Il crocifisso della misericordia
“La provi per la prima volta questa misericordia? La imparo davanti a questo crocifisso nudo. […] Davanti a questo moribondo nudo si sono commosse le mie viscere. Mi sento un vuoto in petto, una confusione di tenerezza, uno spasmo di compassione. Ho messo la mano sui suoi piedi, per riscaldarli”.
Erri De Luca, La natura esposta, Feltrinelli
L’uomo senza nome è sulla sessantina, è un valente artigiano dai molti mestieri e non si è mai spostato dal paese ai piedi delle montagne. Ora fa il passeur, aiuta i migranti a superare clandestinamente il confine. Solo che non è come gli altri: lui, una volta dall’altra parte, i soldi li restituisce. Ma uno dei salvati è uno scrittore: rivela al mondo la sua nascosta generosità e suscita l’ira degli altri traghettatori di uomini; è perciò costretto all’esilio. A sua volta profugo, l’uomo arriva in un borgo di mare dove, quasi per caso, viene incaricato di un delicato restauro: un Cristo crocifisso scolpito a grandezza naturale. Un’impresa complessa perché l’opera, di stupefacente bellezza, va riportata all’originale, con le parti intime (“la natura”) non più coperte da un panneggio posticcio. Inizia per l’uomo un percorso di studio, di scoperta, di fede, compiuto in silenziosa umiltà. Il giovane autore della statua era stato soldato nella Grande Guerra, aveva conosciuto l’orrore delle trincee e dei cadaveri – “La guerra gli ha insegnato l’anatomia. Impara attraverso la pietà e il disgusto” – e si era così immedesimato in quell’uomo issato sulla croce da sperimentare su di sé le sue privazioni e il suo sforzo. La perfezione del risultato “è il segno di dove si è spinta la volontà di imitazione dello scultore, prestando il suo corpo alla statua”. E allora anche l’artigiano lavora senza riscaldamento, per sentire lo stesso freddo dell’autore e di Cristo (il marmo non è liscio, Gesù ha la pelle d’oca): quale sarà stata la temperatura sul Calvario il giorno in cui tutto si è compiuto? Il lavoro delle mani è accompagnato dall’incontro e dal dialogo – con il prete, il rabbino, l’operaio musulmano – in una meditazione a più voci. Nudi siamo tutti vulnerabili: “La nudità del crocifisso suscita l’antica pietà per la natura indifesa. Le sue mani non possono coprire, le gambe non possono accoglierla all’interno”. Il pensiero va ai prigionieri di Abu Ghraib, nudi e umiliati da chi aizza i cani ad altezza pelvi. Ai lager nazisti, dove per prima cosa denudavano i deportati, togliendo loro la dignità del pudore. Erri De Luca costruisce un racconto mai osceno né blasfemo, in cui tutto trova significato: “Quella nudità vuole aggiungere vergogna. Ci sono donne intorno, c’è assemblea. Ma qui, sulla croce e sulla statua, avviene il rovesciamento. Il corpo offeso si trasfigura e la sua nudità, da vergogna di essere umano, diventa purezza di agnello sacrificato”.