N.04
Luglio/Agosto 2019

Essere per gli altri

Il lavoro tra precarietà e vocazione creativa

«Guardate come crescono i fiori dei campi: non lavorano, non si fanno vestiti…» (Mt 6,28): la frase di Gesù apre gli occhi sulla Provvidenza del Padre che nutre la vita e agisce creando. Non è un invito a non lavorare, ma semmai a riconoscere che non tutto dipende dall’uomo! Niente è più fragile di un fiore, per la durata effimera dei suoi giorni dal bocciolo al momento in cui appassisce. Eppure la sua bellezza mostra che è dono gratuito. L’uomo può seminare la terra, ma la crescita del fiore non è semplicemente il risultato dell’impegno di chi lavora. C’è un di più che sfugge all’opera dell’uomo, sempre precaria… 

L’esperienza quotidiana, riflettuta anche dall’insegnamento sociale della Chiesa, dice invece che abbiamo bisogno di progettare la nostra esistenza. Ci si forma al lavoro, lo si cerca o rincorre, ci si spende con passione, diviene il modo con cui contribuire all’opera creatrice di Dio. Dov’è l’attività della Provvidenza in una pianificazione necessariamente strategica e oculata (nulla è lasciato al caso nella formazione delle competenze)? Anche all’epoca della rivoluzione digitale avvertiamo sempre più l’esigenza di acquisire uno stile resiliente, capace di adeguarsi alle trasformazioni in atto. Spesso in campo lavorativo il divario (in inglese è chiamato mismatch) non è orizzontale, ma verticale [1]. Vale a dire: non è che tra un disoccupato e un ipotetico posto di lavoro ci sia solo da colmare una distanza fisica! Sarebbe, infatti, sufficiente indicare al lavoratore dove si trova il lavoro che fa al caso suo, favorirne l’incontro e il gioco è fatto! In realtà, le cose sono molto più complicate. Il problema è che per un lavoro che si prospetta attraente è necessario prepararsi, dedicarvi ore di formazione, elevarsi e raggiungere le competenze richieste da quel posto di lavoro! Niente di più programmato, anche in questo caso! 

Quindi, come può il messaggio evangelico incrociare il mondo del lavoro? La questione merita un approfondimento ulteriore. C’è un aspetto che oggi spiazza gli addetti ai lavori in campo educativo ed economico-sociale. E’ innanzi tutto il fatto che i giovani sembrano disinteressati alla questione temporale. Tutte le battaglie promosse in favore dell’articolo 18, contro il licenziamento «per giusta causa» o contro la precarietà, non sembrano essere tra le priorità per molti giovani. Le lotte sindacali, frutto di conquiste sudate e faticose, appaiono derubricate a questioni di storia del lavoro umano! Capita spesso, invece, di sentire giovani preoccupati di avere un impiego adeguato, all’altezza dei propri studi, capace di offrire risposte al proprio stare al mondo, molto più che della sua durata nel tempo. La precarietà è meno drammatica rispetto all’inutilità. La flessibilità fa meno paura dell’isolamento sociale. Certo, si può discutere quanto abbia influito su questa concezione un indottrinamento frutto di decenni di ideologia neoliberista, ma le cose stanno così. I giovani temono mestieri sottopagati, luoghi di lavoro disumanizzanti e sembrano meno preoccupati di dover ricoprire molteplici competenze nell’arco della «carriera» lavorativa. 

Oggi la precarietà attraversa il dramma di molti giovani quando li riduce a «scarto sociale». Sperimentare forme di esclusione e di emarginazione non finisce solo per fagocitarli nel numero dei disoccupati, ma – come ricorda l’esortazione apostolica Christus vivit«recide nei giovani la capacità di sognare e di sperare e li priva della possibilità di dare un contributo allo sviluppo della società» (ChV 270). L’economista Luigino Bruni descrive così la perdita nel lavoro contemporaneo: «Produciamo persone sempre più sole e produciamo sempre più merci per saziare solitudini insaziabili. E il PIL cresce, indicatore delle nostre infelicità» [2]. Il problema, in questo contesto, diventa culturale (il materialismo divora la persona), tanto da generare un deficit di formazione, che porta inevitabilmente a lasciare fuori qualcuno dall’orizzonte del lavoro. Osserva papa Francesco che «spesso la precarietà occupazionale che affligge i giovani risponde agli interessi economici che sfruttano il lavoro» (ChV 270). 

C’è invece una sete di generatività che offre motivi di speranza. Risponde al sogno di una vita dignitosa, permettendo alla persona di maturare un pieno inserimento sociale e di crescere in termini di responsabilità. Più che attendere il lavoro, è fondamentale crearlo mettendosi in gioco. E’ importante «non aspettarsi di vivere senza lavorare, dipendendo dall’aiuto degli altri» (ChV 269). Così la propria vita assume un nuovo significato. Ha il sapore della pienezza. E’ la creatività il grande valore in questione. La catena di montaggio, ben descritta da Charlie Chaplin in Tempi moderni, è distante anni luce dall’esigenza di un’operatività creativa, dove la persona ci mette del suo. Più che il fare in serie, è decisivo il creare con ingegno. Più che l’uguale del ripetitivo, è importante il nuovo abitato dall’intraprendenza. 

La seconda istanza che affascina i giovani è far divenire il lavoro esperienza di collaborazione umana. La cooperazione, la generatività condivisa, il progettare insieme, la capacità di connettere idee nate a chilometri di distanza tra loro ma in grado di dischiudere prospettive di futuro, affascinano molto di più della meccanicità solitaria, del genio isolato e perciò incompreso. Per capire il valore di una proposta non basta pensarsi superiori agli altri. Si tratta anche di vivere esperienze comunitarie, capaci di creare socialità: in fondo non basta avere a disposizione quantità smisurate di oggetti per colmare la sete umana. 

Certo, non per tutti è così! C’è ancora chi si accontenta di quello che trova pur di non allontanarsi molto dai genitori o dall’amore della vita, chi pensa di cavarsela con qualsiasi cosa purché in grado di garantire uno stipendio al ventisette del mese! C’è però anche il nuovo che avanza. «Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,19).  

Si pensi al giovane che investe in formazione tecnologica per raggiungere un livello adeguato alle proprie aspirazioni.  

Si pensi alla persona che preferisce, alla quantità di produzione agricola, la qualità di un prodotto biologico proveniente dalla riscoperta di semi antichi.  

Si pensi a chi sperimenta, desideroso di attrarre il cliente e di aprirsi una strada di fiducia e affidabilità: si chiami produzione di pane, vino, dolci, olio, caffè, birra o altro!  

Si pensi a chi sceglie con coraggio lavori di cura, intuendo che il futuro è lì non solo perché la popolazione invecchia, ma perché è sempre più determinante la qualità della relazione per dire la bontà di un luogo.  

Si pensi a chi produce cultura sapendo promuovere qualcosa che ha valore artistico e sociale. 

Il lavoro originale assomiglia così alla bellezza dei gigli nei campi. In fondo, quei fiori sono dono gratuito. Abbelliscono la creazione, facendola uscire dalla monotonia! Così è anche il lavoro dei giovani che si ingegnano e si mettono in gioco, fanno squadra e si pensano al servizio. La loro vocazione non è solo quella di rendersi utili. Contribuiscono all’opera creatrice di Dio. Impreziosiscono i luoghi e le relazioni. Contestano un’economia che riduce tutto a merce, per valorizzare le persone. Il lavoro apre nuove strade di risposta al progetto di Dio. Nessun uomo e nessuna donna possono pensarsi come macchine di produzione. La vita umana è sempre fedeltà creativa… 

La domanda ordinaria rimane sempre la stessa: «Cosa fai per vivere?». Da tradurre in: «Cosa fai per gli altri, per abbellire, costruire e migliorare questo mondo? In fondo, significa «essere per gli altri» (ChV 258), pensarsi al servizio. Forse, non c’è niente di più precario e insieme di coinvolgente! Come scrive Kahlil Gibran nel capitolo de’ Il profeta dedicato al lavoro: 

«Perché se cuocete il pane con indifferenza, 

voi cuocete un pane amaro, 

che non potrà sfamare l’uomo del tutto. 

E se spremete l’uva controvoglia, 

la vostra riluttanza distillerà veleno nel vino. 

E anche se cantate come angeli, 

ma non amate il canto, 

renderete l’uomo sordo alle voci del giorno e della notte». 

Del resto, questa «precarietà» evangelica la insegnava già sant’Ignazio di Loyola: «Prega come se tutto dipendesse da Dio e lavora come se tutto dipendesse da te». Un inedito ora et labora che vale anche oggi. Almeno per abitare nella perenne giovinezza di Dio, detta Provvidenza. Bellezza che rigenera. 

 

 

 

[1] Cf. D. Di Vico, Dai tecnici specializzati agli addetti al turismo. Quando il lavoro c’è, mancano i profili giusti, “Corriere della Sera”, 14 gennaio 2018, 2.

[2] L. Bruni, L’arca e i talenti. Quel che dice la Bibbia sul lavoro, San Paolo, Cinisello Balsamo 2019, 65.