I laici, “soggetti” della missione ecclesiale e dell’animazione vocazionale
Parola di un vescovo: “Se ai nostri giorni si è verificato in modo clamoroso il fenomeno dell’ateismo, lo si deve in larga misura alla povertà della nostra proposta pastorale negli scorsi decenni e, più in radice, alla teologia moralistica dei manuali su cui si sono formati tanti dei nostri sacerdoti”[1]. Viene da aggiungere: se l’evangelizzazione è così faticosa e l’animazione vocazionale conosce stenti e pochi frutti, lo si deve anche al fatto che ai laici s’è parlato più dei loro compiti e dei loro doveri che non della loro dignità e vocazione. Forse non s’è preso coscienza sufficiente che non solo “la vocazione battesimale è vocazione all’apostolato”[2] ma anche ogni impegno e compito ecclesiale va sempre ricondotto alla vocazione battesimale. Cioè alla dignità sacerdotale-profetica-regale di ogni cristiano. Qui è la fonte della partecipazione alla missione della chiesa e di quella particolare espressione di essa che è l’animazione vocazionale.
A questo tema dedichiamo alcuni appunti, a guisa di rapidi richiami che andranno approfonditi con un’ulteriore riflessione personale.
Prima è il popolo di Dio, la comune dignità e missione
Per quanto possa sembrare scontato, è da richiamare il primato della comunione. S’intende dire che ciò che viene prima e sta sopra a tutto in una visione della Chiesa è che questa ci viene rivelata come il “popolo di Dio”[3]. Il rapporto con Dio e con il suo disegno di salvezza non va dal singolo direttamente al Signore ma dalla Chiesa a Cristo; nella persona collettiva della Chiesa ciascuno è presente come singola e vera persona la cui esistenza e la cui azione è assunta nel corpo di Cristo che è la Chiesa. Il circuito vitale si potrebbe esprimere così: da Cristo, nel suo santo Spirito, alla persona che, in forza dell’amore del Signore, viene inserita nella Chiesa e, come tale, sempre prega, vive e agisce “perché la pienezza del mondo intero passi nel popolo di Dio-corpo di Cristo-tempio dello Spirito Santo e il Cristo rende onore e gloria al Padre”[4].
Il battesimo è segno e strumento di un tale circuito vitale: “Il battesimo, che apre l’accesso a tutti gli altri sacramenti inaugura per il cristiano una vita nuova”[5], qualitativamente diversa dalla vita comune a tutti gli altri esseri umani. Una tale vita nuova espressa dal carattere battesimale; “consente a ogni cristiano la stessa dignità e consente di partecipare alla vocazione e alla missione della Chiesa stessa”[6].
L’annosa questione de “i laici nella Chiesa” si è dipanata, trovando fondamento e ordine nella realtà che vi è un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo popolo di Dio. Di quest’unità (e unicità) tutti sono partecipi così che più correttamente si parla oggi non tanto di laici ma di cristiani laici.
Ciò che è proprio arricchisce ciò che è comune
Se cristiani è nome di unità, laici lo è di diversità. Diversità qui significa distinzione e originalità, mai separazione e contrapposizione. Laici sono i cristiani che hanno in comune con tutti gli altri membri della Chiesa la dignità e l’abilitazione a partecipare, in modo efficace, alla missione della Chiesa. Ciò non esclude, anzi richiede per il mistero dei doni (carismi) dati a ciascuno, che ci siano particolari modalità di vivere la dignità vocazionale e la missione cristiano-ecclesiale. Ciò che è proprio e particolare arricchisce e manifesta ciò che è comune a tutti.
Tali modalità riguardano l’esercizio concreto della missione; ciò è evidente se si tiene conto dei destinatari della missione stessa che non sono una massa anonima ma persone concretamente situate e individuate. Ma riguardano anche la stessa vocazione che si specifica a riguardo di persone, condizioni di vita, circostanze storiche ecc. Si ha così una vocazione laicale nella comune vocazione battesimale e una missione laicale nella comune missione ecclesiale.
Esperti di umanità perché questa si apra al dono di Dio
La cartina di tornasole è, dunque, la qualità laicale (o laicità, secolarità) della dignità e dell’azione di tanti cristiani, la maggior parte dei membri della Chiesa. Si tratta di una condizione di vita, anzitutto. L’essere di tali cristiani è incarnato dentro alla storia umana e alle sue condizioni più comuni: la famiglia, il lavoro, la politica. Ma è anche un compito, un dover essere: si tratta di santificare le condizioni umane accennate nella comunione con la Santa Trinità[7].
Ivi avviene la prima evangelizzazione: con la luce, il calore e la vita del Vangelo, lieto annuncio, le realtà umane rivivono, passando dall’essere ‘ossa secche’ a realtà viventi. Ivi si delinea il metodo o modo ordinario della missione: l’energia di Dio va – come dire? – inserita e introdotta nel cuore delle realtà umane. Se non si sta dentro, non succede niente. Si può lasciare fuori dalla pasta il lievito?
I cristiani laici sono autentici esperti in umanità perché questa non cresca in un voluto isolamento ma si apra, in condizioni ottimali, al dono di Dio.
L’animatore vocazionale laico
Non sono poche le conseguenze. Ne accenniamo una che riguarda l’animazione vocazionale. Ci sono molti modi nell’attuarla. C’è anche quello laicale. L’animatore vocazionale laico ha comune dignità con l’animatore religioso e/o ordinato. E questa va riconosciuta più di quanto lo sia oggi.
Ma il modo di animare gli è proprio e peculiare e consiste nell’usare bene la laicità che lo contraddistingue come persona e come compito.
Per esemplificare. È un testimone e un compagno di vita, più che un maestro solitario. Rispetta sempre e valorizza la reale condizione umana, ‘umanizza’ sempre – se così si può dire – la vicenda vocazionale, sapendo che altri accentuerà la ‘divinizzazione’. Ha un vivo senso della correlazione che lega ogni vocazione alle altre forme o stati di vita[8]. Percepisce, meglio di altri, che l’esperienza umana non è mai un assoluto, è piuttosto un cammino che impone spesso di ricominciare; la perfezione dell’amore è una meta. Ha più viva coscienza che senza Sacramenti, senza Eucaristia, senza la Chiesa nel suo insieme, senza il dono dei ministri ordinati, nessun cammino vocazionale sta in piedi. Sa per esperienza che la nuzialità non vive disgiunta dalla verginità, ma anche il contrario…
C’è da pregare e lavorare perché di animatori vocazionali laici ce ne siano molti.
Note
[1] C. FERRARI, Noi Vescovi del Concilio, 1988, p. 4
[2] Apostolicam Actuositatem, 2.
[3] Cfr. Lumen Gentium, II.
[4] Lumen Gentium, 17.
[5] Sinodo dei Vescovi del 1987, Instrumentum laboris, n. 22.
[6] Ivi.
[7] Ivi, n. 33.
[8] Ivi.