare la pastorale vocazionale, Papa Francesco afferma:
«Tante volte siamo tentati di pensare che la santità sia riservata soltanto a coloro che possono dedicarsi esclusivamente alla preghie ra. Ma non è così! Qualcuno pensa che la santità è chiudere gli occhi e fare la “faccia da immaginetta”. No! Non è questa la santità! La santità è qualcosa di più grande, di più profondo… che ci dà Dio. Anzi, è proprio vivendo con amore e offrendo la nostra testimonianza cristiana, nelle occupazioni di ogni giorno che siamo chiamati a diventare santi. Ciascuno nelle condizioni e nello stato di vita in cui si trova».
Il Vangelo di Luca, che proclamiamo nella notte santa di Natale, ci racconta che sono gli Angeli a portare il primo annuncio ai pastori: «Non temete; ecco vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo» (Lc 2,10). Creature divine che si accostano a persone disprezzate, impure, emarginate dal contesto socio-religioso del mondo ebraico di quel tempo.
Parlare di Bellezza significa anche e soprattutto parlare di Stupore, di Meraviglia, di Gioia.
Ma esistono ancora questi sentimenti nel nostro modo di vivere? Dovremmo davvero chiedercelo con verità, nel profondo del cuore, noi che siamo oramai come muri di gomma su cui ogni realtà sembra rimbalzare via.
Che cosa fa nascere lo stupore in noi?
E come tornare a guardare con stupore alla bellezza di ogni Vocazione?
Lo stupore germoglia e cresce come una pianticella che va coltivata, nel cuore di chi sa attendere. Non certo in coloro che vivono il momento presente come se fosse il tutto; ma in chi sa scrutare l’orizzonte della vita, guardare oltre ogni situazione, lieta o triste che sia, perché «il dolore di oggi prepara la gioia di domani, e la gioia di oggi aiuta a vivere la sofferenza di domani» (C.S. Lewis, Diario di un dolore).
Lo stupore nasce quando si coglie la Bellezza della vita; quella Bellezza che spesso non sappiamo più vedere, scorgere, apprezzare, perché il nostro cuore, e quindi gli occhi che sono il riflesso del cuore, sono annebbiati da sfiducia e negatività.
Scoprire la Bellezza è come trovare una perla dentro al nicchio di una conchiglia fangosa, sul fondo nel mare; è come far emergere il diamante dal guscio duro e nero della pietra; è come trovare pepite di oro scintillante dentro poveri e fragili vasi di argilla.
Ci sono molte scintille luminose di Bellezza e di Santità intorno a noi, ma noi non ce ne accorgiamo! Dovremmo ritrovare il canto estatico del “cuore cherubico”, di cui parla in maniera appassionata il teologo ortodosso russo Pavel Aleksandrovic Florenskij (1882-1937), che morì fucilato dal regime sovietico l’8 dicembre 1937.
Lo stupore nasce e cresce nei cuori semplici, che sanno arrendersi a ciò che non è tutto e immediatamente comprensibile; solo allora lo stupore sboccia in una Benedizione e in un Grazie: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25).
Torniamo a riassaporare il gusto dello stupore per cogliere i semi di bellezza che germogliano attorno a noi. Non ce ne accorgiamo perché viviamo la nostra vita con frenesia; perché siamo rinchiusi in un guscio di indifferenza che ci avvolge; perché camminiamo spesso con il passo troppo veloce per guardarci attorno; perché i nostri occhi e i nostri orecchi sono distratti: non vedono… non sentono; ma soprattutto perché i nostri cuori hanno perso il gusto e la voglia di cercare e di desiderare la meraviglia della Speranza.
«La bellezza non è un bisogno, ma un’estasi. Non è una bocca assetata, né una mano vuota protesa, ma piuttosto un cuore bruciante e un’anima incantata. Non è un’immagine che vorreste vedere né un canto che vorreste udire, ma piuttosto un’immagine che vedete con gli occhi chiusi, e un canto che udite con le orecchie serrate. Non è la linfa nel solco della corteccia, ma un giardino perennemente in fiore e uno stormo d’angeli eternamente in volo. La bellezza è l’eternità che si contempla in uno specchio. Ma voi siete l’eternità e siete lo specchio» (Kahlil Gibran).