N.01
Gennaio/Febbraio 2020

Qual è la tua rotta?

Ogni formazione è vocazionale

Nel racconto di Guareschi Il compagno don Camillo[1], appena il parroco di Brescello scende dall’aereo e mette piede in Unione Sovietica, prontamente tira fuori dalla tasca il pieghevole con il programma della visita e, sospirando, commenta: “…e questa è fatta”. Forse anche noi – qualche volta – al termine di un appuntamento formativo, ci siamo sentiti come don Camillo e, cancellando con soddisfatta diligenza una data sulla nostra agenda, abbiamo pensato “…e questa è fatta”. Ben sappiamo che prima dell’inizio di un incontro previsto dal percorso di formazione obbligatoria, s’innalza il bisbiglio di un ritornello – sai dov’è il foglio firme? – che suscita più attenzione del tema proposto. È esperienza comune vivere così la formazione, con disincantato fatalismo, come adempimento, come formalità burocratica, come coercizione inesorabile:“Ci tocca, speriamo che finisca presto, intanto… e questa è fatta”. Pur premettendo che la noia è una responsabilità di chi la suscita e che quindi chi pensa e propone qualcosa di noioso o in modo noioso ha una evidente responsabilità, pur constatando che se non c’è disponibilità all’ascolto ed interesse da parte dei partecipanti, questi riuscirebbero a sbadigliare anche di fronte Mozart in persona, tuttavia è utile verificare un poco lo stato di salute delle fondamenta, ovvero le motivazioni di una scelta educativa. Un cammino formativo si rivolge al nutrimento di queste radici profonde, che reggono la parte visibile della nostra scelta e storia educativa, che danno forma al nostro stile e al modo di comunicare e di pensare. È formazione anche – e soprattutto – il mio rapporto con la realtà, la rielaborazione degli eventi, la riflessione personale. È formazione tutto ciò che tocca i nervi della nostra sensibilità, tutto ciò che suscita sete di senso o nostalgia di umano buono, tutto ciò che ci ferisce con la sua bellezza o il suo doloroso mistero, è formativo, è formazione, perché va al nocciolo irriducibile del sentirsi vivi, va al cuore delle nostre domande, al “perché siamo su questo mondo”[2]. Ovviamente, la formazione non coincide soltanto con le tappe proposte da questa o quella istituzione, tuttavia è indispensabile conoscere e confrontarsi con sistemi di pensiero, con storie, con voci che aiutino a leggere il presente, che aiutino a pensare. Anche se la parola formazione richiama, inizialmente, quel clima poco entusiasmante che abbiamo descritto, tuttavia non bisogna darsi per vinti ed anzi si dovrebbe accogliere con gratitudine ogni proposta formativa di buon livello, l’incontro con una voce che abbia qualcosa da dire. Può giovare ricordare che se desidero dire qualcosa, prima devo ascoltare, con attenzione. Un proverbio dice che abbiamo due orecchie e una bocca, abbiamo due occhi ed una bocca, quindi doppiamo ascoltare il doppio di quanto parliamo, leggere il doppio di quanto diciamo. Propongo una provocazione: se sono un insegnante e faccio una lezione, dovrò leggere di quell’argomento il doppio di quanto dirò in classe… Se ci cronometrassimo, i conti tornerebbero? Se sono un insegnante, devo far saltare fuori il tempo per leggere, per studiare, per riformulare la mia prospettiva di mondo, per conoscere il presente, così come lo sportivo si definisce tale perché si allena tutti i giorni, con impegno e fatica. La formazione, allora, non è una tassa fastidiosa da versare alla burocrazia, all’autorità, al conformismo. Non si tratta di calare dall’alto considerazioni filogovernative, rimarcando in modo paternalistico, più o meno tra le righe, che il bravo educatore partecipa puntualmente alle occasioni formative proposte dalla propria istituzione. Si tratta invece di farsi coinvolgere e di metterci la testa e il cuore, di esserci senza uscite di sicurezza. C’è in gioco qualcosa di più profondo e decisivo, qualcosa che i ragazzi e le ragazze in classe colgono subito, chiedendoti – non a parole, ma con lo sguardo – le ragioni della tua scelta, ovvero perché sei dietro alla cattedra ad insegnare. Nei loro occhi c’è qualcosa di sfuggente che ci interpella sempre, senza scampo. Qualunque sia la materia del contendere scolastico, matematica o italiano, filosofia o diritto, musica o educazione fisica, c’è l’umano sul piatto della bilancia, con tutto il suo ingombrante peso, l’umano, la mia e tua umanità di adulto che sostiene di avere qualcosa da dire. Chiediamoci: noi adulti ed educatori, che persone siamo? Com’è lo stato di salute della nostra umanità? Ce ne prendiamo cura? In che relazione siamo con il presente? Guardiamo la nostra umanità – senza ossessioni – con quell’attenzione vicina che richiede un aspetto importante, fondamentale, quotidiano, proprio come l’allenamento per lo sportivo? Papa Francesco scrive così nella Christus vivit: «Non si tratta solo di fare delle cose, ma di farle con un significato, con un orientamento. A questo proposito, sant’Alberto Hurtado diceva ai giovani che devono prendere molto sul serio la rotta: in una nave, il pilota negligente viene licenziato in tronco, perché quello che ha in mano è troppo sacro. E nella vita, noi stiamo attenti alla nostra rotta? Qual è la tua rotta?»(ChV 257).

“Qual è la tua rotta?”, è questa la domanda spiazzante dei ragazzi, che potremmo riformulare così: prof, lei è qui perché è innamorato della matematica, o perché non ha trovato nulla di meglio da fare?Potremmo utilizzare anche un registro linguistico un po’ più spirituale e interpretare così:“Prof, lei è qui per professione o per vocazione?”. Facciamo gli insegnanti o siamo degli insegnanti? Certo, questi interrogativi rischiano di scivolare in una trappola retorica, ben rappresentata da una parabola evangelica di grande efficacia narrativa, il fariseo e il pubblicano (Lc 18,9-13). Alto è il rischio, condannando l’atteggiamento del fariseo, di assumerne lo stesso sguardo di giudicante superiorità e di trovarsi con lui dalla parte sbagliata della barricata. Allo stesso modo, scrivendo di passione educativa, parlando ad altri di passione educativa, si rischia di dare per scontato che chi ne scrive o ne parla, ne abbia da vendere. Tutto questo è vero, però è vero anche che senza passione, senza il cuore, non andiamo da nessuna parte e finiamo per essere spalle o comprimari di un teatrino dell’assurdo, di un già visto, di un già detto, di una strada senza rotta.

Non è realistico pensare ad un livello sempre alto e infiammato di passione. In questo può aiutarci un’immagine ricavata dal mondo musicale e, in particolare, dall’universo dell’opera lirica. Infatti, anche le opere più sorprendenti, quelle che offrono commoventi e illuminati lampi di lirismo, necessitano, tra lo stupore di un’aria e l’altra, di un poco di recitativo, di parlato, di calo della tensione. Ma senza formazione, senza attenzione esigente per la propria temperatura umana, senza un interrogativo esigente – che ci metta un po’ in discussione – circa la rotta, il discorso educativo è solo recitativo e ben lontano da picchi melodici, non riuscirà a toccare il cuore, non lascerà il segno, non insegnerà nulla.

“Prova d’orchestra” è un film del 1979 di Federico Fellini che si offre a molteplici interpretazioni. I musicisti di un’ensemble si ribellano, non vogliono più il direttore e lo sostituiscono con un gigantesco metronomo, un direttore d’orchestra meccanico. Alla fine, tra le macerie di un auditorium distrutto dalla rivolta, i ribelli si riaffidano al direttore, riconsegnandogli la bacchetta. È evidente a tutti che il direttore, criticato per il suo dispotismo, anche se contradditorio, anche se limitato, anche se umano, è lì per passione, la musica è la sua vita e i musicisti dell’orchestra non chiedono altro che incontrare una persona innamorata, una persona con una bella passione.

Perché “l’amore tutto crede, tutto scusa, tutto sopporta” (1Cor 13,7). Fellini si è ispirato a san Paolo? Noi, certamente, dovremmo.

 

 

[1] G. Guareschi, Il compagno don Camillo, Rizzoli, Milano 1963.

[2] Francesco, Christus vivit, 254.