N.02
Marzo/Aprile 2015

Due giorni, una notte

Titolo originale: Deux jours, une nuit

Regia: Jean-Pierre e Luc Dardenne
Sceneggiatura: Luc e Jean-Pierre Dardenne
Montaggio: Marie-Hélène Dozo
Interpreti: Marion Cotillard, Fabrizio Rongione, Catherine Salée, Olivier Gourmet
Produzione: Le Films du Fleuve, Archipel 35, Bim, Eyeworks
Distribuzione: Bim
Durata: 95’
Origine: Belgio/Francia, 2014

Applaudita in concorso a Cannes 2014, l’ultima opera di Jean-Pierre e Luc Dardenne persegue con coerenza e rigore la linea tematica e stilistica dei fratelli belgi, sempre attenti al mondo del lavoro, alle ingiustizie di un sistema capitalistico che mette in secondo piano le persone, ai valori legati alle relazioni umane quali la solidarietà, la comprensione e la condivisione.

La vicenda – Sandra, sposata a Manu e madre di due bambini, lavora in una fabbrica di pannelli solari, la Solwall. A causa di una depressione, Sandra è rimasta a casa dal lavoro per un certo periodo di tempo. Ora è guarita, ma quando ritorna in fabbrica viene a sapere che il proprietario, il signor Dumont, ha indetto un referendum tra i dipendenti per decidere se riaccettarla o se, in cambio di un bonus di mille euro a testa, licenziarla definitivamente. Quattordici dei sedici dipendenti hanno naturalmente votato per il bonus; solo due, Juliette e Robert, hanno votato a suo favore. Ora Sandra è avvilita e la depressione è sempre in agguato. Con l’aiuto di Juliette e con l’incoraggiamento del marito, Sandra riesce ad ottenere da Dumont di rifare la votazione, dato che il caporeparto, Jean-Marc, aveva esercitato una pressione sui lavoratori per indurli a votare per il licenziamento della donna. La nuova votazione avrà luogo lunedì mattina: Sandra ha a disposizioni due giorni e una notte per contattare, uno ad uno, i suoi colleghi e cercare di convincerli a cambiare la loro scelta. Inizia così per Sandra una via crucis umiliante, tra attestazioni di solidarietà e rifiuti categorici, perfino violenti. Alla fine, nonostante l’esito negativo della votazione, Sandra avrebbe lo stesso la possibilità di non essere licenziata, ma la donna non rinuncia alla propria dignità e a quella solidarietà che lei aveva cercato dagli altri.

Il racconto – Il racconto, dalla struttura lineare, mette in risalto, già dal titolo, il tempo a disposizione della protagonista per cercare di vincere la sua battaglia per il posto di lavoro. È costituito da un’introduzione, un grosso corpo centrale e da una conclusione, cui fa seguito un’appendice di grande importanza dal punto di vista tematico.

Introduzione – Viene subito presentata la figura della protagonista Sandra. La prima immagine la riprende, con un’angolazione dall’alto, a letto, in uno stato di prostrazione. Riceve una telefonata da Juliette che la invita ad andare con lei dal signor Dumont per chiedere di far rivotare. Sandra piange, prende una pastiglia e non vuole andarci. Ma il marito, che durante tutto il film non le farà mai mancare il sostegno affettuoso e l’incoraggiamento, la spinge a provarci: «Il solo modo per non piangere è batterti per conservare il lavoro. Come la paghiamo la casa senza il tuo lavoro?». Sandra è preoccupata: «Dovremo ritornare in una casa popolare?». Ma il marito la rassicura: «No, non ci torneremo. Non devi farti abbattere; devi andarci».
Nell’incontro con Dumont, Juliette racconta dell’influsso che Jean-Marc ha avuto sulla votazione. Dumont spiega che la crisi economica e la concorrenza dei pannelli solari asiatici lo hanno obbligato a fare delle scelte. Ma accetta che si rivoti, a patto che venga rispettato il segreto del voto. Juliette è euforica: «Abbiamo vinto il primo round». Sandra sta male e deve bere un po’ d’acqua: «Volevo dirgli che sto bene, che ho tanta voglia di ritornare al lavoro, ma non riuscivo a dire niente». Juliette è ottimista: «Anche se non hai detto niente, ha ceduto solo perché c’eri. Sarà lo stesso lunedì mattina. Quando ti vedranno non potranno pensare solo al bonus».
Più tardi il marito la invita ad incontrare i suoi colleghi personalmente, prima della votazione. Ma Sandra è demoralizzata: «Tranne Juliette e Robert non c’è nessuno che pensa a me. È come se non esistessi. Ma hanno ragione, non esisto. Non sono niente, proprio niente». È chiaro che i registi mettono in relazione il lavoro con la dignità della persona umana: senza un lavoro la persona è privata della sua dignità e della sua stessa esistenza come persona. Per fortuna il marito non demorde: «Tu esisti, Sandra. Io ti amo. Anche per loro esisti. Prima di scegliere hanno esitato, hanno pensato a te. Ed è per questo che devi vederli, uno per uno, nel weekend». Poi fa presente che non è colpa sua se i colleghi perdono il bonus: «È il principale che l’ha deciso, non tu». Anche qui emerge un giudizio negativo: mettere i dipendenti gli uni contro gli altri è un modo per innescare una guerra tra poveri che ha poco di umano. 

Corpo Centrale – Si cercano gli indirizzi dei vari dipendenti e inizia la peregrinazione di Sandra. A tutti i suoi colleghi la donna dice, più o meno, le stesse cose. Esprime il suo desiderio di tornare al lavoro, che per lei è una necessità, e denuncia il comportamento scorretto di Jean-Marc. La vera chiave di lettura del film, pertanto, non è legata alle motivazioni della protagonista, quanto piuttosto alle varie reazioni delle persone contattate (caratterizzate da maggiore o minore umanità) che influiscono sullo stato d’animo e sulla psiche della donna, una persona fragile, appena uscita da una crisi depressiva, costretta continuamente a prendere delle pastiglie per trovare la forza di andare avanti.
Il primo ad essere contattato telefonicamente è un certo Kader. L’uomo si lascia convincere facilmente dalle accorate parole di Sandra, che si commuove e ringrazia, quasi incredula. A volte con l’autobus, altre volte accompagnata dal marito, Sandra incomincia il suo giro nei paesi limitrofi per trovare gli altri colleghi. Incontra Willy che oppone resistenza: «Non ho votato contro di te; ho votato per il bonus. È Dumont che ci ha fatto scegliere, non io». Sandra risponde: «Lo so. È schifoso costringervi a scegliere, ma io non voglio perdere il mio lavoro». L’uomo vacilla, dice che deve rifletterci, ma l’intervento della moglie è determinante: le spese sono tante e il bonus è irrinunciabile. Sandra se ne va mestamente, scusandosi. Incontra poi Mireille, che ha lasciato il marito e ora deve ricomprare un sacco di cose: «Non posso permettermi di perdere mille euro; non avercela con me, ma non posso». Anche in questo caso Sandra se ne va, rassegnata, senza rancore. Va poi da Nadine che, al citofono, si fa negare. Sandra però ha sentito la sua voce e ci resta molto male. Infatti poco dopo, al ristorante, Sandra ha una crisi di pianto ed è costretta ad uscire per non farsi vedere dai bambini. Ciò che più l’ha ferita è che Nadine non abbia nemmeno voluto parlarle, magari per dirle di no, ma di persona, guardandola in faccia, come avevano fatto gli altri. La donna è scoraggiata e vorrebbe rinunciare, ma il marito insiste: «Sono tre su sei; vediamone almeno ancora uno o due». Per Sandra è stato un trauma: è significativo che durante il viaggio in macchina la donna si addormenti e abbia un incubo (sogna che il figlio Maxime sta per annegare).
L’incontro con Timur, invece, è del tutto diverso. Il giovane, di origini maghrebine, la ringrazia per essere andata da lui. Dice di provare rimorso per aver votato per il bonus e ricorda che Sandra, quando lui aveva commesso un errore, l’aveva aiutato assumendosene la responsabilità. Come si vede, al centro dell’attenzione c’è sempre il problema della solidarietà e dell’aiuto reciproco, al di là del tornaconto personale. Timur addirittura si mette a piangere e s’incarica di telefonare lui a un certo Miguel per convincerlo. Sandra ora è rinfrancata e sorridente, non solo per avere ottenuto un voto in più, ma soprattutto per il rapporto umano che ha instaurato con il giovane.
È poi la volta di Hichman che, prima per telefono e poi personalmente, le dice di non poterla aiutare: «Non voglio che tu perda il lavoro, ma io non voglio perdere il bonus. Mettiti al mio posto: è un anno di luce e gas». Ma Sandra ribatte: «Cerca anche tu di metterti al mio posto. Sono guarita, vorrei tornare al lavoro, guadagnarmi il salario, stare con voi e non ritrovarmi l’unica disoccupata». Viene poi a sapere dall’uomo che Jean-Marc ha telefonato a tutti per evitare che cambino idea, perché è convinto che «chi è stato male, dopo non sia più così efficiente». Sandra è sconvolta. È chiaro che, al di là del lavoro in sé, il vero problema per lei è quello di sentirsi accettata e considerata come una persona normale. Non cerca pietà, ma riconoscimento. Per lo choc non riesce a parlare; beve acqua avidamente e tiene la testa fuori dal finestrino per prendere aria. Poi, col marito, si lascia andare: «Lui ha ragione; non sono più all’altezza. Non faccio che piangere. Sto perdendo anche la voce». Lo sconforto la porta a desiderare di essere come quell’uccello che canta su un albero e a pensare alla fine del suo rapporto col marito: «Sento che ci lasceremo». Manu domanda: «Perché dici così?». Sandra risponde: «Perché tu non mi ami più. Hai pietà di me, ma non mi ami più. Non ti importa che non facciamo più l’amore da quattro mesi?». Ma il marito, con grande affetto, ribatte: «Sì, ma so che lo rifaremo». I due si guardano intensamente negli occhi: è lo sguardo (tipico del fratelli Dardenne e della filosofia di Lévinas, cui i registi belgi si ispirano) che riconosce l’altro come persona e lo fa sentire persona.
Sandra si reca da Yvonne che sta riparando macchine con il figlio. Yvonne è comprensivo, mentre il figlio l’aggredisce: «Non ti vergogni di rubarci i nostri soldi?». Poi litiga con il padre, più possibilista, e lo colpisce con un pugno. Nonostante Yvonne decida a questo punto di votare per lei, Sandra prova rimorso e vorrebbe finirla lì: «È per colpa mia che si sono picchiati. È per colpa mia tutta questa violenza, non posso sopportarlo». La donna non ne può più e si mette a letto, ancora una volta ripresa dall’alto, schiacciata dal suo dolore. Ma il marito le annuncia che anche Miguel ha detto di sì: «E siamo a sei. Ne mancano soltanto tre. Ci andiamo domani?» Riesce a convincerla: «Ce la faremo».
Anche Anne avanza delle riserve. Anche lei ha problemi economici. Tuttavia si riserva di parlarne con il marito. Le parole comprensive della donna («Mi angoscia dirti di no… non mi fai pietà, ma è da venerdì sera che non smetto di pensarci») producono in Sandra un momento di serenità. Per la prima volta la vediamo in macchina col marito, la radio accesa, sorridente e distesa. Ma la risposta negativa di Julien, che non intende rinunciare al bonus, la rigetta nello sconforto. Torna da Anne, il cui marito inveisce contro di lei: «Ti diverti a rompere le palle alla gente?». Il litigio tra marito e moglie che ne consegue produce in Sandra un effetto devastante. Ancora le pastiglie, ancora l’acqua. Poi, a casa, dopo aver rifatto i letti dei bambini, Sandra ingurgita un intero flacone di pastiglie. La disperazione la porta a tentare il suicidio. Ma prima che sia troppo tardi, succede qualcosa di imprevisto: Anne si reca a casa sua e le comunica di aver lasciato il marito: «Sono venuta a dirti che lunedì voterò perché tu resti… È la prima volta che decido qualcosa in vita mia». Il breve ricovero in ospedale per la lavanda gastrica prelude alla ripresa dei colloqui. Sandra e Manu sono più che mai uniti: si baciano e si abbracciano con affetto, si stringono le mani come segno di solidarietà. «I tre che restano li vedremo stasera. Tu te la senti?», chiede il marito. «Io sì, e tu?», risponde sorridendo Sandra.
Ed ecco, dopo due giorni, la notte. Vanno da un altro collega che dice di non poterla aiutare. A questo punto Sandra chiede ad Anne se vuole cambiare idea, ma la donna, che si è affrancata dal marito, la ringrazia di essere andata da lei. In macchina i tre – Sandra, Manu ed Anne – ascoltano alla radio una musica rock, cantando felici in uno dei rari momenti di serenità. Poi avviene l’incontro con Alphonse, un ragazzo di colore che dimostra una grande sensibilità: «Sai, vorrei proprio votare per te domani. È quello che Dio mi dice di fare: devo aiutare il prossimo, devo aiutarlo». Poi ammette di avere avuto paura. Jean-Marc l’aveva contattato per digli che se voleva essere ben visto dagli altri era meglio se votava per il bonus, perché quasi tutti volevano questo. Dopo uno sguardo intenso e profondo, Alphonse dichiara: «Io voterò per te». Anche se poi esprime tutta la sua paura: «Io ho un contratto a tempo determinato, devono rinnovarmelo a fine settembre. Se Jean-Marc farà un cattivo rapporto su di me il contratto non sarà rinnovato». 

Conclusione – È lunedì mattina. Nella sede della Solwall si riuniscono i dipendenti. Sandra ha appena il tempo di contattare un ultimo collega che non era riuscita a trovare, il quale però non accetta di rinunciare al bonus. Si passa alla votazione dopo aver deciso che sia Jean-Marc, sia Sandra, devono uscire per non influenzare il voto.
Fuori i due si affrontano. Jean-Marc le chiede se è contenta di aver infastidito tutti. Lei lo rimprovera: «Non dovevi fargli paura per farli votare contro di me… hai detto a quei colleghi che se non avessero licenziato me, sarebbe toccato a loro». Poi conclude: «Sei senza cuore».
L’attesa per il verdetto è ricca di tensione. Finalmente arriva Juliette: la votazione si è chiusa in parità, otto pari. Non è sufficiente, ne manca uno. Sandra va a salutare quelli che avevano votato a suo favore, li abbraccia: «Grazie per avermi sostenuto, non lo dimenticherò mai». Poi, con grande dignità, prende la sua roba dall’armadietto e si accinge ad andarsene.

Appendice – Sandra viene invitata ad andare dal signor Dumont. Questi si congratula con lei per essere riuscita a convincere metà del personale a votare per lei: «Chiaramente la metà non è la maggioranza. Ma per superare ogni rancore, ho deciso di fare il bonus e di reintegrarla». Ma, aggiunge: «Non subito. A fine settembre non rinnoverò un contratto a tempo determinato e lei potrà tornare. Avrà due mesi di cassa integrazione. È la buona notizia che volevo darle. Resterà con noi». Ma Sandra obietta: «Io non posso prendere il posto di uno che verrà licenziato perché io possa tornare». Dumont le fa notare che non si tratta di un licenziamento, ma di un contratto che non verrà rinnovato. Ma Sandra afferma: «È la stessa cosa… arrivederci signor Dumont». E se ne va.
L’ultima sequenza mostra Sandra che telefona al marito per dargli la notizia. Ma, a differenza di quello che ci si potrebbe immaginare, le sue parole non sono sconsolate, ma rivelano una calma e una serenità tipiche di chi sente di aver agito in coscienza, secondo uno spirito di solidarietà e di giustizia. Dice semplicemente: «Sì, sarà difficile. Comincerò a cercare oggi». Poi conclude: «Manu, ci sei? Ci siamo battuti bene; sono felice». Poi spegne il telefono e se ne va, lungo la strada, con le sue cose, sorridente.

Significazione – Basta confrontare la prima immagine con l’ultima per rendersi conto della profonda evoluzione della protagonista. All’inizio Sandra era in piena crisi e in preda alla depressione, alla fine la vediamo serena, felice e ottimista. Nei film dei Dardenne non c’è il classico lieto fine (in questo caso la vittoria nella votazione e il reintegro), ma un lieto fine molto più intenso perché tocca la profondità dell’anima. Sandra è felice non perché abbia conservato il lavoro, ma perché si è battuta con determinazione e ha fatto emergere in alcune persone sentimenti di solidarietà, di umanità, di verità. Ma soprattutto perché è riuscita a conservare la sua dignità rinunciando al lavoro per non farlo perdere ad un’altra persona. Perché ha vinto la tentazione del mors tua vita mea e ha saputo agire con generosità e altruismo, virtù che permettono di vivere con la pace nel cuore.

Idea centrale – Come nei film precedenti, i fratelli Dardenne osservano i guasti del sistema socio-economico in cui viviamo. Un sistema che, soprattutto nei momenti di crisi, mette le persone le une contro le altre, favorendo forme di autodifesa, di chiusura, di egoismo. Solo con la solidarietà e l’altruismo – anche a costo di pagare di persona – si può vivere una vita, magari povera dal punto di vista economico, ma ricca dal punto di vista dei valori. E quindi dignitosa e felice.