Il culmine della visione
L'esperienza di Dante
…dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige
(Dante, Paradiso, XXXIII 130-131)
L’ultimo canto del Paradiso di Dante, il XXXIII, è il vertice dell’esperienza del poeta pellegrino.
Il poema di Dante racconta un viaggio, quello della vita dell’uomo. Nel mezzo del cammin di nostra vita: un viaggio non affidato al caso, ma diretto ad una meta stabilita, che non è una terra, ma la dimora stessa di Dio, il Paradiso.
Ma la diritta via era smarrita.
Nella selva oscura, punto di partenza del suo cammino, luogo dove la sua mente e il suo animo si assopiscono così da indurlo ad abbandonare la via del bene, il poeta ha smarrito la capacità di guardare in alto e vedere i raggi del Sole che conduce dritti in ogni strada.
Lo soccorrono tre guide: Virgilio, Beatrice e san Bernardo, allegoria rispettivamente della ragione, della sapienza e della carità e queste lo accompagnano da l’infima laguna de l’universo infin alle vite spiritali, in un cammino di visione: perché vedendo il poeta comprenda e comprendendo ritrovi la sua dignità di uomo che, per grazia, da Dio nasce, verso Dio cammina e in Dio vive la sua pienezza. Così l’andare diviene un cammino di ritorno a Dio, un muoversi di esule che cerca i passi per tornare in patria, un trasumanare che trasferisce nel mondo della realtà divina.
Nel Convivio, il poeta insiste: “Il sommo desiderio di ciascuna cosa è ritornare allo suo principio. E poiché Dio è principio delle nostre anime, quando disse facciamo l’uomo a immagine e somiglianza nostra, essa anima desidera massimamente tornare a quello. Come il pellegrino va per via e cerca la casa dove arrivare, così l’uomo cerca il suo bene”.
Perché il viandante giunga alla meta, san Bernardo lo affida all’unica mediatrice: la Madre di Dio.
In Lei abitano tutte le virtù, ma ora è invocata per la sua misericordiosa, pietosa e larga bontà: sarà lo sguardo di Maria che scende verso l’uomo e da lui risale a Dio a orientare lo sguardo di Dante. La misericordia risponde alla speranza: l’uomo e il poeta possono varcare la soglia dell’inesprimibile incontro verso l’ultima salute, il sommo piacere e il fine di tutt’i disii.
La visio divinae essentiae dà la perfetta beatitudo hominis, la visione della divina essenza, dice Tommaso, dà all’uomo la perfetta beatitudine: i’ giunsi l’aspetto mio col valore infinito.
Il finito vede l’Infinito e rimane affascinato e grato.
Il momento supremo dell’incontro con Dio è seguito da una commossa esclamazione: Oh abbondante grazia; è il ringraziamento dell’uomo che lungo la vita ha cercato di vedere, di comprendere e di dire, che ha sperimentato la forza del desiderio di giungere al termine ultimo di tutti i desideri, Dio stesso. “Dopo aver trovato colui che è principio di tutto, cioè primo, vale a dire Dio, non c’è più niente da cercare” (Epistola XIII). Sant’Agostino conferma questo ininterrotto sospiro dantesco che è il più forte sentimento che ha condotto la sua vita: “Ci creasti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te” (Conf. I, I.1). L’ardor di desiderio con cui Dante ha consumato la vita giunge al culmine.
Il poeta scorge il segreto di quel nodo che unisce l’umano e il divino: cor ad cor loquitor, il cuore parla al cuore.
| Paradiso, XXXIII, 117-132
Ne la profonda e chiara sussistenza
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Nella profonda e luminosa essenza della divina luce mi apparvero tre cerchi, di tre diversi colori, ma di una stessa dimensione;
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| e l’un da l’altro come iri da iri parea reflesso, e ’l terzo parea foco che quinci e quindi igualmente si spiri. 120 |
e uno di essi pareva riflesso dall’altro, come un secondo arcobaleno si genera dal primo, mentre il terzo pareva un fuoco che provenisse, in modo uguale, dall’uno e dall’altro.
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| Oh quanto è corto il dire e come fioco al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi, è tanto, che non basta a dicer ’poco’. 123 |
Oh quanto è inadeguato il mio dire, e come rende debolmente il concetto che voglio esprimere! E questo, in confronto a ciò che vidi, è talmente poca cosa che dire ‘poco’ non è sufficiente.
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| O luce etterna che sola in te sidi, sola t’intendi, e da te intelletta e intendente te ami e arridi! 126 |
O luce eterna che sola risiedi in te stessa, sola intendi te stessa, e mentre sei da te intesa, e intendi te, spiri amore e lo effondi intorno come un sorriso!
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| Quella circulazion che sì concetta pareva in te come lume reflesso, da li occhi miei alquanto circunspetta, 129 |
Quel cerchio (il secondo) che, così da me inteso, in te appariva come un lume riflesso, attentamente guardato dai miei occhi
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| dentro da sé, del suo colore stesso, mi parve pinta de la nostra effige: per che ’l mio viso in lei tutto era messo. 132 |
mi parve avesse dipinta al suo interno, col suo stesso colore, la nostra sembianza umana: per cui il mio sguardo era tutto concentrato in lei.
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Dante rimane solo davanti alla visione di Dio e contempla i misteri.
Il mistero della Trinità, tre persone uguali e distinte, rappresentata da tre cerchi di tre diversi colori, ma di una stessa dimensione; uno riflesso dall’altro, il terzo come fuoco. Il generarsi per riflesso del secondo arcobaleno identico al primo raffigura, in modo quasi immateriale e con aerea bellezza, la generazione del Figlio dal Padre in tutto uguale a sé.
“Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio” (Mt 11,27): all’interno di questo rapporto si genera l’amore (lo Spirito) che si effonde come sorriso di Dio irradiato sul mondo. (Te ami e arridi: all’amore di cui parla la Teologia, solo la poesia può aggiungere il sorriso!). Il riso è la forma sensibile, la bellezza con cui per tutta la Cantica si manifesta esternamente il diletto che viene all’anima attraverso l’amore. Il divino sorridere è la gioia dell’amore divino per cui il mondo vive.
Toccato questo vertice, il poeta immerge il suo viso nel secondo cerchio, quello che rappresenta il Figlio incarnato: gli pare che avesse dipinta al suo interno, col suo stesso colore, la nostra sembianza umana. La propria immagine che egli scorge nel cuore stesso della Trinità divina assorbe tutta l’attenzione dell’uomo giunto a contemplare l’essenza di Dio. La nostra immagine, cioè il volto dell’uomo che Dante ha descritto con amorosa attenzione lungo tutti i suoi 100 canti, in ogni suo minimo particolare, dal lattante che si sveglia prima per fame, all’epilettico riavuto, ai due amanti di Rimini, a Francesco innamorato della Povertà.
Dante fissa il mistero, ma non può intenderlo, finché un raggio divino non lo illumina: l’uomo è, dunque, in Dio; l’esule si è ritrovato nella sua verità e ha raggiunto la sua patria.
E tutto svanisce ai suoi occhi, quando egli vede se stesso non vicino a Dio, ma in Dio, Dio egli stesso. È ciò che più di ogni altra cosa lo tiene avvinto: il mistero della presenza in Dio della persona umana, che assume lo stesso volto di Dio.
Non di Dio presente nell’uomo, ma dell’uomo in Dio!
Qui si ferma il poeta, il grande araldo della fede cristiana nel mondo, come lo ha chiamato papa Benedetto XV, e qui si ferma la sua poesia: l’uomo è sazio; vedersi in Dio gli ha dato la misura della sua grandezza, la bellezza della sua libertà, il modo di stare nei suoi giorni.
La vita ora si dispiega dalla meta.
È questo il culmine della visione, e del Poema, supremo canto della dignità dell’uomo.