N.05
Settembre/Ottobre 1988

La vocazione è un itinerario

Ciò che deriva da Dio ha di solito la forma di ciò che incomincia, non già di un effetto bello e compiuto. Dio opera secondo la legge della vita: egli tocca e avvisa, suscita il movimento; depone un seme, che germoglia e cresce quando è l’ora; inserisce nel profondo una forma, che poi si apre la strada lentamente. Queste parole di Romano Guardini[1] sono profondamente bibliche. L’intera avventura di Israele è un itinerario partito da un inizio e orientato ad un compimento. Un itinerario iniziato, orientato e sostenuto da Dio (e di questa presenza di Dio non mancano i segnali!), tuttavia resta un itinerario che sostanzialmente non si sottrae alle leggi del comune cammino degli uomini. Così è l’azione di Dio: con l’uomo e dentro gli uomini, non a lato. Di conseguenza, oltre ad essere un’azione che avvia, cammina con il ritmo degli uomini e non impazientemente conclude, è anche un’azione da discernere, quasi sempre da scoprire dentro la normalità degli avvenimenti.

Lo stesso si può dire del Regno di Dio. È di Dio, questo è vero, tuttavia non compare tra gli uomini come un tutto compiuto. Assomiglia, invece, a un uomo che getta il seme sulla terra (cfr. Mc 4,26-27).

 

Lo ‘svolgersi’ della vocazione

Tutto questo è ancora più vero, se così si può dire, per la ‘vocazione’. Anche se la chiamata di Dio può farsi sentire al termine di una lunga ricerca, non è mai conclusione, ma inizio. Se chiude un cammino vecchio, ne apre però sempre uno nuovo. E se anche ad alcuni può presentarsi nella forma di una luminosa folgorazione in cui tutto sembra già detto, in realtà la chiamata di Dio non è mai un punto, ma sempre un discorso: si svolge nel tempo, accompagna la vita e in essa non soltanto si compie, ma si svela.

 

Dal ‘comune’ al ‘personale’

L’esperienza biblica evidenzia un secondo tratto costante, importante per comprendere nel giusto modo il discorso sulla vocazione. Il disegno di Dio è unitario, ma non uniforme. La chiamata di Dio è una e insieme molteplice, diversificata e personalizzata. La Bibbia traccia un cammino comune, in un’unica direzione, per tutti. Si pensi al decalogo per l’Antico Testamento e alle beatitudini per il Nuovo. Tuttavia questo non impedisce che la stessa Bibbia sia disseminata di vocazioni e di itinerari personali. Gli stessi racconti di chiamata (si tratta di un fatto letterario che però manifesta una profonda realtà teologica!) appaiono sempre come un intreccio di tratti fissi, comuni a tutti i racconti, e di tratti individuali e specifici.

Dentro l’unico progetto prendono corpo i molti progetti, dentro l’unica chiamata la propria personale chiamata. Un esempio per tutti: nel quadro dei comandamenti e della comune giustizia, al giovane ricco è rivolto un invito personale (Mc 10,17-22).

Di qui due tratti della vocazione che non vanno mai contrapposti. Rappresentano i due poli di ‘tensione’ vitale e feconda. La vocazione è un cammino personale e originale e tuttavia è anche un cammino comune, in gruppo.

Nessuno è chiamato a camminare da solo. La vocazione, ogni personale vocazione, va compresa all’interno di quella della comunità, della quale è ‘trasparenza’ e della quale è a servizio. In qualsiasi vocazione l’intero popolo di Dio, anzi ogni uomo, deve potersi ‘specchiare’.

 

 

 

Un itinerario esemplare: la vocazione dei discepoli

Il breve racconto di Mc 1,16-20 evidenzia tutti gli elementi caratteristici che formano l’ossatura della vocazione evangelica: la gratuita e libera iniziativa di Dio (vide, li chiamò); il distacco dal modo precedente di vivere (lasciate le reti, lasciato il loro padre Zebedeo sulla barca); la sequela (seguitemi; lo seguirono); la missione (vi farò pescatori d’uomini). Questo racconto di Marco, però, sembra smentire quanto abbiamo sopra notato.

Il quadro, infatti, sembra immobile e si apre e si chiude senza sviluppo e senza storia. Alla chiamata corrisponde perfettamente la risposta, e tutto sembra finire lì. Tuttavia il seguito del vangelo mostra che non è così.

 

La chiamata di Dio

È Gesù che direttamente chiama al suo seguito Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni. L’evangelista Marco sa molto bene, però, che ora, nel tempo della chiesa, la chiamata di Gesù risuona nell’annuncio evangelico della comunità.

Per questo ha strettamente collegato la chiamata dei primi discepoli all’annuncio del Regno in Galilea (1,14-20). 

Ancora più esplicita la versione del vangelo di Giovanni, secondo la quale a mettere in moto il cammino di sequela dei primi discepoli è la testimonianza del Battista (1,35-39) e poi la testimonianza di Andrea (1,40-41) e di Filippo (1,45-46): la chiamata di Dio raggiunge gli uomini attraverso la testimonianza di altri uomini. Luca poi inserisce il racconto di chiamata in un racconto di miracolo (5,1-11), insinuando in tal modo l’idea che la chiamata di Dio è accompagnata da segni che la rendono credibile.

La risposta alla chiamata è un atto ragionevole e meditato.

Potremmo continuare il discorso prendendo in esame altri racconti biblici. Ma ci basta una sola annotazione: in diversi racconti di vocazione l’assenso all’appello di Dio è preceduto dalla domanda. L’uomo esita, si turba e si interroga. La fermezza e la totalità dell’assenso non escludono, ma esigono un cammino di discernimento, in cui l’uomo interroga Dio e se stesso. Così, ad esempio, nella vocazione di Mosè (Es 3) e di Geremia (c. 1). Anche il ‘sì’ di Maria fu preceduto dal turbamento e da una domanda di spiegazione (Le 1,26-38).

 

Il distacco

L’appello di Gesù sviluppa due movimenti (lasciare e seguire) che descrivono uno spostamento del centro della vita. La chiamata di Dio ha sempre un carattere di assoluta novità e perciò non può essere accolta senza passare attraverso un profondo distacco. Non c’è sequela senza esodo.

Che il distacco debba essere totale e definitivo è detto sin dall’inizio: i primi discepoli lasciano il lavoro, il padre e la proprietà. Tuttavia il distacco ha un suo itinerario, non soltanto nel senso che è da rinnovare ogni giorno (si può sempre, infatti, riprendersi ciò che si è lasciato!), ma nel senso ben più profondo che lo si “comprende” giorno dopo giorno, nelle concrete circostanze della vita.

Nel vangelo di Marco questa progressiva comprensione si sviluppa almeno lungo due direttrici. La prima (10,17-22) riguarda la ‘motivazione’ del distacco che via via si purificano da ogni residuo dualistico e ascetico per concentrarsi invece nelle sue due vere ragioni: la condivisione con i fratelli (dallo ai poveri) e la libertà per il vangelo (poi vieni e seguimi). È chiaro che lo spazio della libertà si allarga a misura che il vangelo diventa l’unico interesse. Ci si distacca da tutto per concentrarsi su ciò che più importa, come l’uomo della parabola che vende il campo per comperarsi la perla (Mt 13,44). Il cammino della vocazione va di pari passo con una progressiva liberazione, che è nel contempo distacco e concentrazione.

La seconda direttrice (tanto importante che qualora mancasse, il vangelo perderebbe molto del suo carattere di lieta notizia) è la progressiva e concreta comprensione, non teorica e verbale ma esperienziale, che il distacco per seguire Cristo non è una perdita, ma un guadagno, non una diminuzione ma una pienezza. Il progetto evangelico è umanesimo. L’affermazione di Pietro in Mc 10,28 – che non a caso si trova non all’inizio del cammino di sequela, ma nel suo momento più maturo, quando già si profila l’ombra della Croce – sottende una domanda: abbiamo lasciato tutto, che cosa avremo? La risposta di Gesù è nettissima: la vita eterna nel tempo futuro e il centuplo nel tempo presente.

L’itinerario della vocazione deve portare a capire che il distacco per Cristo non soltanto rende possibile la gioia della comunione con Dio, ma crea nel contempo anche la possibilità di godere del mondo. Paradossale, ma vero: solo l’uomo che punta verso Dio trova l’indispensabile libertà per godere del mondo. L’uomo che fa del mondo il suo idolo, l’oggetto supremo del suo amore, non ama veramente il mondo, lo idolatra ma non lo ama, e il suo atteggiamento nei confronti delle cose è insieme servile e arrogante: non le ascolta, non le rispetta, unicamente teso a possederle e sfruttarle. Chi invece punta verso Dio – e si libera dall’ansia dell’accumulo e dalla paura di perdere ciò che ha accumulato – vede nel mondo e nelle cose un dono di Dio, vi si accosta con animo libero e disponibile, con atteggiamento gratuito, con vero amore per le cose in se stesse, per la loro bellezza e il loro valore.

 

La sequela

Accogliendo l’appello di Gesù non si entra in uno stato, ma in un cammino: il verbo ‘seguire’ è in proposito molto chiaro. La chiamata evangelica ‘sequela’ comporta due cose (oltre al distacco): una comunione con Gesù (si sta sempre con Lui, dovunque vada) e un nuovo progetto di esistenza (si condivide in tutto il suo modo di vivere). Anche questi due aspetti, come già il distacco, non solo si realizzano, ma svelano il loro vero volto (chi è Gesù, dove conduce la sua esistenza?) dentro il progressivo e concreto cammino della vita che si è intrapresa.

In questo senso si può dire che si comprende veramente la propria vocazione non all’inizio, ma alla fine.

E difatti non all’inizio della sequela, ma alla fine, Gesù svela compiutamente il suo volto crocifisso e svela contemporaneamente, di conseguenza, il vero volto del discepolo (Mc 8,31-33). La reazione di Pietro, che tenta di allontanare Gesù dalla croce, mostra che la sua scelta iniziale – pur così decisa da indurlo ad abbandonare la barca e le reti – era però teologicamente immatura e imprecisa: si era, infatti, immaginato il messia e la sua strada come tutti. Ora invece Pietro si accorge che Cristo è ‘diverso’. Ed è a questo punto, nel vivo del cammino intrapreso, che il discepolo incontra la vera ‘crisi’! La crisi più profonda non è quando si cerca Dio, ma quando lo si incontra, e ci si accorge che Egli è ‘diverso’ da come si pensava. Più grande e più ricco, certo, ma anche misterioso. È stata questa la crisi di Abramo, Mosè, Giobbe e Geremia. Ed è la crisi di ogni credente, nella misura che intraprende un cammino in cui mette in gioco tutto se stesso.

Ma è anche il momento della luce e della verità, in definitiva del vero incontro. Sono commoventi le parole di Giobbe: “Prima ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono” (42,5). Questo è possibile, a una condizione, che a mio avviso costituisce il vertice della maturità umana e cristiana. Abbiamo detto che la scelta iniziale di Pietro era sì decisa e coraggiosa, ma teologicamente imprecisa. Non sapeva bene chi era Gesù che lo chiamava a seguirlo, né sapeva dove lo avrebbe condotto. Era però una scelta già forte e matura dal punto di vista umano ed esistenziale, già capace di legami definitivi: in altre parole, l’attaccamento di Pietro alla persona di Cristo era già profondo, più resistente dell’attaccamento al progetto che si era costruito. Per questo Pietro è rimasto, a differenza delle folle. La vocazione evangelica è la scelta di una persona, non di un progetto.

 

 

 

Note

[1] Romano Guardini, Volontà e Verità, Morcelliana, Brescia 1978, p. 22.