Nelle vene dell’umanità
Perché approfondire e studiare la teologia spirituale
Quando si domanda attorno alla spiritualità le risposte generalmente la descrivono come un’esigenza interiore, di profondità, di intimità; altri la associano alla preghiera, ad un luogo legato ad un ricordo preciso, altri ancora ad un’esigenza di crescita personale, alla ricerca di un equilibrio, un senso da dare alla propria vita. Nel sentire comune della società occidentale, il termine ‘spiritualità’ «gode di fascino e di popolarità eccezionali, anche se il suo significato è inteso in modi molto diversi»[1].
Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, molti sociologi hanno interpretato il processo di secolarizzazione come ‘eclissi del sacro’, profetizzando la scomparsa di Dio dall’orizzonte dell’uomo contemporaneo. Le cose sono andate diversamente: non solo la religione nella sfera pubblica ha assunto una posizione – nel bene e nel male – sempre più rilevante[2], ma anche sul versante individuale si è affermato un desiderio di spiritualità che coniuga la ricerca del significato della vita, la realizzazione di sé e il benessere personale.
Se da una parte «la coscienza intima degli europei si è allontanata progressivamente dalla religione[3], dall’altra è certo che «l’età che chiamiamo ‘secolare’ non [ne] segna in alcun modo la fine»[4] osserviamo che la «spiritualità […] ha contaminato settori che prima le erano del tutto estranei: dalla letteratura all’arte, dalla sociologia alla psichiatria, all’economia e alla biologia»[5].
Anche la tesi della rivoluzione spirituale che, all’inizio del Millennio, ha prefigurato la scomparsa della religione a favore della spiritualità soggettiva[6] e che ha portato circa il 20% degli statunitensi a definirsi spiritual but not religious riflette solo un elemento di una realtà assai più articolata e complessa su cui vale la pena informarsi e fare la fatica di studiare soprattutto nell’ambito di una pastorale tutta vocazionale.
Seekers
Nel panorama contemporaneo «tante persone si trovano in una situazione di grande solitudine e nel loro intimo nasce un profondo interrogativo: in che cosa credo veramente? Qual è il centro della mia vita? Per che cosa desidero spendere la mia vita? Tante persone fanno molta fatica a rispondere a queste domande. Questa nuova situazione ha generato una crisi di identità nella nostra epoca. Per cui, oggi, in un contesto completamente diverso da quello delle epoche passate, l’esperienza religiosa viene a configurarsi come una forma di ricerca comune: la compara a ‘persone che ricercano’, a ‘cercatori di senso (seekers) che non si adeguano a una fede religiosa e a delle pratiche a essa connesse per mera consuetudine, ma che le abbracciano in quanto riconoscono in esse la presenza di un senso, di un significato essenziale per il loro vivere»[7]; non solo mostrano ancora una volta il rinnovato bisogno di spiritualità, ma evidenziano una occasione decisiva per l’annuncio del Vangelo: «La cura dell’interiorità: è da qui che è urgente ripartire nella pastorale vocazionale e nell’impegno sempre nuovo dell’evangelizzazione»[8].
Non è difficile riconoscere – per chi si occupa di pastorale vocazionale – che le domande dei cercatori abitano il cuore di tutti e spingono a una ricerca talvolta confusa o complessa del benessere e della realizzazione personale[9] o più semplicemente di essere stimati e riconosciuti[10], di avere la possibilità di stringere legami veri[11], di avere un posto nel mondo e poterlo abitare, di riconoscere una reale possibilità di futuro[12]. Non è questa la sete che la tradizione cristiana da sempre descrive come il grande anelito alla felicità intrinseco al cuore di tutti?
Kerygma
«In un tempo di grande frammentarietà – ha detto papa Leone XIV ai vescovi della Conferenza Episcopale Italiana – è necessario tornare alle fondamenta della nostra fede, al kerygma. Questo è il primo grande impegno che motiva tutti gli altri: portare Cristo ‘nelle vene’ dell’umanità»[13]. Che cosa ci siamo perduti dell’opera di approfondire la ricchezza della Tradizione cristiana, di scavare quella vena aurea che è la tradizione spirituale della Chiesa[14] per non averla più saputa comunicare? La carne del mondo ha sete di Dio e le vene dell’umanità hanno bisogno di un cibo nutriente che possa essere assunto come iniezione di vita, che porti il gusto di quel senso della vita che troppo spesso risuona nella mente alla maniera del concetto e che l’immaginazione traccia nei contorni come fosse una filosofia. L’uomo cerca il sapore di una risposta ferma e convincente.
La questione del senso, poi, rimanda ad una storia. Non è difficile convincersi che il senso della vita abbia proprio a che fare con volti concreti di persone, amici e amiche, compagni di viaggio e di vita. Il senso della vita – quello che ne restituisce il gusto e la bellezza – è fatto di mani, strette nell’amicizia o tese nel bisogno, di rapporti ricuciti, tempi e luoghi nei quali, finalmente, sedersi e raccontare, ascoltare ed essere ascoltati. Il senso della vita, l’anelito che il bisogno di spiritualità grida è la stessa persona di Cristo la cui vita ha risuonato e risuona nella storia degli uomini e delle donne che lo hanno incontrato e conosciuto, con il quale si è intessuto quel dialogo di amicizia che progredisce continuamente nella storia della Chiesa e che chiamiamo Tradizione[15]. Qual è il kerigma nascosto nel dogma? Abitare nell’amicizia con Dio è la via unica per potervi condurre anche altri. Ascoltiamo la loro e la nostra sete! «Facciamone uno sgabello su cui salire per affacciarci, come bambini, in punta di piedi, alla finestra dell’incontro con Dio […] per spalancargli il cuore, permettergli di entrare, per poi avventurarci con Lui verso gli spazi eterni dell’infinito»[16].
[1] E. Bolis, Teologia spirituale, Brescia 2025, 13.
[2] Cf. H. Rosa, Perché la democrazia ha bisogno della religione, Bologna 2025.
[3] R. Zas Friz De Col, Teologia della vita cristiana. Contemplazione, vissuto teologale e trasformazione interiore, Cinisello Balsamo (MI) 2010, 20; cf. F. Garelli, Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio, Bologna 2020; C. Costa, «Le nuove generazioni tra tecnologia, disincanto e spiritualità», in Ufficio Nazionale per l’educazione la scuola e l’università – Servizio Nazionale per la pastorale giovanile, ed., Come mi conosci?. Uno sguardo sui giovani, tra pastorale e cultura, 1, Quaderni, Roma 2025, 36-39.
[4] C. Taylor, Questioni di senso nell’età secolare, Milano-Udine 2023, 33.
[5] B. Secondin, Inquieti desideri di spiritualità. Esperienze, linguaggi, stile, Bologna 2012, 9.
[6] Cf. P. Heelas – L. Woodhead, The Spiritual Revolution. Why Religion giving Way to Spirituality, Hoboken (SA) 2004.
[7] C. Taylor, Questioni di senso nell’età secolare, 34.
[8] Leone XIV, Messaggio per la 63ª Giornata Mondiale di preghiera per le vocazioni, Roma 2026.
[9] Cf. R. Zas Friz De Col, «Dalla trascendenza celeste alla trascendenza terrena. Saggio sulla ‘nuova’ spiritualità, in Mysterion 4 (2011) 1, 3-16.
[10] Cf. Z. Baumann, Modernità liquida, Bari 2011.
[11] Cf. B.-C. Han, Nello sciame. Visioni del digitale, Milano 2023.
[12] Cf. H. Rosa, Accelerazione e alienazione: per una teoria critica del tempo nella tarda modernità.
[13] Leone XIV, Discorso ai vescovi della Conferenza Episcopale Italiana, 17 giugno 2025.
[14] «[Gli] spirituali contestano al ‘religioso’ la tendenza alla massificazione, la perdita della dimensione interiore, il dissolvimento della persona nel dogmatismo dottrinario e la tacitazione o perlomeno la coltivazione del sospetto sistematico nei confronti delle espressioni dell’originalità personali della fede» (G. Como, «’Spiritualità’ oggi: fenomenologia e interpretazione teologica» in G. Cazzulani – al., ed., Lo Spirito, le brecce, la danza. Introduzione alla spiritualità cristiana, Trapani 2021, 26).
[15] Cf. Concilio Ecumenico Vaticano II, Dei verbum, §8.
[16] Leone XIV, Omelia, Tor Vergata, 3 agosto 2025.