N.04
Luglio/Agosto 2019

La bellezza dello squilibrio

La precarietà come opportunità di realizzazione

“Sei un precario”: sentirsi addosso questa affermazione ha da sempre suscitato in un giovane uno stato di inadeguatezza, la sensazione di trovarsi in una condizione da cambiare, magari anche uno stimolo per tendere a qualcosa di più stabile. Ma oggi è ancora così? La frammentarietà, l’incertezza non sono forse parole vissute da un giovane come “via” per la propria realizzazione? La precarietà è colta come fonte di opportunità: di conoscere e conoscersi, di generare modalità mai pensate, di dare vita al nuovo. La precarietà si associa all’epoca giovanile non perché ne costituisca una problematica, ma perché parla di chi è ancora in divenire, di chi non è ancora del tutto definito, di chi sta crescendo.  

Per un educatore è una condizione che fa da premessa a ogni cammino di accompagnamento: occorre stare accanto al giovane perché il dinamismo che lo abita sia il terreno di fondo che apre ad un cammino di speranza. «Non si tratta solo di fare delle cose, ma di farle con un significato, con un orientamento»[1]. Sempre di più, infatti, prende campo la forza coinvolgente delle esperienze, aprendo a una espressività che viene assunta, nella varietà indefinita delle sue manifestazioni, come significativo punto di riferimento. Partendo dalla varietà, e qualche volta dalla contraddittorietà, di tutti gli stimoli della vita di ogni giorno, il giovane può imparare a far fiorire l’unità del proprio io non lasciandosi alle spalle quella varietà, ma recuperandola in un’unità più ricca, più articolata e più aperta rispetto ai suoi coetanei del passato. E’ come scegliere di percorrere un sentiero sul crinale di una montagna: solo così è possibile ammirare la bellezza e la vastità dei due versanti del monte. Rimanendo in un percorso più in basso, più sicuro, si perde la prospettiva che si apre sul territorio. Stare sul crinale è inoltre più emozionante, ma per non correre rischi bisogna anche evitare di percorrere qualche passo azzardato. Allora, camminando insieme, si può arrivare a fare sintesi tra cuore e mente. Emozioni, passioni, turbamenti sono integrate e trovano armonia con la ragione. È la possibilità di mettere a frutto tutta la bellezza dell’umano, senza escludere nessun aspetto.  

La sensibilità delle nuove generazioni è molto alta in un dialogo “a tutto campo” che parta dalla vita. I giovani hanno la capacità di superare presto i pregiudizi: tramontate le barriere ideologiche, giudicano molto di più gli adulti in base alla speranza che vedono in parole e gesti e al tempo che trascorrono con loro. Un’ottima occasione di “dare spazio” a queste attese sono le esperienze di vita comune, promosse negli ultimi anni nelle realtà ecclesiali che hanno affascinato tanti giovani. Far casa permette di costruire dei legami buoni. Abitare luoghi per lo studio, l’ascolto, lo scambio e il confronto. E poi la comunione dei pasti. La semplicità della preghiera. La vita feriale insieme è una sfida vincente per combattere l’individualismo etico e la perdita di legami sociali. 

Una soglia che permette di mostrare il Vangelo come la via di un’umanità piena e che la fede prima di essere contenuti da credere è imparare il mestiere dell’esistenza. Gesù affascina sempre per la sua profondità di vita: «Vita buona, bella e beata, dunque vita esemplare per noi cristiani perché vita umanissima, liberamente e amorosamente assunta da colui che, essendo Dio, si è fatto uomo in un’esistenza reale e quotidiana come la nostra»[2]. E’ la «via» più idonea per mettersi in sintonia con un giovane che ascolta quando a parlargli è il linguaggio dell’umano. Il metodo portato avanti per molti anni non è più efficace: l’accoglienza passiva di una verità che piove dall’alto o l’essere considerato come un buon contenitore dentro il quale riversare la dottrina. Non solo l’impegno, la rinuncia, la disciplina, ma va annunciata prima di tutto l’esperienza della libertà. «Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11). Ritrovare così il senso vero dell’umano negli ambiti fondamentali che decidono la bontà della sua esistenza: nascere, morire, amare, educare. Attendono soprattutto di incontrare una persona che mostri una fiducia nella vita che tiene anche nel tempo della prova. Le domande, seppur sopite oggi più che mai, fanno presto a risvegliarsi, mostrando a un ragazzo un’ipotesi ragionevole di senso. Una “palestra” che mette in moto i giovani e li dona preziose occasioni di bene è il tempo dedicato agli altri. Tante sono stati gli episodi che hanno mostrato alla società la generosità delle nuove generazioni, soprattutto in occasioni di calamità. 

Oggi si parla molto di autorealizzazione, gli adulti insistono unilateralmente su ciò che l’individuo deve poter ricevere per attuarla. Raramente si mette in luce che il modo migliore di realizzarsi è diventare capaci di voler bene, mettendosi al servizio del prossimo. “Sporcarsi le mani” è il luogo di questo incontro tra autorealizzazione e dono. Qui i giovani dimostrano di essere disposti a seguire, ad ascoltare, a essere seri come non mai. Sanno aprirsi a un significato ancora più profondo: il cristiano, di per sé, è un precario. Perché «è nel mondo, ma non è del mondo» (Gv 17, 14). Significa non accontentarsi dell’oggi per cogliere che “c’è di più”. Una tensione di autenticità che rende maestri i giovani: «Occorre darci reciprocamente e benevolmente, ma con determinazione ed energia, quella sveglia che ci ricorda che siamo popolo in cammino e non in ricreazione, e che la strada è ancora lunga»[3]. Papa Francesco ha detto che i giovani ci insegnano a non “addomesticare” la vita, “il peccato più grande di mondanità e di spirito mondano anti-evangelico”. Accogliere invece lo squilibrio come cifra dell’esistenza. «Noi non possiamo fare qualcosa di buono, di evangelico se abbiamo paura dello squilibrio. Dobbiamo prendere lo squilibrio tra le mani: questo è quello che il Signore ci dice, perché il Vangelo – credo che mi capirete – è una dottrina “squilibrata”. Prendete le Beatitudini: meritano il premio Nobel dello squilibrio! Il Vangelo è così»[4] 

Nel nostro tempo, intravediamo già segni di capacità di comprendere e apprezzare ciò che veramente ha conta per la propria vita, ciò per cui vale la pena essere forti e testardi, affinché si possano raggiungere gli orizzonti sognati: il contrasto al male non con la vendetta ma con il perdono, il lavoro paziente per la riconciliazioni di fratture apparentemente insanabili nei conflitti, la difesa del corpo soprattutto quando è debole e scartato, la costruzione paziente di una fraternità aperta anche ai nemici. Ma ancora di più, di fronte a spinte che rischiano di attrarre i giovani in una direzione opposta, serve credere nel dialogo. Riscoprire il valore della differenza: guardare a un’unità che non è quella dell’appiattimento, in cui tutti rinunciano a essere se stessi, ma quella che riesce a contenere le opposizioni, articolandole in un discorso che non le stempera, ma le mette a confronto. In questo grande dialogo possono trovare così la loro più autentica composizione termini abitualmente contrapposti, quali libertà e responsabilità. 

 

 

[1] Francesco, Esortazione apostolica postsinodaleChristus Vivit, 257.

[2] E. Bianchi, Cristiani. La vita è bella, “Avvenire”, 29 dicembre 2001.

[3] Sintesi del tavolo dei giovani, Convegno ecclesiale nazionale In Gesù Cristo, il nuovo umanesimo, Firenze 2015.

[4] Francesco, Discorso ai partecipanti al convegno della Diocesi di Roma, 09.05.2019.