Un caleidoscopio di immagini
“In Illo uno unum”, in Colui che è l’Uno siamo uno, scrive sant’Agostino. Il motto, ripreso da papa Leone XIV nello stemma, descrive l’esperienza dei futuri presbiteri che entrano in Seminario, molto diversi tra di loro, ma uniti a Cristo. La ricerca sul clero italiano, realizzata dal Servizio Promozione Sostegno Economico alla Chiesa cattolica, fornisce importanti spunti per comprendere i cambiamenti e le trasformazioni del luogo per eccellenza del discernimento vocazionale e della formazione – umana, spirituale, intellettuale e pastorale – al ministero sacerdotale.
Dal seminario minore alle comunità propedeutiche
Se chiediamo ai sacerdoti anziani quali sono stati gli anni più belli della loro formazione, parlano del seminario minore. 1 su 3 lo ha frequentato dagli 11 anni e quasi 1 su 2 (il 45%) dai 14 ai 19 anni. Un cammino di fede, di crescita umana, spirituale e vocazionale, ma anche un’esperienza unica di vita e di comunità, che insegnava a vivere in armonia nell’ascolto e nel rispetto dell’altro. Oggi i numeri del seminario minore sono in caduta libera: solo l’1% lo ha frequentato alle elementari, il 6% alle medie inferiori e il 15% alle scuole superiori. Al contrario, assumono un ruolo centrale le comunità propedeutiche, per quasi 1 giovane sacerdote su 2 (il 45%), e il seminario maggiore, frequentato da oltre il 90% degli intervistati.
Da “vivaio” a laboratorio di discernimento e formazione
Il seminario non è più il luogo in cui il seme della Parola di Dio, il seme della presenza di Gesù che abita la propria vita viene piantato, custodito e protetto, per poter sbocciare. È diventato un vero e proprio laboratorio di discernimento, uno spazio di formazione e di verifica della vocazione, durante il quale poter mettere in discussione la stessa scelta vocazionale: il 37% dei presbiteri e quasi la metà dei giovani lo fa. Allo stesso modo, il 31% considera la possibilità della vita religiosa e 1 su 10 l’uscita dal seminario stesso. Le sfide del presente richiedono una formazione che unisca teologia e umanità, vocazione e libertà, spiritualità e affettività. Un buon indicatore è il livello di soddisfazione per l’attenzione data ad alcuni temi durante il seminario. Molti sono soddisfatti dell’accompagnamento ricevuto, per la cura della vita interiore (circa il 50%), l’attenzione al contesto e alla famiglia di origine (41% dei giovani), le capacità relazionali (42% dei giovani). Pochi, invece, sono coloro che si dichiarano soddisfatti dell’attenzione ricevuta in tema di armonia della personalità (1 su 3), qualità del carattere (1 su 3) ed esperienze affettive e sentimentali (1 su 5 e 1 su 4 tra i giovani).
Un caleidoscopio di immagini
L’immagine che maggiormente influisce nella scelta di entrare in Seminario è quella di Casa (20%). La Chiesa è la casa del Signore, il Tempio di Dio, edificata da Cristo, un luogo accogliente dove chiunque può trovare il calore della compagnia, una parola che dona speranza, una luce che oriente nelle notti oscure. L’immagine più potente per i giovani è quella di “Stola e grembiule” (25%). La metafora di don Tonino Bello unisce le due anime della Chiesa e del presbitero: la stola, la veste sacerdotale, delle celebrazioni della liturgia e dei sacramenti, e il grembiule, spesso molto liso, del servizio a fianco dei più poveri. Per i sacerdoti più anziani, la scelta preferenziale (19%) è quella di Chiesa “Fontana del villaggio”. Rimanda all’incontro di Gesù con la Samaritana al pozzo di Giacobbe quando le offre acqua viva, una sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna, simbolo di una Chiesa fonte di vita e di speranza, che disseta, nutre con la Parola ed è capace di offrire aiuto materiale e spirituale.
Altre due immagini ecclesiali, (7% e 9% tra i giovani), sono quelle di “Sposa di Cristo” e “Mater et magistra”. La prima, coniata da San Paolo (Ef 5,32), sottolinea che la Chiesa e il Cristo formano un’unica realtà, come il corpo mistico. La seconda, madre e maestra, ricorda che la Chiesa ha la saggezza materna, conosce i figli e sa leggere i segni dei tempi. Papa Giovanni XXIII, autore dell’omonima enciclica, scrive: “La Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne, esponendo più chiaramente il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando”.
La Chiesa “gregge” (5%) rimanda all’idea del pastore con l’odore delle pecore, ma anche a quanto scritto dai padri conciliari: “La Chiesa è un ovile, la cui porta unica e necessaria è il Cristo. E’ pure un gregge: Dio stesso ha preannunciato che sarebbe stato il suo pastore”. La metafora di Chiesa “ospedale da campo” (5%), è merito di Papa Bergoglio: “La cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo”.
In fondo alla classifica ci sono la “barca” (3%) e la “tenda” (2%). La prima rimanda alla scena in cui Gesù cammina sulle acque per raggiungere i Dodici che sono in barca, con i venti contrari (Mc 6,45-56). Una scena potentissima come quella di Chiesa “tenda” per indicare la dimora di Dio, luogo dove sostare e ricevere ospitalità. Richiama alla mente l’incontro tra Dio con Abramo alle querce di Mamre, davanti a una tenda, prima inanimata, poi viva (Genesi, cap.18). Un’immagine che è divenuta icona di bellezza grazie al pittore Andrej Rubliov. Come ha scritto Pavel Florenskij: “Esiste la Trinità di Rubliev, perciò Dio esiste” .