N.01
Gennaio/Febbraio 1987

I giovani ‘segni dei tempi’ per la missione

In un momento in cui un po’ in tutta Europa sembra risvegliarsi la protesta giovanile, dopo anni di riflusso nel privato, può apparire stravagante e forse ambiguo riproporre una riflessione sui giovani come “segni dei tempi”. C’è infatti il pericolo, visibilissimo nel dibattito giornalistico in corso da settimane sull’argomento, che si torni ad un revival di quella logica di identità collettiva (i giovani nuova classe sociale, i giovani punta della contestazione e del rinnovamento, i giovani datori di fantasia e di senso, ecc.) che ha occupato per anni i nostri discorsi e che si è dimostrata fragile e portatrice di vizi collettivi, anche drammatici talvolta.

Eppure una riflessione su come i giovani ci interpellano e ci provocano è oggi essenziale per noi adulti, in quanto sappiamo, più o meno coscientemente, che la loro faticosa e talvolta drammatica ricerca di senso e di significato (cosa siamo e dove stiamo andando) non è solo espressione di percorso di adolescenza e formazione moderna (che sente di aver perduto senso e significato), bisogno che tocca quindi tutti, giovani o adulti che siamo.

Di fronte all’esigenza – ed alla delicatezza – di questa riflessione il primo compito è quello di sgombrare il campo dai detriti (culturali e psicologici) delle due grandi fasi, e delle due grandi logiche comportamentali ed interpretative, che hanno occupato gli ultimi due decenni: il decennio dell’identità collettiva ed il decennio del riflusso nel privato. Altrimenti ogni ragionamento rischia di diventare troppo complesso e labirintistico, e di fatto non produttivo.

Dobbiamo anzitutto sgombrare il campo dai residui della tentazione di parlare di giovani come gruppo sociale avente una propria identità collettiva. È una tentazione molto sessantottina, provocata dall’impasto fra una cultura generazionale ed una cultura classista. I giovani non possono essere più interpretati come una “condizione unitaria” o una classe perché condizioni e classi si formano su interessi reali non sulle emozioni; ed i giovani di interessi reali o ne portano pochi o, quando li portano, si tratta di interessi specifici e non sempre socialmente mobilitanti (si pensi all’interesse a studiar bene che stava sotto la piccola fiammata dei “ragazzi dell’85”); oppure li portano con atteggiamento spesso oggettivamente subalterno (la richiesta di più posti di lavoro cui dovrebbero provvedere adulti e governo) da non poter innestare una vera dialettica sociale. Resterebbero così, a fare identità collettiva, solo l’emozione e la fantasia (spesso più proclamate che reali) che possono far piazza e titoli di giornale, ma non vere identità.

Dobbiamo in secondo luogo sgombrare il campo dai residui, più recenti, della tentazione di parlare dei giovani in termini di trionfo della soggettività, trionfo che ha avuto il suo culmine nel così detto “riflusso nel privato”. Io credo che la soggettività abbia influenzato negli ultimi decenni i giovani molto più dei proclami e delle ambizioni collettive: basterebbe pensare a come essa abbia condizionato il rapporto dei giovani con il lavoro (la spinta al lavoro indipendente); con lo svago e la cultura (basta pensare a come essi sentono la musica, quasi indossandola, talvolta addirittura in cuffia solitaria); con la stessa dimensione religiosa (la soggettivazione della “esperienza” religiosa). Ma non sfugge a tutti noi che per i giovani la soggettività è diventata una prigione e non un fattore di crescita umana e culturale: in parte perché ogni tensione alla autorealizzazione ha dentro di sé pericoli congiunti di alienazione, depressione e schizofrenia (si ricordino le tesi di Milanesi in proposito); in parte perché la soggettività porta anche alla ricerca di mondi vitali fittizi (dalla droga al misticismo orientalizzante); in parte perché la carica di soggettività finisce per creare una frammentazione del vissuto giovanile, fa delle psicologie giovanili dei frammenti (senza battesimo, talvolta, per citare Mario Luzi). Tocchiamo ogni giorno con mano che il vissuto soggettivo non basta a dar senso.

Se sgombriamo il campo dalle due tentazioni citate, e dai loro più o meno parziali revivals, cosa resta dell’attuale travaglio di evoluzione del mondo giovanile? Quali valori e bisogni si agitano in esso?

Nel breve spazio di questa riflessione si possono avanzare tre linee di approfondimento di tematiche che vanno emergendo. La prima è quella della riscoperta del rapporto con gli altri.

 

 

La riscoperta del rapporto con gli altri

Sul piano della cultura collettiva tale riscoperta prende nomi diversi, dall’impegno per la pace allo sviluppo forte del volontariato sociale, dalla cultura del solidarismo di neo-interclassismo al vivere con gratuità e capacità di dono. Ma, oso dire, c’è una linea più sottile e profonda, anche filosofica, in questa riscoperta dell’altro: è la linea (si pensi al Levinas) che vede nell’altro un impegno a non restar chiusi (in se stessi o nel fanatismo ideologico); che vede nell’altro il segno dell’infinita diversità dell’uomo, tutta da accettare come grande dono; che vede nell’altro quindi un segno di Dio (“il volto di Dio comincia dal volto dell’altro”); che vede nel rispetto e nell’amore verso l’altro la radice di ogni moralità (“è il volto dell’altro che ci obbliga a non uccidere”, anche a parole); che vede quindi nell’apertura (nell’eccomi, per riprendere il titolo generale di questo volume) verso l’altro e verso il mondo il valore fondamentale di questo periodo di ricerca del senso. Il senso in altre parole non è chiuso in noi, ma sta nel rapporto che instauriamo con gli altri.

 

Il bisogno di “individuazione”

La seconda linea di approfondimento è quella relativa al rapporto fra identità ed individuazione; ma probabilmente non hanno letto, forse per loro fortuna, gli psicologi che sostengono che il problema di oggi, per tutti non è l’identità (che riflette il passato) ma l’individuazione, cioè quel che potremo essere nel futuro. Noi adulti abbiamo più identità che individuazione, per i giovani la esasperazione del problema dell’identità è un errore, è un non rendersi conto che la loro è misteriosa ricerca del futuro, non banale ribadimento di un passato non avuto. Anche qui c’è bisogno di un’apertura, di una capacità di dire “eccomi”, di uscire dalle proprie primordiali certezze ed abitudini ed affrontare la complessità e l’imprevedibile. Senza andare nelle citazioni di grande impegno (“Dio è nel divenire” o “l’imprevedibile è il luogo teologico dello Spirito”) si può dire che nella faticosa ricerca dei giovani c’è l’ansia di riprendere il discorso dello sviluppo, della trasformazione innovativa del mondo. E ciò anche attraverso un ripensamento non facile delle tentazioni, squisitamente giovanili, a vedere con sospetto la tematica dello sviluppo (per cultura antindustriale, per difesa della natura, per appiattimento dal presente, per spirito di solidarietà verso chi è più indietro, ecc.), tentazioni che devono spingere però alla dialettica non al rinserramento. Lo sviluppo è concetto troppo importante, per il senso della nostra storia personale e collettiva, per doverlo lasciare in gestione ai tecnocrati, ai tecnologi, ai governanti dei grandi apparati militari e finanziari.

 

 

L’impegno di “trasmissione” tra generazioni

L’ultima riflessione è strettamente legata a queste considerazioni sullo sviluppo, e riguarda il concetto della trasmissione, concetto che coinvolge il rapporto profondo fra noi adulti ed i giovani. Caduta la fede nello sviluppo, che cosa trasmettiamo ai giovani e cosa chiediamo loro di trasmettere ulteriormente? I padri, nella cultura giudaico-cristiana, hanno trasmesso benedizione, di generazione in generazione; i padri, nella cultura illuministica e marxista, hanno trasmesso la fede nel progresso e nella giustizia sociale; noi rischiamo di non trasmettere alcunché, se non l’appiattimento sul presente, senza fede in mondi migliori, anzi con la paura di trasmettere inquinamento ecologico, contaminazione radioattiva, olocausto nucleare, insicurezza occupazionale ed economica. Forse, nel fondo, non vogliamo trasmettere nulla, perché non abbiamo fede nel futuro. Ed allora compito di questa generazione (di adulti e di giovani insieme) che varcherà la soglia del 2000 è quello di rilanciare il concetto di “trasmissione” di fede nel futuro. Riprendere la responsabilità di trasmettere è base irrinunciabile della missione; senza di essa ogni “eccomi” rischia di essere frutto più di emozione che di benedizione.