Seminaristi e vocazioni:testimoni del vangelo della vocazione
Quale è il ruolo e il contributo dei seminaristi nella pastorale unitaria della Chiesa locale? È corretto, vista la giovane età e un cammino di maturazione vocazionale ancora in fieri, spingerli in un’attività vocazionale oggi sempre più difficile negli ambienti giovanili? Di fatto in molte Diocesi almeno una parte dei seminaristi opera in questa pastorale: si potrebbe perciò rilevare sul campo come questa collaborazione si svolge o quali frutti sembra portare sia al seminarista stesso sia alle persone (soprattutto ai giovani) incontrate. Lasciando ad altri il rispondere a queste domande di tipo pedagogico e pastorale[1], ci vogliamo invece domandare più in profondità: su quale motivazioni fondare teologicamente questo impegno?
La vocazione è da annunciare?
Ci sono diversi validi motivi per cui un seminarista deve essere testimone della sua vocazione. In buona parte corrispondono ai motivi di tutti quelli che hanno ricevuto una vocazione particolare nella Chiesa e sono chiamati ad esserne i primi testimoni. Al centro c’è la logica del dono, che è dato per tutti e quindi va condiviso.
Ma ancora prima che il dono si faccia compito, in concreto prima di diventare ministri ordinati e iniziare l’azione pastorale, per il seminarista c’è questo tempo particolare della formazione, dove la coscienza della vocazione si va stabilizzando e la sua personalità si va strutturando su quei valori tipici e nuovi, per lui, che caratterizzano il sacerdote. È il tempo in cui il soggetto fa la prima esperienza della vocazione in senso pieno e sconvolgente. È nella situazione del discepolo che ha visto per la prima volta il Risorto e deve correre ad annunciarlo; è come Andrea che ha trovato il tesoro nel campo e sta andando in fretta – pieno di gioia – a vendere tutto quello che ha per acquistarlo. Ed è proprio questa situazione specifica che può divenire oggetto di annuncio, prima ancora dei contenuti specifici della singola vocazione ecclesiale.
Non è quindi solo una questione di convenienza: certamente è meglio sentire una testimonianza sull’amore da chi è innamorato, rispetto a chi lo è stato alcuni decenni fa! È anche una questione di apprezzamento di tutti i doni di Dio: l’esperienza iniziale della vocazione, se è vero che deve essere completata con l’inserimento nel corpo vivo della Chiesa a servizio della sua missione, però ha già in se stessa qualcosa da rivelare circa il modo di manifestarsi dell’amore di Dio.
Del resto i “racconti di vocazione” dell’antico e del nuovo Testamento, se non ci dicono tutto circa la vita e la missione concreta di quel chiamato, sono però dei gioielli di teologia: il rapporto tra Dio e l’uomo, tra fede e grazia, tra amore che precede e amore che risponde, tra realizzazione del piano di Dio e pienezza della vita dell’uomo, tra rinuncia e gioia, tra libertà e responsabilità, tra Spirito e Chiesa, tra missione e ministeri… molte verità importanti sono messe in piena luce! Spesso nella Scrittura questi racconti sono “paradigmatici” e validi universalmente, anche se narrati secondo un genere “storico”.
È la stessa Parola di Dio che ci insegna a trasformare il fatto di essere dei chiamati ad una vocazione particolare, in un annuncio utile alla fede degli altri. Ed è la Scrittura che ci dà gli elementi chiave, la struttura, con cui rileggere le nostre singole storie di chiamata per ripresentarle in modo che siano rivelative di come Dio e l’uomo si possono incontrare, amare e legarsi per sempre.
La vocazione è un “vangelo”, e il “vangelo” va testimoniato!
La vocazione è un “vangelo” ricevuto gratis
Ogni vocazione nasce da un “vangelo”, da una parola piena di gioia con cui il Padre annuncia nell’interiorità a ciascuno dei suoi figli quale è il dono che gli ha messo in cuore. Ogni vocazione nasce da un incontro con Cristo, nello Spirito, dove ciascun discepolo sente diretta proprio a lui, alla sua vita, una buona notizia: “Vieni, seguimi… se vuoi essere perfetto…”. Non è frutto di opere nostre, ma di un dono che si riceve: ci si trova di fronte ad esso e la coscienza di averlo cambia la vita, se si risponde liberamente e con tutto il cuore. È un regalo, un carisma, un nome nuovo con cui si è chiamati a seguire Cristo nella gioia di una nuova fraternità.
È un dono che mette a contatto con la pienezza del mistero dell’uomo di cui si è portatori, perché dischiude una verità e una bellezza insospettata dentro la propria vita, una nuova energia di amore e di servizio, neppure sognata prima.
È un dono gratuito che mette a contatto col mistero di Dio mentre ci si rivela, personalmente. Quello che prima poteva essere solo capito “per sentito dire” ora diventa vivo: gli occhi vedono meraviglie; le labbra sono purificate coi “carboni ardenti”; le mani toccano il Verbo della vita… Dio diventa il “mio Signore e mio Dio”. La vocazione diventa esperienza intima, personale, incancellabile di Dio: è sigillo, marchio a fuoco sul braccio, sul cuore.
È il primo motivo per cui il seminarista, come ogni chiamato, si sente spinto a manifestare gratuitamente ciò che gratuitamente ha ricevuto: è la novità, la bellezza, la pienezza di senso ricevuta che lo spinge a farsi testimone del vangelo della sua vocazione. “Non si accende una lampada per metterla sotto il letto, ma sul lucerniere!” Lo stupore per essere stato scelto proprio lui, senza alcun merito previo, si trasforma in gratitudine per l’amore preveniente di Dio e in fiducia non tanto in se stesso, ma in Colui che porterà avanti l’opera iniziata. In fondo l’oggetto di ogni annuncio non è la sola trasmissione di un “deposito” di verità freddamente dogmatiche, ma l’esperienza del rapporto grazia-fede e salvezza nella propria storia personale. La verità di Dio che si manifesta fa emergere la verità dell’uomo che lo accoglie: in questo svelamento appare anche la propria vocazione, indissolubilmente intrecciata con la risposta di fede. La gratitudine e la fiducia in Dio, i due atteggiamenti maggiori che conseguono da questo incontro, diventeranno i più forti sostegni della credibilità dell’annunciatore.
La vocazione è un “vangelo” ricevuto gratis nella e dalla Chiesa
Dio non ci salva e non ci chiama individualmente, senza legame tra noi, ma dentro un popolo. Dio si rivela sempre come il “Dio con noi”, e dà i suoi doni, i suoi carismi, le vocazioni, dentro una comunità di chiamati, dentro la grande assemblea dei convocati, la Chiesa. Nessuno di noi si è battezzato da solo, né si è autoammaestrato: attraverso la Chiesa madre e maestra, siamo stati preparati nella fede, nell’ascolto, nella pratica della Parola, nella docilità allo Spirito, con il nutrimento eucaristico “quotidiano”… ad accogliere la parola nuova della nostra vocazione. La catena dei grandi chiamati, dei santi, dei testimoni eccellenti, dei ministri e degli educatori che ciascuno conosce e “ri-conosce” come strumenti forti della voce di Dio per lui, lascia insieme con il senso di gratitudine per l’essere stati amati e attirati dentro una fraternità nuova, anche un forte desiderio di continuità.
È il secondo motivo per cui il seminarista, come tutti i chiamati, sente il dovere e il desiderio di divenire testimone della sua vocazione. La coscienza che la sua adesione di fede e la sua vocazione sono inevitabilmente “ecclesiali” fanno crescere in lui anche il senso di appartenenza: nessuno è cristiano se non dentro la Chiesa, nessuno ha una vocazione che non sia ecclesiale per origine e destinazione. Il seminarista si identifica allora con tutti quelli che lo hanno preceduto e sa che deve continuarne la missione, la trasmissione “apostolica” di una Verità che si è fatta carne e senso della sua stessa vita; quello che egli ha visto e udito sa che lo deve trasmettere anche ad altri, perché anche la loro gioia sia piena. La Chiesa cresce così per “contagio” da fede a fede, da vocazione a vocazione; generati da una madre, ci si sente in dovere di essere fecondi.
La vocazione è un “vangelo” dato alla Chiesa e per la vita del mondo
Secondo la dinamica del carisma, ogni vocazione è data sempre per il beneficio di tutti. La vocazione non solo deriva dalla Chiesa e dalla sua mediazione, non solo si fa riconoscere e si compie nella Chiesa, ma si configura – nel fondamentale servizio a Dio – anche come servizio alla Chiesa… per la crescita del regno di Dio nel mondo (cfr. PdV 35). Due sono le qualità delle vocazioni: la diversità e l’essere finalizzate al bene della Chiesa.
C’è un disegno provvidenziale, che non va sottovalutato come fosse un di più un po’ bizzarro, sotto la varietà, la diversità delle vocazioni e la loro complementarietà: esse sono volute perché riflettano meglio il mistero della ricchezza dell’amore di Dio. Tante sono le vocazioni perché tanti sono i volti della sua misericordia. A ciascuno è dato un nome nuovo e unico, perché Dio sa amare ciascuno esclusivamente e in modo diverso e vuole che questo aspetto del suo amore appaia a tutti, per la nostra gioia.
Come tenere nascosta – di nuovo! – una realtà così carica di potenzialità rivelativa circa la natura e l’agire salvifico di Dio? Guai al seminarista che non “evangelizzasse” questo essere amato personalmente con doni specifici e diversi che caratterizzano lo stare con Gesù nella Chiesa a servizio dei fratelli!
Poi non si deve dimenticare la dinamica di fondo di questi doni, cioè la logica della “pro-esistenza”: siamo chiamati e mandati, per la Chiesa e per il mondo. Come Cristo che ha dato il suo corpo “per noi e per tutti”. Il dono, la vocazione, è data per essere spesa nel servizio agli altri fratelli, e fin dall’inizio è proprio la stessa qualità oblativa della vocazione che va annunciata, affinché non ci siano fraintendimenti. Tanti potrebbero essere i motivi umani per impegnarsi a favore di qualcuno nella Chiesa e nel mondo. L’annuncio di ciò che il Signore sta operando dentro di sé (la sostituzione di un cuore di pietra con quello di carne) e fuori (effusione dei carismi nella Chiesa, perché diffonda la carità nel mondo) permette a tutti di rendersi conto dell’azione della Grazia e delle motivazioni trascendenti che guidano il chiamato.
Ecco la terza serie di motivi perché un seminarista testimoni: egli è chiamato a fare conoscere questa realtà della vocazione che “personalizza” e valorizza ognuno dentro alla Chiesa, perché Dio e la Chiesa siano amati. È chiamato a rendere ragione al mondo della speranza che accompagna il suo donarsi, il suo assumere la verginità per il Regno, il mettersi a servizio degli ultimi… perché sia chiaro fin dall’inizio del suo cammino da Chi viene tutto questo, per Chi lo fa e quale è la forza che gli permette di vivere il distacco da diversi valori umani anche positivi.
Evangelizzando ci si autoevangelizza
Ovvio il vantaggio educativo-vocazionale per i seminaristi che operano in questa pastorale. Fin dall’inizio del loro cammino scoprono la verità profonda che niente della loro vocazione, nemmeno il momento iniziale, più “intimo”, appartiene esclusivamente a loro: tutto è grazia e tutto deve divenire dono. Quante volte Paolo ha usato l’esperienza della sua chiamata-conversione per illustrare e confermare il suo annuncio della salvezza come opera della grazia preveniente e gratuita: lui che aveva avuto un’esperienza mistica tutt’altro che facile da raccontare!
E c’è un altro vantaggio: nel momento in cui si fa della propria vocazione, come opera che Dio va compiendo dentro la propria vita, un oggetto di apostolato, si favorisce quella stessa azione di Dio. Più la si annuncia e la si trasmette più la gratitudine e l’abbandono al Signore del chiamato crescono: si fa sempre più spazio al suo intervento, cresce la presenza dello Spirito, cresce la volontà di lasciarsi guidare. L’aveva detto l’Instrumentum laboris del Sinodo ‘90: “L’azione evangelizzatrice diventa (per il sacerdote) un itinerario di autoevangelizzazione” (n. 21). Dio forma ed educa i suoi annunciatori non prima, ma durante l’annuncio. Possono valere anche qui le parole di Gesù ai discepoli chiamati in tribunale: è lo Spirito che fornisce le parole giuste, lingua e sapienza adatta, affinché si renda una testimonianza franca e chiara. Non è solo la fede che genera testimonianza, ma anche la testimonianza rafforza la fede. Così è per la testimonianza dell’opera più preziosa che lo Spirito compie dentro il cammino di fede: la scoperta e l’assenso amoroso alla propria vocazione.
Note
[1] A questo proposito ho trovato particolarmente interessanti e stimolanti i seguenti contributi: D. COLETTI, La coscienza della propria vocazione fonte per il presbitero della responsabilità per tutte le vocazioni nella Chiesa; e A. CENCINI, Consapevolezza, testimonianza e responsabilità vocazionale nella formazione del seminarista, in ‘Vocazioni’ 4 (1992).