N.02
Marzo/Aprile 1987

Spiritualità e pastorale giovanile

Con esperta astuzia, i governanti romani insegnavano ai loro delegati: “Divide et impera”. La divisione e ogni forma di contrapposizione indeboliscono chiunque si lasci tentare dal fascino dell’angoletto riservato o dal gusto acido della rottura.

Non per niente Gesù ha tanto insistito sull’unità, sulla carità, sulla misericordia.

La forza del cristianesimo (ma anche di ogni forma di civiltà) non sta nei battaglioni: la forza cristiana è nella misericordia, fonte di unità.

Già questa fondamentale intuizione ci aiuta a comprendere che la pastorale giovanile non può costruire partendo da steccati o contrapposizioni, da riduzionismi dottrinali o morali, ma da una sincera e totale apertura a Cristo e alla sua Chiesa.

Apertura totale alla Chiesa, sincera volontà di unità, disponibilità al dono per la comunità nella sua più ampia espressione… non significano resa all’identità o imposizione di unicità. Tutta la creazione mostra una meravigliosa unità, resa evidente proprio dalla sua straordinaria varietà di elementi. L’unità è armonia di realtà diverse, collegate così intimamente da diventare complementari e necessarie le une alle altre.

Non ha senso dunque contrapporre una spiritualità di gruppo a una spiritualità di Chiesa; Dio è inesauribile nei suoi doni e rende possibili aggregazioni diversissime che rendono meravigliosa l’unità spirituale della Chiesa. Questo implica naturalmente da parte di ogni aggregazione un profondo desiderio di unità, come da parte di tutta la Chiesa – in particolare dei suoi pastori – l’accettazione e persino l’entusiasmo per la manifestazione viva dei diversi carismi. La storia della Chiesa mostra che questi due atteggiamenti non sono immediatamente facili. Esigono un continuo sforzo di apertura: il trionfo dell’autentico amore cristiano.

 

 

Pastorale giovanile aperta

La pastorale giovanile è quell’opera educativa che guida i giovani alla piena realizzazione dei loro doni di natura e di grazia. È un servizio ai giovani, non una politica di coartamento per presunti fini superiori. Non ci possono essere fini superiori a quelli che Dio ha iscritto nella natura stessa dell’essere: e poiché il dono supremo dell’uomo è la libertà, non ci può essere servizio che nel più assoluto rispetto della libertà. Naturalmente, da parte del soggetto libero deve maturare una retta comprensione e conseguente utilizzazione della libertà: la libertà è insieme la facoltà e l’impegno a pensare, a scegliere, ad agire, a sacrificare tutto ciò che contrasta con i valori lealmente percepiti.

Così ha fatto Gesù: ha guidato i suoi chiamati all’ascolto, alla preghiera, alla unione comunitaria, all’impegno missionario, lasciandoli sempre liberi… tanto che nel momento più duro, quello di cui ci parla Giovanni nel capitolo 6°, dopo il discorso di Cafarnao sull’Eucarestia, quando parecchi discepoli lo abbandonano, Gesù dice a chi rimane: “Volete andarvene anche voi?”. Gesù non ha costretto nessuno, non ha fulminato nessuno, neppure Giuda, traditore, neppure quella incredibile torma di avvoltoi che erano la classe dirigente del suo tempo, con poche eccezioni. È alla scuola di Gesù che noi dobbiamo imparare le grandi linee della nostra pastorale giovanile, per condurre i giovani a un’autentica vita spirituale, che sia la ricchezza della loro vita e “supplemento d’anima” per questo nostro mondo così poco disposto ai valori spirituali.

 

 

Fede e ascolto

In questi anni si è tanto insistito sull’ascolto della Parola di Dio che quasi ci si è dimenticati che l’ascolto vale solo se avviene nella fede. Vien voglia di dire che chi ascolta la Parola di Dio certamente ha fede e lo fa nella fede. Ahimè! non credo che questa equazione sia assoluta: talvolta si ha l’impressione che le nostre celebrazioni siano più impegnate sul piano estetico che su quello della fede… Accurata preparazione dei canti, grande attenzione agli strumenti utilizzati, esemplare coreografia, cronometraggio dell’omelia… C’è la stessa preoccupazione per la preparazione spirituale profonda, quella che realmente dispone l’animo ad ascoltare, a meditare, a pregare, a impegnarsi? Certo, le condizioni esterne non sono senza importanza: ma credo che nessuno di noi possa affermare che nella sua vita le esperienze profonde siano state direttamente proporzionali alla solennità o alla raffinatezza delle celebrazioni.

Gesù non ha trascurato l’arte della Parola: le parabole per i semplici, la dialettica per i più colti, le citazioni e i riferimenti storici… Ma la forza del suo messaggio veniva dal di dentro, dalla lucidità del suo spirito e dal calore del suo zelo. Quando le guardie del Tempio, venute ad arrestarlo, affermano: “Nessuno ha mai parlato come quest’uomo”, certo non intendevano solo riferirsi all’eleganza della sua retorica, quanto alla passione che coinvolgeva e conquistava gli uditori. E dunque anche la nostra pastorale giovanile dovrà facilitare e stimolare l’ascolto con la adeguata preparazione degli incontri, dando però il massimo rilievo all’educazione della fede, che impegna anzitutto noi alla testimonianza e al coinvolgimento profondo. Gli incontri che animiamo devono nascere piuttosto dalla nostra preghiera e dalla nostra contemplazione che da una attenta preparazione tecnica.

 

 

Preghiera personale e comunitaria

“Quando preghi… entra in casa, chiudi la porta e prega il Padre in segreto…”. La preghiera personale o nel piccolo gruppo è preziosa: la preghiera delle catacombe non valeva meno di quella nelle basiliche! Gesù non ha temuto di dirci che “dobbiamo pregare senza interruzione” : dunque dobbiamo essere in perenne comunione con Dio nell’intimo di noi stessi. La nostra intimità dev’essere il primo tempio di Dio: sarebbe intimismo deteriore se il nostro comportamento esteriore non fosse coerente, ma allora la nostra intimità non sarebbe autentica, perché non sarebbe veramente il cuore del nostro cuore. Gesù ci chiede la totalità: “amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze”. E dunque questa preghiera intima deve pervadere tutto il nostro essere e ogni nostra azione: la spiritualità intima diventa fedeltà alla missione, la spiritualità verticale si allunga fino all’estremo orizzonte, la gioia della pienezza interiore (che ha certamente delle dimensioni gratificanti) diventa gioia dei fratelli, il mio spirito pieno di Dio versa le sue ricchezze nel gruppo e nella Chiesa.

È solo un sogno o può esser realtà? Se Dio ci ha dato la capacità di sognare, è perché dobbiamo anche sognare! Ma proprio il principio dell’armonia profonda, della totalità chiesta al credente implica il perenne sforzo di risolvere le ombre dei sogni nello splendore della luce solare in cui siamo chiamati a operare. Nella Chiesa dobbiamo pregare uniti, unendo la ricchezza di ognuno nella Comunione dei Santi.

La perseveranza, la fede, l’umiltà sono garantite e sostenute dall’unione con la preghiera di tutta la Chiesa, in cui Gesù ha promesso di essere presente in una forma speciale: “Dove due o tre sono uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” e “Quando due o tre si uniscono per chiedere qualcosa nel mio nome, la otterranno”.

Gesù ha anche dato l’esempio, andando spesso con i suoi apostoli e discepoli a pregare nel Tempio.

 

 

Spiritualità di gruppo e spiritualità di Chiesa

Gli Apostoli costituivano con Gesù un’unica comunità di fede, di preghiera, di zelo per la salvezza del mondo. Ma erano diversi tra loro: i Vangeli non mancano di notarlo. Persino l’atteggiamento di Gesù nei loro confronti non era uguale: e anche questo in fondo è del tutto normale. Ma quando dopo la Pentecoste gli Apostoli si sparsero nel mondo a portare il messaggio e la vita spirituale che Gesù aveva donato loro, essi diedero la loro personale impronta alle Chiese fondate. E ogni Chiesa, allora come oggi, ha un proprio cammino per giungere a Dio: sono come un fascio di sentieri che formano un immenso viale, la strada della Chiesa universale.

La strada della Chiesa è tanto larga perché è fatta di tanti sentieri: ogni sentiero è valido finché non si ergono barricate o impedimenti di qualunque genere tra un sentiero e l’altro.

Un sentiero percorso da un gruppo è come un filo sottile che indica chiaramente una direzione: può dare maggiore sicurezza, proprio perché è così preciso. Ed è dunque da apprezzare come un aiuto, una guida, uno strumento “pedagogico”. Ciò che conta è andare avanti, evitando alterchi e inutili contrasti con chi sceglie altri sentieri.

Anzi, tutti dovrebbero godere che i molti sentieri rendano più larga la strada. Dio voglia che nei nostri gruppi e nella nostra Chiesa ci sia chiaramente questa intuizione e la volontà di essere coerenti.

È meglio avere un’unica guida o molte guide? In altre parole: un educatore unico o una comunità di educatori? Chi apre un sentiero è di solito una persona sola, ma altri possono apprezzare quel sentiero e divenire guide a loro volta. In genere è meglio disporre di molte guide che di una sola: ma ciò che conta è poter camminare.

Una buona guida è sufficiente. Se poi è molto buona, è meglio non perdere il tempo a cercarne un’altra. Ma come essere sicuri che la guida è buona? Gesù ci ha dato un buon criterio: “Li riconoscerete dai loro frutti!”. Chi ci aiuta a vivere intensamente nella Fede, nella Speranza e nell’Amore (che è anche unità con tutta la Chiesa) è una guida sicura.

 

 

Impegno missionario

Gesù mandava apostoli e discepoli davanti a sé ad annunziare la sua venuta: li “addestrava” alla missione, senza aspettare che fossero perfetti. Così nella Chiesa non si deve aspettare di essere perfetti per esercitare una missione. Con l’umiltà di chi sa di essere servo inutile da solo, ma onnipotente con la grazia di Dio e la guida dello Spirito, ogni cristiano “deve” operare ogni giorno per dilatare il Regno.

E dunque un gruppo ecclesiale deve sempre essere “missionario”: i bisogni sono tanti e chi è animato dallo spirito di Cristo non stenterà a vedere prospettive di servizio. Chi vive nella fede e nella preghiera sarà guidato interiormente, sia in dimensione personale che in dimensione di gruppo, a esprimere efficacemente il fondamentale dono della Carità.

Se è vero che “saremo riconosciuti dai frutti”, non possiamo immaginare un gruppo ecclesiale che non sia apostolico. D’altra parte proprio il bisogno di totalità (la parola “radicalità” spesso utilizzata può suggerire l’equivoco del riduzionismo e della unilateralità!) richiede l’armonia che è propria dell’essere umano: conoscere la Verità, volere la Verità, fare la Verità! Senza chiarezza dottrinale, che ha indubbiamente la sua roccia nell’insegnamento del Papa e dei vescovi… o senza sete di comunione intima con Dio, che si esprime in un forte impegno di preghiera, in particolare di quella ecclesiale tipica, che è la Liturgia… senza la prova delle opere, che esprime la presenza della autentica Carità, che è Dio stesso… non ci può essere autentica spiritualità e dunque neppure pastorale giovanile. Se lo Spirito Santo è presente, non mancherà la sua armonia profonda.