“Aspirate al dono della profezia”. Profezia e profeta tra chiamata e risposta
Quando noi pensiamo ai profeti, quasi naturalmente li collochiamo nell’economia dell’Antico Testamento, individuando in Giovanni il Battista l’ultimo profeta. Eppure nel Nuovo Testamento l’apostolo Paolo scrive che noi cristiani siamo “concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù” (Ef 2,19-20), quindi intravede nella Chiesa una struttura in cui “alcuni […] li ha posti […] in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri” (1Cor 12,28), annovera il dono della profezia (cfr. 1 Cor 12,10) tra le distribuzioni dei carismi, e infine richiede, a chi ha questo dono, di esercitarlo secondo la misura della fede (cfr. Rm 12,6). Ovunque poi nella chiesa nascente appaiono profeti: ad Antiochia Paolo stesso è annoverato tra i profeti (cfr. At 13,1); a Cesarea si manifesta, come profeta, Agabo, e quattro figlie di Filippo esercitano questo ministero (cfr. At 21,9-10); a Corinto molti profeti sono presenti nella chiesa. Di converso, in quasi tutti gli scritti del N.T. appaiono all’orizzonte i falsi profeti (cfr. Mt 7,15; 24,11-24; Mc 13,22; Lc 6,26).
Il Profeta, dono di Dio a Israele e alla Chiesa
Non poteva essere altrimenti: non si era forse adempiuta, secondo la prima predicazione di Pietro dopo la Pentecoste, la profezia di Gioele che conteneva la promessa dell’effusione del dono dello Spirito Santo su ogni carne in modo che diventassero profeti figli e figlie, giovani ed anziani (cfr. At 2,14 ss.)?
Quando lo Spirito era sceso sui settanta anziani, di fronte alla gelosia di Giosué, Mosè, servo del Signore, aveva esclamato: “Oh, fossero tutti profeti nel popolo del Signore!” (Nm 11,29) e questo, invocazione più che desiderio, giunti gli ultimi tempi, i tempi escatologici, si compie nella Chiesa. La Chiesa dunque annovera subito dopo gli apostoli, testimoni di Cristo, anche i profeti, uomini dello Spirito, come anche Gesù aveva promesso: “Io mando a voi profeti…” (Mt 23,34). La profezia non è dunque qualcosa che sta soltanto nell’A.T., ma è essenziale alla Chiesa e se questa non annoverasse profeti nel suo seno vedrebbe attentata la promessa di Dio sugli ultimi tempi e smentita la parola di Gesù suo Signore, profeta dei profeti, cui tutto ciò che precede fa riferimento e da cui tutto ciò che segue prende ispirazione.
Purtroppo questo dono è diventato molto raro nei secoli successivi, fino ad oggi, e noi dovremmo interrogarci sul perché. Mi si permetta di ricordare un dubbio che assaliva i padri medievali: non è forse la mancanza di profezia nella Chiesa che ha lasciato dirompere la profezia di Maometto? Il mussulmanesimo non è forse una eresia cristiana che ha protestato per il soffocamento, l’espulsione del profetismo dalla Chiesa? Sono interrogativi cui non è facile rispondere, ma che dobbiamo tenere desti.
Dovremmo comunque chiederci se noi ancora, secondo la ripetuta esortazione paolina, “aspiriamo ai doni spirituali, soprattutto a quello della profezia” (1Cor 14,1 e 14,39) o se invece noi disprezziamo questo dono spegnendo lo Spirito (cfr. 1 Ts 5,19-20). Si prega nella Chiesa perché Dio invii profeti come si prega per le vocazioni presbiterali? E quando appare un profeta non si corre il rischio di trattarlo come hanno fatto i nostri padri, perseguitandolo ‘fino alla morte’, come avveniva un tempo, o emarginandolo e diffidando di lui, come avviene oggi?
La Chiesa senza il dono della profezia è sicuramente depauperata, essa rischia di ‘funzionare’ magari bene, ma come una macchina istituzionale, incapace di annunciare il ‘novum’ che lo Spirito vuole nella vita stessa della Chiesa quale spirito di rinnovamento di ogni cosa. L’ordine nella Chiesa è essenziale, e utile anche un diritto canonico, ma una giuridizzazione e una organizzazione che si vuole estesa a tutta la vita cristiana o una ministerializzazione di tutte le vocazioni rischia di non lasciar spazio alla libertà dello Spirito Santo. Dovremmo temere ancora le parole di Amos rivolte anche a noi: “Io – dice il Signore – ho fatto sorgere profeti tra i vostri figli e consacrati tra i vostri giovani… ma ai profeti voi avete detto: Non profetizzate!” (Am 2,11-12).
Chi è il profeta?
Il profetismo è un fenomeno religioso che presenta analogie in tutto il mondo semitico e orientale, ma ciò che resta tipico ed esclusivo del profetismo biblico è la fede nel Dio che ha rivelato il suo nome, IHWH, a Mosè. Le forme del fenomeno non sono uniche, ma la fede è qualificante sia per il veggente (chozeh – ro’eh), sia per il profeta (nabi’). Questi due termini che corrispondono in parte a due tappe storiche diverse dell’esperienza profetica in Israele, vedono nel veggente un aruspice o divinatore, come nel caso di Samuele (cfr. 1 Sam 9-10) e nel profeta colui che, almeno in origine, è un estatico, vivente a volte in gruppo, il gruppo dei figli dei profeti, come nel caso di Elia e di Eliseo (cfr. 2Re 2,3 ss.; 4,38 ss.). Poiché qui noi operiamo un approccio rivelativo al profetismo diremo che il profeta comunque all’interno dell’interpretazione teologica è innanzitutto un chiamato (nabi’ da nabu, “chiamare”) da Dio che lo strappa alla sua condizione per farne un messo da parte, un segregato per lui.
La storia del profeta è perciò una vicenda particolarissima che si fonda su una vocazione da parte del Signore. Chiamato per nome, gratuitamente e liberamente da Dio, egli si trova ad essere una nuova persona. Questa elezione Dio la compie tra tutti i credenti: tra i mandriani chiama Amos, tra gli aristocratici Isaia, tra i sacerdoti Geremia ed Ezechiele. Questi si sentono strappati alla loro condizione quotidiana, alla loro professione e, come vinti dalla parola del Signore rivolta a loro, obbediscono. Tipica è la testimonianza di Amos: “Non ero profeta, né figlio di profeti; ero un pastore e incisore di sicomori; il Signore mi prese da dietro il bestiame e il Signore mi disse: Va’ profetizza al mio popolo Israele” (Am 7,14-15).
A questa chiamata repentina a volte il profeta cerca di sottrarsi dicendo di essere incapace di parlare, come Mosè (cfr. Es 4,10), di essere impuro e peccatore, come Isaia (cfr. Is 6,5), di essere giovane, come Geremia (cfr. Ger 1,6), ma la chiamata efficace di Dio risulta più forte: “Ruggisce il leone, chi mai non trema? Il Signore Dio ha parlato, chi può non fare il profeta?” (Am 3,8). Ma questa chiamata di Dio appare soprattutto, nella Scrittura, come una partecipazione al pathos di Dio. Il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Mosè e di Elia è un Dio personale, non è il Dio dei filosofi. Non c’è in lui schizofrenia tra ethos e pathos.
I profeti dunque, amici di Dio che sono amati ma che anche amano Dio, entrano nella passione di Dio, un Dio amante, geloso, fedele, adirato, che soffre e che gioisce, che si impietosisce e perfino si pente: “Dio non fa cosa alcuna senza aver rivelato il suo consiglio ai suoi servi, i profeti” (Am 3,7), ma questo porta il profeta a condividere la passione, l’amore folle di Dio, tutti i suoi sentimenti. Geremia si confessa “sedotto” da Dio, ma in questa seduzione (come tra amato e amante) il profeta diventa sim-patico con Dio cioè capace, per grazia e comunione, di una partecipazione intensa al pathos di Dio a tal punto che in alcuni profeti resta difficile distinguere le loro parole dalla parola di Dio, il loro soffrire dal soffrire di Dio. Prima di essere chiamati a predicare, ad annunciare il giudizio e il futuro, sono chiamati a stare con Dio in una cognizione profonda del presente pathos di Dio. È qui che la profezia biblica più si distanzia da quella delle culture vicine.
Il profeta è un inviato al suo popolo
In ogni vocazione profetica risuonano parole di Dio diverse ma tutte riconducibili ad un: “Va’, sii profeta tra la gente!”. Partecipando alla passione di Dio, conoscendone la volontà, fondato su una visione di Dio e della storia particolare, fuori del comune, ricettacolo di una parola efficace di Dio, il profeta è inviato al popolo dei credenti. Egli è la “bocca di Dio” (come si dice di Aronne rispetto a Mosè in Es 6,16 e di Geremia rispetto a Dio in Ger 15,19), è “l’uomo di Dio”; “il suo servo” per eccellenza (come più volte sono chiamati i profeti), è “l’uomo dello spirito” che con la parola e con i gesti, con dei mimi e delle azioni deve parlare per Dio al suo popolo. La fedeltà delle parole del profeta alla fede jahwista è il criterio per il discernimento della vera profezia dalla pseudo profezia, perché è lo Spirito che suscita la Parola e lo Spirito rimane sempre una connotazione profetica fondamentale fino all’ultimo profeta dell’A.T. (cfr. Is 61,1), fino a Cristo (cfr. Lc 1,35; 3,22; 4,18 ss.), fino ai profeti cristiani (cfr. At 13,2; ecc.).
Nello svolgimento del suo ministero il profeta annuncia innanzitutto il giudizio di Dio sul suo popolo, sovente una condanna e per questo chiede il ritorno a Dio, la conversione, chiede la fede come adesione al Signore, attua una grande lotta contro l’idolatria che si manifesta attraverso i Baalim, cioè le creature create da Dio o prodotte dalle mani dell’uomo. Quando questa creatura è assolutizzata, staccata dal suo riferimento a Dio, per il profeta essa è in ultima analisi Baal, si tratti di una persona o di una cosa, del re come del denaro, di una istituzione sacra come il tempio o di una alleanza politica. Sì, il profeta emette il giudizio, ma credendo alla misericordia di Dio, discernendo in Dio quelle viscere che vogliono ethos, ma che soffrono il pathos fino ad essere la matrice, il grembo di una madre che soffre con il figlio in grembo. La predicazione, gli scritti sono lo strumento per svolgere questo ministero, ma a volte anche i gesti, l’assunzione di una situazione: Osea annuncia il dramma dell’idolatria del popolo di Dio vivendo un matrimonio con una prostituta-adultera (cfr. Os 1-3), Isaia girerà nudo tra la gente (cfr. Is 20) per significare il prossimo spogliamento della deportazione, Geremia si porrà un giogo sul collo (cfr. Ger 27) per significare la cattività imminente e vivrà come celibe (cfr. Ger 16,1 ss.), testimone di un tempo che appare come l’ultimo, il tempo dei giudizio. L’annuncio dei profeti è sempre diverso nella forma e per questo sorprende il popolo, i sacerdoti e il re, ma unico è lo spirito che li anima.
Profeta in solidarietà con il popolo fino alla morte
Se il ministero profetico può essere un ministero di condanna, tuttavia il profeta, segregato dalla parte di Dio, non perde mai la solidarietà con il suo popolo. Quando parla è la parola di Dio che annuncia, una parola che ferisce, colpisce, che dà anche la morte; ma di fronte al castigo che giunge il profeta si fa sempre intercessore.
L’intercessione è parte essenziale di questo ministero e i profeti appaiono sempre come i grandi intercessori capaci di mutare la volontà di Dio… Mosè è esemplare: di fronte al peccato di Israele liberato dall’Egitto ed entrato in alleanza con Dio, il peccato del vitello d’oro, egli intercede presso Dio perché abbandoni il proposito di castigo (cfr. Es 32,11 e ss.). Non solo: di fronte all’offerta di Dio di far sorgere da lui una nazione più grande e più potente di Israele dopo averlo distrutto, Mosè rifiuta (cfr. Dt 9,14) e accetterà di restar fuori dalla terra promessa e di morire vedendola da lontano piuttosto che resti fuori o perisca anche un unghia sola dei figli di Israele. Amos, annunciato il giudizio di Dio, continua in modo ritmico a pregare: “Signore Dio perdona… Israele è tanto piccolo!” (Am 7,2.5) e così tutti i profeti…
Geremia morirà solidale con gli esiliati nella terra di Egitto, Ezechiele starà in mezzo ai deportati a Babilonia, Gesù condannato da quel potere che perseguitava i giudei, prima di morire in croce, chiederà perdono per chi l’ha consegnato e per chi lo uccideva, Paolo morirà nella diaspora ucciso dal nemico del suo popolo…
Solidarietà assoluta quella del profeta con la sua gente, anche se questa non lo accoglie, lo rifiuta e lo perseguita. Sta nella vocazione del profeta il martirio, la non accoglienza da parte di quelli di casa sua. L’ha detto e l’ha vissuto Gesù ricordando che “un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua” (Mc 6,4), ricordando invece l’ospitalità data ai profeti da poveri pagani, non credenti nel Dio unico (cfr. Lc 4,25-27) e attestando che i profeti non sono mai stati accolti nel loro popolo ma perseguitati, anche se dopo viene fatta loro una tomba e se ne adorna il sepolcro (cfr. Mt 23,29-31). Questo è stato in Israele e nella chiesa, sempre: ma lo Spirito suscita ancora questi sim-patici con Dio, questi suoi porta-parole, questi intercessori che richiamano alla conversione e che non rompono mai la solidarietà, la comunione con il loro popolo.
Noi li sappiamo discernere oggi? Li sappiamo ascoltare? E soprattutto, preghiamo perché ci siano vocazioni profetiche nella chiesa? Anche oggi la chiesa ha bisogno di uomini dello Spirito, di profeti di Gesù Cristo, di uomini partecipi del cuore di Dio!