Dalla sofferenza al suono della campana
Un testo di Andrej Tarkovskij
Come i nostri lettori ormai sanno, ogni tanto lasciamo da parte i Padri e presentiamo qualche autore più recente. Questa volta facciamo una incursione in un terreno particolare, sospeso tra cinema, letteratura e iconografia, perché se Dio è ovunque, lo è in modo particolare nella poesia e nella bellezza. Molti lettori conosceranno senz’altro una delle più famose raffigurazioni della Trinità, ovvero quella di Andrej Rublëv, vissuto a cavallo tra XIV e XV secolo, venerato come santo dalla Chiesa Ortodossa e uno dei più famosi iconografi. Forse saranno un poco meno quelli che avranno visto il film Andrej Rublëv (1966), del geniale regista russo Andrej Tarkovskij (1932-1986). Ma certamente ancora meno quelli che sanno del libro omonimo scritto da Tarkovskij. Quest’ultima opera che a prima vista sembrerebbe il copione del film, in realtà è un lavoro a sé. Ci sono pagine che acquistano quasi una vita indipendente, grazie alla capacità di attenzione poetica, come la chiamerebbe Cristina Campo, di cui era dotato Tarkovskij.
Il film – e il libro – percorrono la vicenda biografica di Rublëv nella prima metà del XV secolo, in una Russia devastata dalla guerra e dai Tartari. Il nucleo centrale risiede nella ricerca di Rublëv, di come “vedere” la realtà spirituale. C’è l’osservazione delle forme della vita reale, che fornisce i modelli (l’incontro con Teofane il Greco), ma è una strada che potrebbe non distinguersi da un piano puramente mondano; c’è la ricerca dei monaci iconografi, che partono dalla meditazione della Scrittura e cercando di esprimere la loro esperienza orante. Ma Rublëv vuole andare oltre. È l’incontro con la sofferenza che gli permette di vedere la realtà in modo trasfigurato. Dopo molti anni di voto di silenzio, al suono di una campana quasi miracolosamente costruita, Andrej riprende a parlare. E il film, fino a quel momento in bianco e nero, transita al colore: dal grigio di tizzoni bruciati in primo piano appaiono le icone di Rublëv. Andrej, che ha imparato a soffrire e quindi ad amare, adesso può finalmente vedere la realtà spirituale e rappresentarla.
Il testo che proponiamo è il finale del libro che, dietro quelle che sarebbero indicazioni di regia, sono in realtà una contemplazione dell’icona della Trinità, alla luce del percorso del Rublëv di Tarkovskij.
Le immagini delle icone degli affreschi, trasparenti e severe, dolci e crudeli nello stesso tempo, fluiscono una a una davanti ai nostri occhi… e insieme ad esse, intrecciandosi con l’ispirazione che le ha generate e rendendo così comprensibile e infinitamente semplice il cammino di Andrej, palpita la musica della natura che Andrej sentiva mentre dalla sua anima nascevano le immagini più belle e luminose.
Le linee maestose e i nobili colori delle icone rubleviane, maturate nella sofferenza e nell’amore per gli uomini, si intrecciano con il frastuono della battaglia, con i crepitii e i sibili dell’incendio, con il dolce ronzio delle api sui campi di grano saraceno bianchi come la neve – il canto della terra che ha ispirato ad Andrej l’amore disinteressato per l’azzurro, per le spruzzate di turchino, per la gioiosa vicinanza delle rocce color ocra e delle azzurre vesti dell’angelo.
Ed ecco, infine, la Trinità, il senso e il vertice della vita di Andrej. Tranquilla, imponente, pervasa di trepida gioia davanti alla fratellanza degli uomini. Separazione fisica di un unico essere in tre e triplice unione, impressionante unità di spirito di fronte al futuro spalancato nei secoli.
Gesti armoniosi e misurati delle mani, profondità degli occhi attenti, pieni della tragica comprensione della natura della vocazione umana come nobile e inconsapevole tensione a un ideale morale.
Libertà con cui cadono dalle spalle le vesti, i cui contorni ora volano lenti e continui, scivolando sulla superficie color fiordaliso che già comincia a virare verso il viola pallido e il purpureo più nebuloso, trafitta da una secolare ragnatela di piccole crepe, che ne moltiplica la bellezza, tanto che l’icona non sarebbe più nemmeno pensabile senza di esse: ora seguono bruscamente le linee aguzze del monte giallo con la superficie bruno-arancione delle rocce.
E al nostro orecchio torna a risuonare l’eco di un tempo già morto, ricordandoci i momenti dell’ispirazione rubleviana, i momenti in cui nascevano le sue stupefacenti intuizioni.
Ma ecco che tra la cinepresa e il cielo della “Trinità”, con le sue sfumature dorate, appaiono gli schizzi delle prime gocce di pioggia che lentamente si moltiplicano e si intrecciano in veri e propri rivoli scintillanti illuminati dai bagliori di una tempesta lontana. Si sente il suono frusciante e monotono della pioggia.
La macchina da presa fa una panoramica partendo dall’icona dietro la cortina di pioggia e vediamo i prati grigi nella luce del temporale, l’ansa del fiume dove l’acqua plumbea si increspa al vento e alcuni cavalli che vagano stancamente sull’erba umida vicino al fiume.
[tratto da A. Tarkovskij, Andrej Rublëv, trad. di Cristina Moroni, Garzanti, Milano 1992, 202-203].