La missione di un educatore chiamato da Dio a dare il nome alle cose
Chiamare le cose per nome è conoscere, conoscere è distinguere, è, cioè, sapere cogliere i particolari che fanno una cosa unica e irrepetibile. È, quindi, riconoscerne la identità. Si conosce veramente quello che si fa o si esperimenta. Si conosce veramente quando si ama.
Solo Dio può “chiamare per nome” tutte le cose perché Lui le ha create; solo Lui le conosce veramente “Dio conta le stelle e chiama ciascuna per nome” (Sal 147,4). Questo manifesta la sua multiforme potenza creatrice. Per Lui la molteplicità e la diversità non sono un impedimento alla realizzazione dell’unità – vocazione di tutto l’universo – ma diventa ricchezza, manifestazione di una potenza unificante di amore. In forza di questo amore e di questa conoscenza, Dio instaura con ogni cosa e ogni persona un rapporto diversificato e personale.
Quando l’educatore si pone dinanzi a coloro che gli sono affidati, deve “chiamare ognuno per nome” cioè deve conoscerli e instaurare con essi un rapporto non generico, non superficiale, non massificato ma personale. Come potrà conoscerli? Poiché si conosce quello che si crea o che si esperimenta, e solo quando si ama si crea e solo quando si ama si conosce, l’educatore può fare questo accogliendo in se stesso l’altro; egli deve “viverlo” dentro di sé, in un certo senso deve “ricrearlo” attraverso il suo amore. L’attenzione piena di amore fa vedere “dentro” l’altro. L’occhio senza amore non vede e “vedere” non è solo rendersi conto di quello che è l’altro ma anche di quello che egli può essere, di quello che può diventare. L’amore fa “indovinare” l’altro: fa vedere la bontà in chi è ribelle, le sue doti nascoste, le potenzialità, la paura di rivelarsi, le sofferenze che si rivestono di spavalderia. L’opera dell’educatore che procede dallo sguardo che penetra e che è vissuta come accoglienza nel proprio essere, porta l’altro a rivelarsi, a crescere come adesione di sé a se stesso, come capacità creativa che si sviluppa, a raggiungere la propria identità cioè a diventare quello che deve essere, cioè a combaciare col “proprio nome”.
Scomparire nell’anonimato è una delle cose più demolitrici della persona: è come non esistere, è la morte civile dei prigionieri dei lager, distinti solo da un numero, ed è oggi l’attuale situazione degli ospedali dove i pazienti sono “un posto letto” ed “un caso”… Tirarsi fuori dall’anonimato è istintivo, tentare di “farsi un nome” anche attraverso mezzi banali e meschini… quale tentazione per i giovani che non hanno dato un senso alla loro vita!… L’“avere un nome” è coscienza di avere una dignità, di meritare il rispetto, è, più ancora, quando qualcuno ci chiama per nome, quando, con l’occhio dell’amore, ci ha riconosciuto e accettato sino infondo, segno di essere amati, è sentirsi importanti… A Maria Maddalena, davanti alla tomba vuota, si aprono gli occhi alla conoscenza del Cristo risorto perché ella si è sentita chiamare per nome e solo come Lui la sapeva chiamare. Inoltre, un occhio che guarda con amore, spesso porta l’altro a scoprire dentro di sé una immagine diversa da quella creata, e purtroppo tante volte cristallizzata, da un giudizio generico e umiliante.
L’educatore aiuta colui che gli è affidato a “dare il nome” alle cose. L’educatore aiuta l’altro a confrontarsi con la cultura, in modo che questa non si riduca ad una registrazione di dati, ma a dare spazio alla riflessione, al confronto di quanto si impara sui libri con la vita, con gli eventi, con la storia così che la scienza diventi sapienza: conoscenza interiore, esperienziale, profonda delle cose alle quali, in tal modo, si può dare veramente il nome appropriato.
Conoscenza è anche fare discernimento morale. Compito precipuo dell’educatore è aiutare l’altro a distinguere le realtà negative dalle positive in modo che egli possa esercitare la sua libertà, liberarsi dal relativismo morale e dal giudizio soggettivo del bene e del male e chiamare “bene” il bene e “male” il male. Oggi significa avere il coraggio di parlare chiaro e dire: – Questo è vero e questo è falso; questo si prende e questo si lascia…
Per agire così si richiede onestà, lealtà, dirittura, coraggio e il riferimento costante alla Parola di Dio. Siamo agli antipodi della ipocrisia che maschera la realtà, che mostra quello che non è e nasconde quello che è, che difende una immagine artificiale, conformista e falsa. “Guai a chi dice: pace! e pace non c’è” (Ez 13,10) “…essi danno a sì grandi mali il nome di pace” (Sap 14,22). Non si può deformare la realtà che finisce tragicamente prima o poi per rivelarsi. Il conformista si allinea al discorso di tutti, il profeta dà “il nome giusto” alle cose. Oggi è eroico dare il nome giusto alle cose e insegnare a “dare il nome” alle cose ma è urgente farlo nei confronti dei giovani che devono imparare la “franchezza” e la coerenza. Questa conoscenza e giudizio leale sulle realtà, dando ad esse il nome che loro compete, determina il comportamento del: “sì, sì, no, no” evangelico per cui da chiarezza di conoscenza deriva coerenza di azione.