Giovani e vocazione
La dimensione vocazionale della vita è connaturale all’uomo credente in quanto tale. Tuttavia “soggetto naturale” di vocazione, sia per motivi teologici che pedagogici, è nella comunità cristiana il giovane credente.Da qui la necessità, di tanto in tanto, di fare il punto su “giovani e vocazione”, a partire dalle trasformazioni sociali contemporanee e dal cammino che i giovani stanno vivendo nella e con la Chiesa.
Questo numero di Vocazioni – che si propone come uno “speciale” non tanto per l’impostazione grafica delle rubriche rispetto a quella consueta ma per la proposta contenutistica – sì articolerà in “dossier” ed è tematizzato appunto su “le trasformazioni del mondo giovanile: il punto su giovani e vocazione”. Una cosa mi sta a cuore, inoltrando il lettore alle pagine che seguono, precisare subito.
Sui giovani si è riflettuto molto e approfonditamente in questi anni, in campo ecclesiale e non: basta uno sguardo alla letteratura esistente in merito. Ritengo tuttavia che sia opportuno uscire dalle secche delle analisi per offrire – in continuità con quanto la Chiesa ha sempre fatto – una specifica chiave di lettura della realtà giovanile e soprattutto una proposta educativa.
La Chiesa, infatti – fedele al suo Maestro e al suo mandato – ha da sempre questa chiave e proposta educativa essenziale, non generica, che va dritta al cuore dell’esistenza dei giovani: la dimensione vocazionale della vita ovvero l’annuncio del “Vangelo della vocazione”[1], la proposta della vita come vocazione e missione.
Oltre le analisi
Le ricerche sulla realtà giovanile partono e si propongono di rispondere anzitutto a una serie di interrogativi. Ne propongo una sintesi – così come evidenziati dalla letteratura corrente e così come rimbalzano anche nella nostra riflessione e scambio quotidiano – proprio per invitare noi educatori alla fede ad “andare oltre” ed offrire la “risposta” che ci compete in quanto solo ed essenzialmente annunciatori del “Vangelo della vocazione”.
Chi sono i giovani? Dove vanno? Cosa pensano? Quali sono le motivazioni che li spingono ad assumere comportamenti che possono condurli all’auto annientamento (e anche alla distruzione degli altri), ma pure a impegnarsi generosamente e senza riserve nel volontariato e nel servizio civile? Perché lanciano pietre dall’alto di un cavalcavia contro auto in corsa? Perché uccidono per futili motivi un genitore? Perché si recano allo stadio armati cercando soltanto la rissa? Che cosa si nasconde dietro la loro prepotenza, la loro debolezza, il loro sorprendente candore, il loro amore per la natura e gli animali, il loro vivere in tribù e branchi separati e divisi da un odio profondo e totale? Cosa c’è dietro il loro disperato bisogno di un’omologazione “selvaggia”? Che significato si cela dietro i sanguinosi riti del “sabato sera in cui essi stessi sono vittime sacrificali? Quali sono le loro speranze, i loro sogni, i loro desideri?[2].
Riconosciuto all’analisi sociologica “il compito non di fare fotografie assolutamente ‘somiglianti’, bensì di individuare le linee collettive di comportamento, inquadrate in una logica di sviluppo che trova la sua spiegazione (non esaustiva peraltro) fuori dalle motivazioni soggettive”[3], riconosco che, oggi più che mai, è opportuno offrire una proposta educativa che tenga conto della reale situazione dei giovani a confronto con la loro visione del mondo, con l’etica, con i comportamenti sociali e individuali, il sesso, il lavoro, la rivolta, la criminalità, la famiglia, la scuola, il tempo libero ecc.
La proposta educativa per il giovane credente – quella alla fede e vocazionale appunto – deve orientare, portare a maturazione e a sintesi personale la ricchissima esperienza di quella che ho trovato definita come la “storia naturale della giovinezza”,- deve tenere conto ma andare oltre la fredda “anatomia” che si è soliti fare del giovane del tempo presente; accompagnare il superamento del “disagio e possibile devianza giovanile”, lungi dal ridurre “il giovane a un prodotto della società”.
L’educazione alla fede – come vero, graduale, paziente e concreto itinerario vocazionale vissuto nella comunità cristiana – a me appare, oggi più che mai, come l’unico criterio pedagogico che può “salvare” i giovani così in generale fotografati, come in queste sequenze, sia dagli esperti che dal nostro occhio quotidiano[4].
– Il rifiuto dei sistemi
I giovani non hanno un sapere sistematico, seguono lo zapping: termine televisivo per descrivere l’interruzione continua di un programma, che ha finito per rappresentare la modalità del sapere… La constatazione è che il giovane d’oggi non funziona per sistemi: non rispetta le sequenze né della logica razionale, né di altre logiche. Come se tutto si accumulasse senza ordine.
– Amnesia della storia
Non mi riferisco solo alla grande storia, che appartiene a una intera nazione o a una città, ma anche a quella personale a cui si attaccano le radici del singolo: la storia della famiglia, del padre o della madre… La storia per i giovani del tempo presente semplicemente non esiste: dimenticata, forse rifiutata, inconsapevolmente ignorata. È come se il mondo fosse nato con la vita del singolo. Un big-bang per ciascuno. Prima non c’era nulla, e dunque comincia sempre tutto. L’esperienza, la propria esperienza, crea il mondo. Quella d’altri non ha alcun senso, non c’è.
– Perdita della percezione del futuro
Il futuro lontano rappresentava la dimensione per dare significato anche all’operare storico… Non saprei raccontarmi senza usare la categoria del futuro. Per i giovani d’oggi il futuro si proietta fino al sabato sera e al massimo comprende il periodo delle vacanze estive. Se un oggetto serve è sempre per subito, nessun giovane conosce che cosa voglia dire: servirà in futuro. Una delusione non viene mitigata dalla possibilità del domani, è sempre una catastrofe irripetibile. Il “subito” è l’unica dimensione del tempo.
– La vita come esperienza sensoriale
Senza stimoli sensoriali un giovane di oggi perde coscienza, come se non esistesse. Analogamente a un giocattolo meccanico: se non si carica non si muove… Insomma sembrano mancare di un mondo interno. …Non sentono più il muoversi dell’esperienza interiore. L’esistenza si consuma tra risposta a stimoli e assenze, cammini temporanei. Manca di una strategia esistenziale o si riduce alla ricerca dei rumori.
– La morte
Un giovane è esposto al televisore per quattro ore al giorno. Ogni ora di televisione contiene mediamente due morti provocate. A diciotto anni egli ha assistito a quarantamila morti, senza quelle da cinematografo e da carta stampata. In questo stesso periodo un giovane raramente ha visto una morte vera: tutti muoiono sempre all’ospedale. C’è una morte spettacolo ed una concreta….Ignorano la morte vera e sono assuefatti a quella spettacolo.
– Il senso della natura
Un amore strano. La natura, per esempio, dovrebbe essere un luogo di silenzio infranto solo dalla voce dei viventi, come il canto degli uccelli, ma i giovani d’oggi amano i rumori e li portano anche nel verde. … Conosco gruppi di giovani ecologisti che dedicano qualche giornata a pulire una spiaggia o i sentieri di un bosco, poi magari, da soli, buttano cartacce per la strada. Più che dimostrazione d’amore per l’ambiente, sano esercizio di gruppo: stare insieme.
– La legge del “pressappoco”
È sconvolgente il pressappochismo del sapere giovanile, la facilità con cui si danno risposte qualsiasi, a questioni qualsiasi, sulla base della prima impressione, nata anch’essa come risposta a uno stimolo. Una strabiliante e allarmante superficialità. Giovani belli, ben nutriti, vestiti secondo i dettami della moda, dotati di un buon vocabolario, sguardi vivaci, ma ignoranti “l’idiot savant”. Un idiota elegante.
– Dispercezione della norma
Quando si analizza la struttura dei gruppi giovanili, si rilevano due regole essenziali; l’obbedienza al leader e l’odio nei confronti di un gruppo nemico. La norma è il leader. L’azione del singolo è notevolmente influenzata dall’atmosfera del gruppo: può fare azioni che isolatamente non attuerebbe… I gruppi funzionali al distacco dell’adolescente dalla famiglia avevano il carattere della temporaneità, ora per il prolungarsi dello status adolescenziale sono diventati permanenti: aggregazioni assolutiste e intransigenti. Il giovane del tempo presente ha una forte percezione del gruppo di appartenenza e manca di quella dell’intera società. Egli vive per il gruppo ed è inesistente per ogni espressione sociale più ampia.
– Il bisogno di un nemico
È la cultura del nemico la chiave di lettura delle guerre tra gruppi giovanili: nelle curve degli stadi, nelle piazze delle città… Non è vero che i giovani del tempo presente amino la pace. Nel migliore dei casi parlano in modo retorico di una pace del mondo, mentre uccidono un fratello o il proprio padre.
– Senza colpa
Il sentimento di colpa è molto allentato nel mondo giovanile attuale, forse non si è mai attivato. Tenendo conto della genesi del sentimento di colpa, la sua mancanza nei giovani d’oggi fa pensare che siano mancati gli imperativi, oppure sono stati impartiti in modo contraddittorio… Non è d’altra parte possibile la colpa senza la percezione della norma e, dunque, di un divieto, e ciò è frutto di educazione e di cultura… La norma è il risultato di un processo formativo promosso da credibilità e autorità.
– Né buono né cattivo
Non conosco giovani buoni e giovani cattivi. Sono buoni e cattivi, il che equivale a dire né buoni né cattivi. Dipende dalle circostanze. Possono la mattina compiere un’azione addirittura encomiabile e la sera uccidere un tunisino….è come se i giovani non avessero consapevolezza dei parametri (valori) di riferimento, e tutto fosse provvisorio e mutevole. Come se nessuno mai avesse loro detto quali sono i principi della comunità, e mai li avesse mostrati con l’esempio.
– Bisogno d’autorità
I giovani hanno bisogno di autorità e lo esprimono persino quando la negano o la combattono… Senza autorità, i giovani si perdono in una ricerca che può non avere mai esito. Si possono allora accettare maestri di qualsiasi tipo e persino imitare eroi negativi… Ecco lo scenario in cui si trovano i giovani del tempo presente, con tanti professori competenti e noiosi e qualche eroe stupido ma seguito.
– Bisogno di fede
Ho trovato molti giovani in crisi di astinenza da fede. Si attaccano a qualsiasi dio della strada, a qualsiasi uomo che si definisce dio, disposto a condividere il tempo con loro. Magari è un demone, che però coinvolge e non rimane assiso su un irraggiungibile trono dell’empireo. È il tempo di spacciare fede. Il dio dei giovani deve potersi sentire, toccare, partecipare.
– Senza Io-ideale
L’Io di un giovane del tempo presente si esprime tutto nell’azione. Un Io dissipato nel concreto… C’è dentro i giovani del tempo presente un Io mal delineato, continuamente mutevole, dominato anch’esso dalle circostanze… I giovani d’altra parte spesso “copiano” un Io senza costruire il proprio.
Verso la proposta vocazionale
L’analisi della realtà giovanile potrebbe andare oltre. Mi sono permesso proporre questo spaccato o “anatomia” del giovane del tempo presente, perché “fotografa” in modo verosimile e sintetico quello che ciascuno di noi coglie ad occhio nudo.
Tale carrellata, come ho già sottolineato, ha però la sola finalità di andare oltre le analisi, per una proposta educativa che non parta da una visione pessimista ma reale della situazione giovanile.
E qui s’innesta il servizio della comunità cristiana chiamata, oggi più che mai, ad offrire il servizio educativo alla fede e vocazionale, che non può essere delegato ad alcuno e di cui non può essere privato o depauperato il giovane. E tale proposta è possibile.
Sto stendendo queste righe di rientro da un camposcuola estivo con gli adolescenti della mia parrocchia con la conferma che, ben dopo otto anni di paziente e quotidiano lavoro educativo, sono evidenti i segni di maturazione umana e cristiana di questi giovanissimi: ragazzi e ragazze che si distinguono ormai nettamente dai loro coetanei che non hanno fatto un cammino di fede, e che presentano chiare personalità vocabili.
Ed ecco questo numero di Vocazioni che vuole introdurci ed accompagnarci dentro l’universo giovanile – in realtà quello concreto della comunità cristiana in cui Dio ha messo ciascuno di noi educatori alla fede a vivere ed operare – per fare il punto: sul senso della vita nei giovani, riguardo al valore, significatività e progettualità della vita stessa; sul “senso religioso”, da purificare ed educare, che sembra essersi risvegliato in questi ultimi anni tra i giovani; sul cammino da proporre verso una fede cristiana matura a cui devono esser accompagnati, perché si aprano a Dio, Cristo, la Chiesa e l’umanità; sul cambiamento del giovane, se sta davvero cambiando di fronte alla “consacrazione” come scelta totale di vita e quale valore assoluto; sugli orientamenti e i punti nodali della Chiesa, emergenti anche dai Messaggi del S. Padre ai giovani stessi nei vari appuntamenti ecclesiali con loro, in ordine ad una pastorale giovanile-vocazionale; sulle motivazioni che sostengono una vera maturazione vocazionale, le esigenze e requisiti in vista della scelta di vita come risposta alla vocazione al ministero ordinato e di speciale consacrazione; sui processi, tendenze, piste operative nuove, quale risposta della Chiesa perché la pastorale giovanile torni ad essere vocazionale ovvero abbia a cuore la dimensione vocazionale.
Ovviamente – tanto è complessa e variegata la realtà giovanile – non potremmo attenderci più di tanto dal presente numero di Vocazioni: i contributi che seguono – il cui humus di origine è la fede e la passione di tanti educatori nonché la risposta generosa di tanti giovani e ragazze nella comunità ecclesiale – ci aiuteranno sicuramente ad andare oltre le analisi reali ma, a volte velate di poca speranza sul futuro della realtà giovanile, e a intravedere una precisa proposta educativa vocazionale.
Note
[1] Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, Roma 1992, n. 34.
[2] Cfr. V. Andreoli, Giovani, ed. Rizzoli, 1995.
[3] G. Rusconi, Giovani e secolarizzazione, ed. Vallecchi, 1969, p. 11.
[4] Cfr. V. Andreoli, idem, pp. 49 ss.