Lo Spirito Santo e l’uomo
Questioni di antropologia e ecclesiologia
Percorriamo in tre momenti i punti salienti di questo tema che si declina tra antropologia e trinitaria, volendo trarre un insegnamento teologico spirituale. La vita cristiana è vita nello Spirito Santo, non possiamo descriverla altrimenti. Si tratta di una condizione di novità che comincia dall’evento del Battesimo, nel quale coloro che sono bagnati dell’acqua dello Spirito Santo perché immersi nella morte e risurrezione di Cristo, nascono ad una vita nuova, sono unti dell’amore dell’Unto e da quel momento vivono in Lui.
La tradizione cristiana ha sempre descritto l’itinerario della vita spirituale – come vita nello spirito – proprio a partire da questa novità: essere «viventi per Dio Padre, in Cristo Gesù» (Rm 6,11) per l’azione dello Spirito Santo nei credenti. È lo Spirito che porta alla pienezza la comunione con Cristo e un’unione che rende sempre più conformi a Lui. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, infatti, così espone:
«Giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio» (1Cor 6,11), santificati e chiamati ad essere santi i cristiani sono diventati «tempio dello Spirito Santo» (1Cor 6,19). Questo «Spirito del Figlio» insegna loro a pregare il Padre e, essendo diventato la loro vita, li fa agire in modo tale che portino il frutto dello Spirito mediante una carità operosa. Guarendo le ferite del peccato, lo Spirito Santo ci rinnova interiormente con una trasformazione spirituale, ci illumina e ci fortifica per vivere come «figli della luce» (Ef 5,8), mediante «ogni bontà, giustizia e verità» (Ef 5,9)[1].
Avanziamo gradualmente nella comprensione di questo mistero riferendoci anche noi alle Lettere Paoline. In particolare, infatti, Paolo così scrive ai Romani: «Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. […] Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui» (Rm 6, 4-10).
La prospettiva paolina, è basata sulla teologia della vita nuova ricevuta nel Battesimo, una apertura di accoglienza all’amore di reciprocità, verso la quale lo Spirito Santo sospinge l’uomo guidandolo alla figliolanza: «Quelli che si lasciano guidare dallo Spirito, sono figli di Dio» (Rm 8,14). Infatti, nella forza unificante dello Spirito Santo, l’uomo riesce a superare la limitatezza della sua fragilità; consegnandosi al Padre, si conforma al Figlio ed è colmato dalla sua grazia. Fino al punto di poter affermare che per coloro che aderiscono a Cristo “non c’è più nessuna condanna» (Rm 8,1). “Se vivete secondo la carne morirete; ma se vivrete secondo lo Spirito vivrete» (Rm 8,12).
Paolo indica l’incompatibilità della carne e dello spirito: vivere secondo la carne significa vivere seguendo il proprio “io”, seguendo i desideri della natura umana, fragile e destinata alla morte. In tal senso è paradigmatico il testo di Genesi 3, in cui si descrive l’uomo nella sua limitatezza, che si espone ad una scelta esclusivamente egoistica, rinunciando all’accoglienza del comando divino. Questo “io”, fondato sulla volontà di realizzare se stesso, per vincere il limite della propria creaturalità diviene rapace, fratricida. Da quel momento si pone in una condizione di evidente sconfitta; chiudendosi progressivamente in sé stesso e diventando schiavo, piega ai desideri naturali la propria condizione che invece è stata posta dall’origine al centro del disegno del Creatore[2].
Il capovolgimento compiuto da Cristo è stato però radicale: accolta la sua salvezza nel Battesimo, tutto viene rinnovato. L’uomo è abitato dallo Spirito di Dio, diventa sua dimora, Tempio dello Spirito Santo (1Cor 6,19).
Siamo dinanzi ad una condizione nuova: la fame che ha reso rapaci, è ora colmata; il corpo diviene tempio dello Spirito. Tutto è cambiato, trasformato: muta totalmente la condizione dell’io umano, che da chiuso e centrato su sé stesso diventa aperto, accogliente e abitato da Dio. Sta, cioè, dinanzi al Padre e, in Cristo e nello Spirito Santo, può dire: «Padre nostro» (Rm 8,15). Nel Battesimo si viene innestati nella figliolanza e l’umanità, non più dominata dai desideri della sua natura, si apre alla relazione paterno-filiale che edifica nell’Amore. Per questo lo Spirito Santo apre il cuore del cristiano definitivamente: trasforma la vita umana (biologica e psichica) in un’esperienza vissuta nell’amore (cf Gal 5,6). E, da quel momento, la comunione vivificante tra Padre e Figlio è partecipata nell’Amore.
Vivere secondo lo Spirito di Cristo significa vivere la propria umanità come Cristo l’ha vissuta (al modo di Dio), cioè secondo la Pasqua dell’io che si dona, attraverso la consegna di sé, fino alla morte.
Nella sua vita, il Figlio ha impresso nella natura umana la sua impronta divina, il suo modo di essere totalmente consegnato alla relazione con il Padre. Così si esprime il capovolgimento attuato dal Vangelo, dicendo “Io sono venuto a dare la vita” per glorificare il Padre, il Figlio si pone in netto contrasto con chi è dominato dalla carne. E, allo stesso modo, fanno coloro che gli appartengono, vivono non più per se stessi, ma per lui «che è morto e risorto per noi” (2Cor 5,15). Chi si è lasciato afferrare dal Cristo, vivendo unito a lui, non è più dominato dalla carne.
L’acqua battesimale unisce intimamente a Cristo, imprimendo il modo pasquale di vivere: «Il Cristo in noi», realizzazione della sua vita nei discepoli. Come insegna il Vangelo, infatti, il mondo riconoscerà i discepoli di Cristo per l’amore attraverso il quale avranno reso gloria al Padre: l’unità tra di loro ne sarà l’espressione visibile (cf Gv 13,35). Perché ciò avvenga si sono lasciati adombrare dallo Spirito, accogliendo lo Spirito sono divenuti sua dimora e hanno manifestato al mondo la possibilità di essere trasparenti della sua attiva presenza. La pace è il segno!
Negli eventi della quotidianità, nelle condizioni più diverse, felici o gioiose, giuste o prevaricanti, anche di fronte a sofferenze orribili, il cristiano resta nella pace: sta come «vivo di tra i morti», immune da ciò che lo circonda; non indifferente ma amante, non distaccato ma interessato e operoso. Il suo sguardo spalancato dinanzi all’orizzonte contempla i cieli aperti (At 6,1-7,56).
La novità dello Spirito cambia il paradigma col quale affrontare la realtà: il mortale è trasfigurato in immortale, il corruttibile in incorruttibile, dal mortale al vivente e risorto, dal temporaneo al definitivo. L’esito escatologico è qualcosa di assolutamente nuovo, inaudito prima della rivelazione compiuta da Cristo. Pensare che la gloria dei Figli libererà la creazione, è qualcosa che noi stessi fatichiamo a credere: la creazione – «realtà subumana», dice Romano Penna – soffre perché sta generando un mondo nuovo, un mondo che è trasfigurato dai figli, ai quali tutto è stato consegnato da Dio[3]. Ciò significa certamente che le sofferenze non saranno per sempre, ma il messaggio più grande è un altro: l’uomo nuovo è signore, perché lo Spirito è in lui!
Lo Spirito Santo e il dinamismo che attrae nell’amore
La teologia che ha anticipato il Vaticano II ci aiuta a individuare alcuni elementi caratterizzanti dell’azione dello Spirito Santo nella vita cristiana, riconoscibili nella Tradizione e intramontabili fino all’età contemporanea. Per seguire questo percorso storico-teologico ci lasceremo guidare dalle parole di J. M. Scheeben, il quale descrive la vita cristiana come «vita in Cristo» e procede in prospettiva aperta all’azione dello Spirito Santo nell’uomo. Questa definizione, infatti, nasce dalla consapevolezza che nessuno conosce le cose di Dio se non lo Spirito di Dio.
Scheeben è tra i primi teologi a costruire un raccordo straordinario tra la Tradizione dei Padri della Chiesa e la Teologia Scolastica, senza allontanarsi dalla prospettiva paolina, come esposto nella Prima lettera ai Corinzi: «Non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio, per conoscere le cose che Dio ci ha donate”.
Lo Spirito Santo viene inteso come vincolo che unifica: un movimento spirituale che si sposta dal cuore della divinità verso la creatura, costituendo un legame vivo e dinamico. Apre alla conoscenza del Padre e del Cristo, suo Verbo e sua Parola vivente e, al contempo, non manifesta se stesso. Il Figlio e lo Spirito, procedono dal Padre, sono distinti ma inseparabili. Già Ireneo di Lione, riteneva che: «Per mezzo delle mani del Padre, cioè il Figlio e lo Spirito, l’uomo e non una parte dell’uomo è fatto ad immagine di Dio. Ora l’anima e lo spirito possono essere una parte dell’uomo, ma in nessun modo l’uomo: l’uomo perfetto è la mescolanza e l’unione dell’anima, che ha ricevuto lo spirito del Padre e si è mescolata alla carne [o natura fisica] plasmata ad immagine di Dio»[4]. Riprendendo il tema del plasmare rinnovando, Scheeben sceglie di riferirsi al movimento col quale lo Spirito Santo rivela il Verbo umanato, al contempo ci dispone ad accoglierlo nella fede: si tratta di una azione doppia, prima rivela il suo amore e poi dispone a conoscere; è questo il movimento eterno dello Spirito, che determina l’eterno donarsi e riceversi delle persone divine[5]. Tale dinamismo non resta chiuso in Dio, ma trascina a sé ogni uomo in una relazione personale e di assoluta unicità: l’uomo è sospinto a conoscere il Verbo che lo Spirito rivela e in tal modo, attrae e unisce a sé coloro che accolgono il suo invito. La vita divina è comunicata, l’amore è effuso, i battezzati sono costituiti nella comunione col Padre.
Con la descrizione del procedere dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio si intende che lo Spirito ha origine da essi e che questa origine si realizza attraverso un movimento comunicativo, nell’effusione dell’amore. Come dinamismo estensivo, lo Spirito Santo si espande, dal cuore della Trinità e, in un’azione che si muove dalla pace e dalla felicità divina, comunicando se stesso per la vita dell’uomo[6].
Il nome dello Spirito dice il suo agire. Chiamato dono e amore, è la fonte di ogni dono che viene da Dio alle creature ed è l’amore che è in Dio stesso: amare e donarsi in modo sovrabbondante; è la più alta grazia che Dio abbia mai potuto fare ed è il pegno infinito del suo amore[7].
Così avviene in modo speciale la comunicazione della grazia divina, per cui la creatura viene elevata fino a partecipare della vita stessa di Dio, si unisce a Lui e gioisce della medesima beatitudine delle persone divine. Per questo lo Spirito – grazia increata – è chiamato dono, è chiamato amore: non vi è dono più grande. Egli elargisce ogni dono e tutto se stesso[8].
L’effetto della sua azione è la santità[9]; santificando, comunica all’uomo la santità stessa di Dio: dimora nelle creature portando a compimento la sua missione divina come Paraclito.
«La deificazione per somiglianza con Dio presuppone la deificazione per l’unione. […] Dio è allora tutto in noi, non solo perché Egli ci ha creati, e perché noi dipendiamo da Lui in tutto il nostro essere e nella nostra esistenza; non solamente perché noi, come opera delle sue mani, gli apparteniamo e manifestiamo la sua gloria, ma perché Egli ci ha attirati completamente in Lui ed Egli stesso si è riversato in noi; perché Egli si è unito a noi come il fuoco che penetra il ferro e si unisce ad esso; perché ci ha incorporati a se stesso come un tralcio alla vite».[10]
Lo Spirito, l’uomo, la Chiesa
L’Enciclica del 1897 Divinum Illud munus sottolinea l’importanza dello Spirito Santo nella vita della Chiesa e del credente: «Molto opportunamente la chiesa è stata solita attribuire al Padre le opere della potenza, al Figlio quelle della sapienza, allo Spirito Santo quelle dell’amore. Non già perché non siano comuni alle divine Persone tutte le perfezioni e tutte le opere esterne; […] ma per una certa relazione, quasi un’affinità che passa fra le opere esterne ed il carattere proprio di ciascuna Persona. […] Lo Spirito Santo è di tutto la causa finale, perché come nel suo fine la volontà e ogni cosa trova quiete, così egli, che è la bontà e l’amore del Padre e del Figlio, dà impulso forte e soave e quasi l’ultima mano all’altissimo lavoro dell’eterna nostra predestinazione, in lui sono tutte le cose; in lui, a causa dello Spirito Santo»[11].
L’evento dell’Incarnazione è preceduto dall’azione forte e soave dello Spirito (Lc 1,35); è sempre lo Spirito a realizzare la santificazione dell’anima del giusto e si esprime pienamente nella Chiesa con tutti i suoi carismi. Ciò che è iniziato nella forza del sacramento del battesimo, viene compiuto come azione di rigenerazione e rinnovazione vitale; nell’azione santificante dello Spirito, infatti, Dio sta nell’anima del giusto in modo «intimo ed ineffabile, come nel suo tempio»[12]. Per spiegare il senso dell’inabitazione, il testo della Divinum Illud Munus, sceglie proprio l’esempio dell’attrazione: lo Spirito attirando a sé per congiungersi al credente, a lui si comunica pienamente, fino all’inabitazione.
I temi dell’unione e dell’inabitazione che troviamo già nella Mystici Corporis saranno compiuti nella Costituzione dogmatica Lumen Gentium del Vaticano II al capitolo 4: ne darà una puntuale chiarificazione[13], rendendo evidente il parallelismo antropologico ed ecclesiologico[14].
Lo Spirito agisce tanto nell’anima del giusto che nella Chiesa, con la sua forza irradiante e nell’operosità continua dei pastori dona vita. E fa brillare in tutto il suo splendore la Chiesa, nella gloria dei suoi carismi. La forza dello Spirito la vivifica e la sostiene: per questo la preghiera rende grazie dei benefici ricevuti dalla sua bontà, insegnando agli uomini a conoscerlo, amarlo e pregarlo. La Chiesa è compresa come prolungamento nella storia dell’azione di Cristo, in ciascuna delle sue funzioni, in cui lo Spirito Santo, Paraclito, è principio invisibile da Cristo donato[15]. Si riconosce quale sia la portata della relazione a Cristo e alla Trinità[16]. Congar esprime assai bene quanto la Chiesa sia espressione della comunità trinitaria: «Ogni autorità viene dal Padre come dal suo principio radicale. Ogni autorità è serva; ogni funzione, nel cristianesimo, si colloca in una ontologia di servizio; da un capo all’altro del Corpo, dall’alto in basso, in larghezza e in profondità, tutte le membra vive sono animate e comunicano insieme per mezzo dello Spirito Santo, che è koinonia, comunicazione e comunione. Grazie a lui, nessuno è passivo, anche se riceve»[17].
Tutti sono invitati ad aver accesso al Padre per avere la vita da questa comunione con Lui: «Compiuta l’opera che il Padre aveva affidato al Figlio sulla terra, il giorno di Pentecoste fu inviato lo Spirito Santo per santificare continuamente la Chiesa, affinché i credenti avessero così attraverso Cristo accesso al Padre in un solo Spirito. Questi è lo Spirito che dà la vita, una sorgente di acqua zampillante fino alla vita eterna; per mezzo suo il Padre ridà la vita agli uomini, morti per il peccato, finché un giorno risusciterà in Cristo i loro corpi mortali» (Lumen Gentium 4).
La comunione nello Spirito riguarda il singolo credente e, nel contempo, il suo essere costituito nell’unità di un unico corpo. La Chiesa, istituita da Cristo, è di coloro che sono stati ricolmati del dono del suo Spirito Santo (Rm 8,38; Rm 15,14). Essere di Cristo, essere cristiani, significa essere ricolmati dallo Spirito, espressione dell’amore infinito del Padre. E possiamo riconoscere la pienezza di appartenenza a Cristo per il nostro essere in comunione: «In questo si riconosce che noi rimaniamo in Lui ed egli rimane in noi che egli ci ha donato il suo Spirito» (1Gv 4,13). Lo Spirito Santo abita l’uomo che è stato redento per i meriti del Figlio egli è «in voi» (Gv 14,17). Altro comandamento non vi è di più grande, se non quello dell’amore vicendevole: «Amatevi come io vi ho amati» (Gv 13,34).
Abbiamo contemplato un unico modo d’esprimere l’amore con magnificenza, che è quello del Figlio; è quindi possibile amare, ma unicamente se si è nella comunione con Cristo; allora si ama al suo stesso modo. Se il Cristiano può vivere una tale condizione è soltanto perché lo Spirito Santo abita in lui.
Paolo osservava che senza la carità, anche i carismi più elevati non giovano alla persona che li riceve (cf 1Cor 13, 1-3). Persino l’esercizio di un carisma è espressione di una relazione autentica col Salvatore. Di conseguenza, tanto Pietro quanto Paolo insistono sulla necessità di orientare tutti i carismi alla carità: «Mettere il carisma ricevuto al servizio gli uni degli altri, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio» (1Pt 4, 10). Perché «tutto si faccia per l’edificazione» comune (1Cor 14, 26).
Ciò che accomuna i battezzati è l’unico principio di Amore: il Verbo incarnato ed il suo Soffio[18], «un solo Dio, Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4,6).
Concludendo
La Chiesa è insieme comunità del Verbo incarnato e tempio dello Spirito: essa stessa nasce dalla missione congiunta del Figlio e dello Spirito. L’equilibrio tra l’agire di Cristo e dello Spirito cresce nella Chiesa a partire dall’attuazione di questo principio unitivo e comunionale: «È nella sua verità più profonda una comunione di persone nella carità e nello Spirito Santo. Essa è Agape, fraternità. Essa è un organismo abitato e animato dallo Spirito Santo. Tutto ciò che, in essa, è regola e struttura, è ordinato a quello»[19]. Ogni autorità e funzione è orientata al servizio con ogni membro del suo corpo, così come il Capo ha voluto servire non essere servito, noi battezzati viviamo in una comunicazione di amore di reciprocità[20]. L’unzione dell’Unto, che ci ha fatti cristiani, ci costituisce in un unico corpo. E noi, «saldi in un solo spirito» (Fil 1,27) confessando una sola fede, restiamo unanimi per la fede in Cristo, «nel quale possiamo presentarci al Padre in un solo Spirito» (Ef 2,18).
[1] Catechismo della Chiesa Cattolica, §1695.
[2] «Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi», Sal 8.
[3] Romano Penna, Lettera ai Romani, volume unico, Dehoniane, Bologna 2010, 578.
[4] Ireneo di Lione, Contro le eresie, V, v.1, tr. it. Città Nuova, Roma 2009, 419-420.
[5] Sull’amore intradivino cf. L.F. Ladaria, La Trinità mistero di comunione, Figlie di San Paolo, Milano 2004, 321-323.
[6] G. Greshake, Il Dio unitrino, Queriniana, Brescia 2000, 206.
[7] Cf. M. J. Scheeben, I Misteri del cristianesimo, Morcelliana, Brescia 1953, 84-86.
[8] M. J. Scheeben, I Misteri del cristianesimo, 86; cf G. Tanzella-Nitti, Mistero trinitario, Armando, Roma 1997, 141; 168-169.
[9] A. Royo Marin, Teologia della perfezione cristiana, Cinisello Balsamo (MI) 1987, 91-218; G. Moioli, La teologia spirituale, Glossa, Milano 2014, 257-279.
[10] M. J. Scheeben, Le meraviglie della grazia divina, Lateran University Press, Città del Vaticano 2008, 232-233.
[11] Leone XIII, Lettera Enciclica Divinum Illud Munus, 1898, DH 3326.
[12] «Ora questa unione, che propriamente si chiama “inabitazione”, la quale non nell’essenza, ma solo nel grado differisce da quella che fa i beati in cielo, sebbene si compia per opera di tutta la Trinità, “con la venuta e dimora delle tre Persone nell’anima amante di Dio” (Gv 14,23), tuttavia allo Spirito Santo si attribuisce. Giacché anche negli empi il Padre e il Figlio dimostrano la loro potenza e sapienza, ma lo Spirito Santo, il cui carattere personale è la carità, non può dimorare che nel giusto»: Leone XIII, Lettera Enciclica Divinum Illud Munus, 1898, DH 3331.
[13] «Nella dottrina ecclesiologica della Mystici Corporis la missione dello Spirito Santo nella Chiesa fa nuovamente spazio all’affermazione che lo Spirito è l’anima del Corpo mistico, ma solo in quanto è lo Spirito di Cristo comunicato da Cristo alla Chiesa. L’Enciclica attribuisce l’unione delle membra tra loro e con il Capo allo Spirito, che si trova “tutto intero nel Capo, tutto intero in ognuna delle sue membra”. Dallo Spirito, principio vivificatore del Corpo mistico, derivano la forza vitale e tutta la ricchezza carismatica che la Chiesa possiede»: G. Thils, ed., L’ecclesiologia dal Vaticano I al Vaticano II, La Scuola, Brescia 1975, 78.
[14] «Lo Spirito dimora nella Chiesa e nei cuori dei fedeli come in un tempio e in essi prega e rende testimonianza della loro condizione di figli di Dio per adozione. Egli introduce la Chiesa nella pienezza della verità, la unifica nella comunione e nel ministero, la provvede e dirige con diversi doni gerarchici e carismatici, la abbellisce dei suoi frutti»: Concilio Vaticano II, Costituzione Dogmatica Lumen Gentium, 4.
[15] Pio XII, Lettera Enciclica, Mystici Corporis 1943, DH, 3808.
[16] Cf. sui membri della Chiesa e la funzione dello Spirito nel Corpo mistico di Cristo: Pio XII, Lettera Enciclica Mystici Corporis 1943, DH, 3800-3804.
[17] Y. Congar, “La Tri-unità di Dio”, in Saggi Ecumenici, [264-277] qui 272.
[18] Come Persona divina: «lo Spirito Santo può essere in una moltitudine un principio identico e unico di operazioni soprannaturali senza distruggere l’originalità e la libertà delle persone umane. […] I membri della comunione dei santi riflettono il mistero della diversità delle Persone divine nell’unità sostanziale di un solo Dio»: Y. Congar, “La Tri-unità di Dio”, in Saggi Ecumenici, [264-277] qui 267-268.
[19] Y. Congar, “Persona e ordinamento nella Chiesa come società sovrannaturale”, in Persona e ordinamento nella Chiesa. Atti del II Congresso Internazionale di Diritto Canonico, Milano 10-16 settembre 1973 = Scienze giuridiche (Milano 1975) 39-52 [qui 43].
[20] «Per mezzo dello Spirito Santo, che è koinonia, comunicazione e comunione. Grazie a lui, nessuno è passivo, anche se riceve»: Y. Congar, “La Tri-unità di Dio”, in Saggi Ecumenici, [264-277] qui 272.