N.03
Maggio/Giugno 2026

Il frutto dello Spirito

Una riflessione su Gal 5

Incastonata nella lettera ai Galati, definita «manifesto della libertà cristiana», l’esortazione di Paolo centrata sul «frutto dello Spirito» (Gal 5,22) rappresenta una «perla preziosa» per la vita e la fecondità dei credenti[1]. L’Apostolo istruisce i suoi destinatari consegnando loro un catalogo di virtù che sorga dal dinamismo dello Spirito. Avendo presente il contesto epistolare e le problematiche sollevate dalla «crisi galata», approfondiamo l’esortazione paolina a vivere secondo lo Spirito, rifiutando le opere della carne.

L’esortazione di Gal 5 inizia dall’affermazione secondo cui l’esistenza cristiana è determinata dalla «chiamata alla libertà per amare» (5,13). Nel contesto epistolare il binomio libertà-amore è da intendersi come la sintesi della Legge mosaica (5,14; cf. Lv 19,18). In 5,16-26, Paolo presenta due distinti profili antropologici a cui si collegano una serie di vizi e di virtù derivanti dall’antitesi tra “carne” (sárx) e “Spirito” (pneûma). Dal punto di vista della «carne» (sárx), si collocano le «opere» declinate in quindici vizi che schiavizzano l’essere umano (5,19-21), mentre il frutto dello Spirito (pneûma) è caratterizzato da un corredo di nove virtù che rispecchiano l’imitazione di Cristo (5,24). Le “opere” fanno riferimento all’esercizio di un potere centrato sulla pretesa umana di conquista, mentre il “frutto” è invece la conseguenza di un processo di fecondazione: è il risultato dell’azione dello Spirito nell’uomo.

 

L’amore al principio

 L’elenco delle qualità che formano il “frutto (kárpos)” dello Spirito esprime l’idea del credente che vive una piena apertura e una totale dedizione verso il prossimo. All’inizio è posto l’“amore” (agápē) che comprende la relazione con Dio (Dt 6,5) e con il prossimo (Lv 19,18). Seguono la “gioia” (chára) e la “pace” (eirḗnē) che richiamano le caratteristiche principali del compimento messianico (Is 9,1-6). Le altre quattro virtù, la “magnanimità” (makrotymía), la “benevolenza” (chēstótēs), la “bontà” (agathōsýnē) e la “fedeltà” (pístis), corrispondono alle qualità attribuite all’agire di Dio e alla sua alleanza con Israele. A motivo di questa relazione reciproca, ogni credente è chiamato a rispondere al Signore vivendo concretamente l’impegno di testimoniare la fede in Cristo. Le ultime due virtù sono la “mitezza” (praûtēs) e il “dominio di sé” (egkráteia), qualità relazionali che erano molto apprezzate anche nel contesto della società pagana. L’amore è posto come principio e fondamento del dinamismo trasformante dello Spirito. In esso si delinea e si riassume l’intera storia salvifica (Gv 3,16). Nei vangeli sinottici il dinamismo dell’amore viene espresso attraverso i racconti e gli insegnamenti di Gesù e del suo modo di agire con il prossimo. In modo particolare l’amore si declina nel servizio (diakonía) e nell’esercizio della misericordia verso i peccatori (Mt 18,33; Lc 6,36). L’amore per Dio e per il prossimo costituisce il primo dei comandamenti (Mc 12,28; Lc 10,27), a cui va aggiunto l’amore verso i nemici (Mt 5,44).

 

Gioia e pace 

All’amore segue la gioia, intesa come esperienza religiosa profonda che apre alla speranza. Si gioisce per i beni elargiti da Dio: la salute, la terra (Sir 30,16), i figli (Pr 23,25), il nutrimento (Sal 104,14-15), la pace (1Mac 14,11). Nei momenti di prova, il Signore dona consolazione (Ger 15,6) e perseveranza, affinché dalla tristezza si possa passare alla gioia (Sal 126,5). Chi teme Dio sperimenta la sua protezione e partecipa alla sua gioia (Sir 1,12; 11,11-16). Essa si declina nella festa e nel canto ed è espressione della «letizia del cuore» (cf. Ne 8,10). Vivere la gioia per i credenti significa entrare nella comunione con il Figlio (Gv 15,11).

Alla gioia segue la “pace”, segno dell’armonia che il Creatore ha impresso nel cosmo e in ogni creatura. Nell’augurio di pace c’è vita e benedizione. La valenza cristologica della pace è approfondita soprattutto nel Quarto Vangelo. Prima della passione, il Signore lascia in eredità la «sua pace» (Gv 14,27). Essa è un dono trinitario (17,10) che il Figlio ottiene dal Padre perché «compie» pienamente la sua volontà. In tal senso la pace autentica («non del mondo») è frutto dell’amore di Gesù crocifisso e risorto (20,19.21.26).

 

Magnanimità, benevolenza e bontà

Le ulteriori tre virtù sono qualità proprie della persona che si apre al bene dal profondo del cuore e si lascia ispirare e guidare da un dinamismo oblativo e generativo. La “magnanimità” allude alla capacità umana di saper trattenere la collera (thýmos), saper gestire le situazioni di “forte tensione emotiva” con saggezza ed equilibrio interiore. Per questa ragione il termine makrotymía è spesso reso con “pazienza”. Essa appartiene anzitutto a Dio (Ger 15,15) che viene definito “lento all’ira” (makrothymós: Sap 15,1; Sir 18,11), ma anche a coloro che osservano i comandamenti del Signore conducendo la loro vita con saggezza e costanza (Pr 19,11; Sir 29,1-2).

La benevolenza è la virtù che si esprime nel relazionarsi in modo «benevolo, amabile, dolce». È Gesù stesso che si rivela «mite ed umile di cuore», invitando i credenti alla sua missione, prendendo il suo giogo (Mt 11,30).

Collegata alla precedente virtù si menziona la “bontà”. Essa definisce la condizione positiva di “benessere” della persona, che può intendersi in senso materiale, psicologico, etico e religioso (spirituale). La bontà di Dio si manifesta nell’opera della creazione (Gen 1,1-2,4a). Egli è bontà e provvidenza (Is 39,8) e il suo Spirito protegge il cammino dei credenti (Sal 143,10). Adempiendo i comandamenti divini, ogni credente è chiamato ad imitare la bontà di Dio. In Gal 5,22 e in Ef 5,9, la bontà implica l’accoglienza di un “dono” spirituale e la collaborazione responsabile nel compimento del bene.

 

Fedeltà, mitezza, dominio di sé

Il concetto di «fedeltà» è espresso in ebraico con due verbi principali: ‘āman (= essere stabile, saldo) e bātah (= confidare, abbandonarsi con fiducia). L’esercizio di questa virtù consiste in un cammino interiore che sa declinare la saldezza del credere e l’abbandono fiduciale nelle mani del Signore. Tale insegnamento è rivolto da Gesù ai discepoli, chiamati a seguirlo nella sua missione, fidandosi di lui ed affidandosi alla sua potenza salvifica. Anche di fronte allo scandalo della croce la fede permette di superare la paura e di testimoniare con coraggio il Cristo crocifisso e risorto.

Penultima è la virtù della “mitezza”. Essa designa la condizione interiore della persona che spera in Dio con un atteggiamento umile, non si irrita per il successo e la protervia dei malvagi, sa desistere dall’ira e deporre lo sdegno (Sal 37,8). Gesù stesso si rivela come «mite e umile di cuore» (Mt 11,30) e fa il suo ingresso a Gerusalemme nelle vesti del «messia pacifico» (Mt 21,5; cf. Zac 9,9). Per Paolo, la “mitezza” è uno dei principali requisiti che i credenti devono esercitare soprattutto nelle situazioni conflittuali della vita comunitaria (cf. 1Cor 4,21; Gal 6,1). Con essa si matura la capacità di esercitare equilibrio nelle relazioni interpersonali.

Chiude l’elenco delle virtù il “dominio di sé” che riguarda la capacità di governare il proprio carattere esprimendo l’equilibrio interiore, frutto di un lavorio spirituale che è testimonianza di maturità (1Cor 9,26-27). Contro queste virtù, la Legge mosaica non ha nessuna efficacia (5,23), perché è Dio stesso che ha portato a compimento la salvezza nel mistero pasquale del Figlio, mediante l’opera dello Spirito Santo.

 

 

[1] Per approfondire il tema, cf. F. Rosini – G. De Virgilio, Il frutto dello Spirito. Studio esegetico e teologico di Gal 5,16-26 (Sentieri della Parola 4), Edusc, Roma 2026.