N.04
Luglio/Agosto 2026

Essere umani

“Non so cosa sia peggio: non sapere chi sei ed essere felice, oppure diventare ciò che hai sempre desiderato essere e sentirti solo”.

Daniel Keyes, Fiori per Algernon, Nord

 

Preferireste essere intelligenti o felici? Prima di rispondere alla domanda provate a calarvi nei panni di Charlie Gordon, trentaduenne con un grave ritardo mentale, rifiutato dalla famiglia, garzone di panetteria per compassione del proprietario, oggetto di scherno da parte di tutti. Completamente ignaro delle vere intenzioni altrui, innocente e ingenuo, puro e ottimista – Forrest Gump ante litteram – Charlie ha un unico desiderio e un’inarrivabile tenacia: più di ogni altra cosa vuole “essere intelligente” per “essere come gli altri” e questo lo rende la cavia ideale di una terapia sperimentale per il recupero delle capacità cognitive. Un’operazione complessa, pericolosa, finora superata solo dal topolino Algernon, ma che con Charlie ottiene risultati al di sopra di ogni aspettativa. L’intervento è riuscito, eppure gli incubi non tardano ad arrivare.

No, non è la trama de “Il Tagliaerbe”, in queste pagine non troverete horror cyberpunk, ma una dissezione senza sconti dell’animo umano e delle emozioni che lo abitano. Scritto nel 1959, e all’epoca premiato come romanzo di fantascienza, “Fiori per Algernon” possiede invece tutti gli elementi dell’attualità. Parla di disabilità mentale, di pregiudizi, del prendersi cura, di famiglia, di empatia, di emarginazione; esorta a riflettere sul rispetto e il valore dell’essere umano. Ci mette di fronte ai grandi interrogativi etici e alle ineludibili domande dell’umano: Chi è il diverso? Dove finisce la compassione e comincia il rancore? Come cambia il modo in cui gli altri ci vedono quando cambiamo noi? Man mano che la sua intelligenza si sviluppa, Charlie ritrova consapevolezza di sé, del proprio essere. Comprende, anche con ripugnanza, chi era, chi è, chi è diventato: “Solo poco tempo fa ho scoperto che la gente rideva di me. Ora capisco che, senza rendermene conto, mi sono unito a loro nel ridere di me stesso. Questo è ciò che fa più male”.

Pagina dopo pagina, il romanzo ribalta tutta una serie di costrutti che ben conosciamo. A partire dall’idea di una scienza che agisce “per il bene”, laddove sia Algernon sia Charlie – un topolino e un soggetto fragile – sono vittime sacrificabili per un presunto progresso che non si rivelerà tale. E soprattutto, l’idea che sia l’intelligenza – e non le relazioni – a garantire dignità e felicità, per cui chiunque non corrisponda alla “norma” è sicuramente infelice e isolato. Non è così, contesterà amaramente Charlie discutendo col suo mentore: “L’intelligenza e la conoscenza che non siano temperate dall’affetto umano non valgono nulla […] Quando ero mentalmente ritardato avevo molti amici. Ora non ne ho alcuno”.

Charlie rivendica disperatamente la propria umanità, sia nella condizione di genio, sia in quella di disabile. Ma si rende conto che l’unico che possa davvero comprenderlo è il topolino Algernon: a entrambi, scarti della società, è stato dato un potere destinato a estinguersi. Solo all’uomo, però, sarà dato di vivere consciamente la dolorosa consapevolezza del perderlo.