Itinerario vocazionale: educare con un progetto
Educare le giovani generazioni alla fede e alla vocazione comporta, oggi più che mai, la proposta di un ‘itinerario’.
L’itinerario, sinonimo di gradualità e progressione[1], ha bisogno d’iscriversi in un ‘progetto’; occorre cioè “avere il senso del fine e delle mete intermedie, ed operare con elasticità ed equilibrio, per tenere e riportare in tensione verso il fine i diversi momenti”[2].
L’insieme del progetto, se si vuole la finalità del progetto di Dio per tutti gli uomini, è il renderli e volerli ‘santi’ (cfr. Ef 1,5-10).
La chiamata alla santità è il fine del progetto educativo cristiano, così esplicitato dal Vaticano Il: “Il Signore Gesù, Maestro e Modello divino di ogni perfezione, a tutti e ai singoli suoi discepoli di qualsiasi condizione ha predicato la santità della vita… È chiaro dunque a tutti, che tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana”[3].
Il cammino di crescita di una persona verso la maturità di fede è dunque proporzionata alla disponibilità a lasciarsi illuminare da tale disegno di Dio sull’uomo: “si è adulti in Cristo quando Egli è stato accolto quale principio di unità interiore, di fortezza e di perseveranza”[4].
L’iniziazione e il cammino di fede così inteso apre naturalmente alla vocazione personale a cui, nessun operatore pastorale si stancherà mai di crederlo, Dio ci ha chiamati già ‘prima di essere concepiti nel seno materno’.
Non è inoltre di maniera affermare che l’itinerario di fede, mirato vocazionalmente, conduce alla maturità cristiana.
Fede e vocazione si richiamano quindi a vicenda nella vita e nella storia di una persona: così come l’itinerario di fede non può non essere naturalmente vocazionale.
Circoscriviamo ora i contenuti o, se si vuole, le ‘tappe’ essenziali di un itinerario vocazionale iscritto nel progetto educativo della chiamata alla santità.
Ogni uomo chiamato da Dio all’esistenza
La prima grande vocazione s’identifica con la chiamata alla vita[5]. “Ogni essere è tratto da Dio all’esistenza”[6]. La Bibbia lo testimonia dalla prima all’ultima pagina: si potrebbe quasi dire, per paradosso, che una ‘cultura vocazionale’ attraversa dall’inizio alla fine tutto il testo sacro.
Resta sempre un punto fermo, sia per gli animatori vocazionali nel loro servizio di annuncio vocazionale sia per l’uomo sollecitato a rispondere, il fatto che il primo protagonista di ogni vocazione è Dio, più volte indicato nella Bibbia come “Colui che chiama”.
Da qui emerge il messaggio di fiducia di ogni educatore alla fede ed alla vocazione. Senza minimizzare le difficoltà che si frappongono alla ‘chiamata’ oggi, tutti noi che siamo impegnati nell’educazione alla vocazione (ma chi, dai genitori al catechista, all’insegnante, ai consacrati può sentirsi dispensato da questo servizio e non sentirsi ‘per vocazione’ cioè naturalmente animatore vocazionale?) non possiamo non riconfermarci quotidianamente nella certezza della fede che ‘Dio chiama all’esistenza, “Dio è in mezzo a noi, Dio ha educato ciascuno di noi e tutti noi. Dio continua a educare. Noi educatori siamo suoi alleati: l’opera educativa non è nostra, è sua. Noi impariamo da Lui, lo seguiamo, gli facciamo fiducia ed Egli ci guida e ci conduce”[7].
Il fidarsi e il confidare nell’azione vocante di Dio è dunque fondamento essenziale ed aspetto irrinunciabile della spiritualità di ogni educatore alla fede ed alla vocazione: “sono convinto che molti insuccessi educativi hanno la loro radice nel non aver noi capito che ‘Dio educa il suo popolo’, nel non aver colto la forza del programma educativo espresso nelle Scritture, nel non esserci alleati col vero educatore della persona. D’altro canto sono convinto che una fiducia rinnovata nella forza educativa del Vangelo può ridare fiato a molti nostri educatori, togliere loro la sensazione di dover portare un peso superiore alle proprie forze e di lottare contro nemici troppo forti”[8].
A partire da questo atteggiamento spirituale prende senso e forma pastorale la verità biblica che Dio chiama per “nome” (Is 43,1) e crea ciascuno secondo il progetto di vita che per ciascuno ha pensato. ‘Vocazione’ significa dunque sempre e soltanto prendere coscienza di una chiamata, la cui iniziativa è sempre di Dio e, per un giovane o una giovane rendersi disponibili a dare una risposta mettendosi in cammino, fidandosi di Dio e accogliendo come ‘compagni di cammino’, per il servizio del discernimento, coloro che nella Chiesa hanno già dato la loro risposta alla chiamata di Dio.
Ogni uomo chiamato a Cristo nella chiesa per l’umanità
Se la prima grande chiamata dell’uomo s’identifica con la chiamata all’esistenza, la vocazione fondamentale di ogni uomo è la chiamata all’appartenenza a Cristo mediante il battesimo: è la chiamata a seguire Gesù, il grande chiamato e mandato dal Padre agli uomini per rivelare e donare loro la vita di Dio. Per rispondere come Lui, bisogna seguirlo. L’uomo realizza perciò pienamente la sua vocazione nella misura in cui si mette al seguito di Cristo e si conforma a Lui: è ‘l’itinerario cristiano’, come condivisione totale della vita e del destino del Maestro.
Ma, è bene ricordarlo, l’itinerario cristiano non può essere concepito come un tranquillo processo evolutivo, dal meno bene al meglio e così via. Il cammino educativo cristiano – come sequela radicale del Maestro – comporta per sua natura il momento fondamentale della rottura, della ‘conversione’: rottura totale col proprio passato e, in breve, con il proprio modo di essere e di vivere[9].
Ciò per i giovani di oggi può significare rendersi disponibili ad uscire da una concezione puramente naturale della propria vita o di ‘rompere’ una volta per sempre con un modo di essere che di fatto, per usare le espressioni dell’Apocalisse, finisce col rendere la persona ‘né calda né fredda’: “a questo proposito è importante notare come l’età compresa tra i dodici e i quindici anni costituisca un particolare momento di passaggio e di rottura per i ragazzi e le ragazze. In esso avviene quella che potremmo chiamare la presa di coscienza di sé come totalità. La persona si coglie, per la prima volta, come un tutto, rispetto al quale deve prendere decisioni importanti. Tutto ciò che è stato assimilato fino a questo momento, deve essere ripreso in mano personalmente e rilanciato con una forte decisione, che metta ciascuno in verità davanti a Dio, gli faccia prendere posizione di fronte a Cristo”[10].
Sempre tenendo fermo che l’itinerario di maturazione cristiana non è un semplice cammino in ascesa, ma vi sono ‘tempi’ in cui bisogna pure decidersi per un ‘salto qualitativo’, la ‘vocazione’ – in particolare quella di speciale servizio al popolo di Dio (al ministero ordinato, alla vita religiosa-missionaria, alla consacrazione secolare…) – ha tutte le connotazioni di un vero e proprio coraggioso ‘salto di qualità’. Come dire che nel cammino di maturazione vocazionale non basta rompere con il proprio passato peccaminoso, quindi la ‘conversione’, e non basta nemmeno essere pervenuti all’osservanza della legge, come il giovane ricco del Vangelo (Mc 10, 17-22). È necessario il passaggio decisivo, il salto di qualità, che Gesù chiede proprio al giovane del Vangelo – “va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri” – con tutto ciò che, nello spirito della radicalità evangelica, questo comporta perché il ‘chiamato’ sia ‘dono di Dio al mondo’ vivendo in pienezza la propria vocazione specifica.
‘Educare con un progetto’ significa dunque alla fin fine esplicitare nel cammino di maturazione cristiana ciò che è connaturale e implicito alla ‘vocazione’ in quanto:
– crescita di un ‘valore vitale’, frutto dello Spirito;
– capacità dell’uomo di ‘accostarsi’, ‘aprirsi’, ‘camminare verso’ il mistero;
– fedeltà a Cristo da ‘inventare’ lungo tutta una vita;
– l’itinerario dello Spirito’, momento culmine dell’azione di Dio come già in Cristo, nella storia viva e reale della persona.
Voglio augurarmi che questo numero di ‘Vocazioni’ aiuti tutti noi
a maturare un approccio vocazionale a servizio delle giovani generazioni, proponendo itinerari vocazionali inseriti nel progetto educativo globale cristiano: chiamati all’esistenza e chiamati a Cristo nella Chiesa per l’umanità, quindi chiamati alla santità in un lungo cammino di perfezione.
Ciò, tenendo realisticamente presente la storia attuale delle giovani generazioni che mancano di ‘progettualità’: considerato che il rifiuto della progettualità – di un’esistenza come ‘progetto di Dio’ – è pressoché costitutivo della cultura contemporanea.
Tenendo anche presente che le giovani generazioni mancano soprattutto di ‘spiritualità’ come dinamica crescente: catecumenato alla ‘interiorità’, intesa come valori siglati dalla vita stessa, come ‘totalità’ che apre all’altro, alla maniera di Cristo.
Tenendo ancora presente che i giovani stanno forse soffrendo di una certa latitanza educativa da parte degli educatori stessi, per i quali forse può essere significativa l’espressione pedagogica di don Bosco “non basta amare i giovani, essi se ne devono accorgere”.
NOTE
[1] Cfr. I. Castellani, Fede e vocazione: un cammino, in “Vocazioni” n. 4/1988, p. 3.
[2] C.M. Martini, Dio educa il suo popolo, Centro Ambrosiano di Documentazione e Studi religiosi, Milano 1988, p. 39.
[3] Lumen Gentium n. 40.
[4] Diocesi di Milano, Piano Pastorale 1977-78, in “Voce e storia della Chiesa Ambrosiana”, Vol. III, p. 311-313.
[5] Cfr. Centro Nazionale Vocazioni, Sì ma verso dove? Sussidio di riflessione e di preghiera per i giovani sui temi del Centro Vocazionale Itinerante, Roma 1985.
[6] Cfr. CEI, La formazione dei presbiteri nella Chiesa italiana, Orientamenti e Norme per i Seminari, n. 20.
[7] C.M. Martini, Dio educa il suo popolo, Centro Ambrosiano di Documentazione e Studi religiosi, Milano 1988, p. 8.
[8] Idem, p. 22.
[9] Cfr. idem, p. 31.
[10] Idem, p. 32.