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15 Aprile 2026

Le domande più delle risposte – Attività laboratoriale

di
Silvia Luraschi

Le domande riflessive sono un tema di ricerca e d’intervento sviluppatosi a partire dagli anni Ottanta tra i/le terapeutici sistemici della famiglia. Il termine “domande riflessive” si deve allo psicologo Karl Toom che, in quegli anni, si dedicò a studiare il ruolo delle domande nella conversazione tra terapeuta e paziente al fine di alleviare le sofferenze di quest’ultimo. Scrisse una trilogia di articoli scientifici relative ai suoi studi che è ancora oggi una fonte importante di riflessione. Io ho incontrato il suo lavoro circa 20 anni dopo, quando svolgevo colloqui di orientamento in università a giovani studenti; mi resi conto che dalle mie domande dipendevano, in gran parte, i possibili esiti della conversazione. Così mi fu suggerito di studiare i suoi lavori per acquisire una maggiore consapevolezza. 

In questa annata di LABS, ci concentriamo primariamente ad approfondire le molteplici dimensioni cognitive, ma soprattutto emotive e corporee, che sostengono il dialogo riflessivo e trasformativo. In questa direzione, le domande sono un aspetto fondante dello stare in gruppo dove, infatti, per stare bene è richiesta una postura aperta, curiosa e interrogante. 

 

Il termine “riflessivo” 

Il LABS ha l’obiettivo di invitare il lettore e la lettrice a interrogarsi su di sé. So ascoltare? Cosa significa per me ascoltare? Come ascolto quando l’altro/a dice qualcosa che non mi piace? Che domande faccio per capire se ho autenticamente compreso quello che l’altro/a mi sta dicendo? Il termine “riflessivo”, utilizzato dal terapeuta sistemico-relazionale Tomm, fu preso in prestito dal Coordinated Management of Meaning (CMM), una teoria della comunicazione proposta dagli studiosi Pearce e Cronen all’inizio degli stessi anni Ottanta. La CMM considera la comunicazione umana un processo interattivo complesso, in cui sono generati, mantenuti e/o cambiati significati attraverso l’interazione ricorsiva tra esseri umani. Ciò vuol dire che la comunicazione non è intesa come un semplice processo lineare di trasmissione di messaggi, da un emittente attivo ad un ricevente passivo; piuttosto, è un processo interattivo circolare di со-creazione da parte dei partecipanti. Semplificando, senza banalizzare, in una conversazione esiste la compresenza di livelli diversi. Da una parte, il livello relazionale, ad esempio l’amichevolezza tra due amici; dall’altra, il significato del contenuto, ad esempio gli argomenti sui quali si confrontano due amici. Per la CMM non è solo la relazione (livello di comando) ad esercitare un’influenza nel determinare il significato del contenuto (livello di messaggio), ma anche il contenuto di ciò che è detto influenza il significato della relazione interpersonale. Supponiamo che, durante la conversazione, i due amici cominciano a litigare e ad essere in disaccordo su qualcosa. Se la forza contestuale dell’amichevolezza continuasse a predominare, considererebbero l’articolazione delle incompatibilità delle loro rispettive posizioni come uno sforzo utile per chiarire e risolvere le loro differenze – ci spiega la CMM – ma se la discrepanza dei loro punti di vista aumentasse, l’amicizia potrebbe essere sottoposta a tensione, vi sarebbe un ribaltamento nella gerarchia tra il livello del comando e quello della relazione. Così l’episodio di conflitto diventa il contesto per ridefinire la relazione come competizione o addirittura inimicizia.

Immagino che a tutti/e noi sia capitato di vivere qualcosa del genere; come imparare a muoverci nella comunicazione per riuscire a riconoscere mentre accade il cambiamento “da amici a nemici”? L’esperienza in corso riguarda la comunicazione, non l’identità delle persone. Dunque, dalle mia capacità anche emotive di comprendere quello che accade in una comunicazione e da una costante postura di curiosità e di apertura dipendono le idee che mi formo dell’altro e che l’altro si costruisce su di me. 

Quindi, le domande riflessive sono poste allo scopo di promuovere benessere tra le persone e generano modelli costruttivi (non distruttivi!) della conoscenza e del comportamento.

 

Tipi di domande riflessive

Secondo Tomm: «Enorme è il numero delle domande che potrebbero essere impiegate in modo riflessivo. Possono essere tante quante le ipotesi che un terapeuta può formulare circa i problemi di un singolo o di una famiglia, e le strategie che può considerare utili a far loro trovare alternative per risolvere i loro problemi. Presentando ai colleghi la nozione del “domandare in modo riflessivo”, ho trovato utile fornire esempi di domande riflessive che sembrano dividersi naturalmente in gruppi: domande orientate al futuro, domande relative al punto di vista dell’osservatore, domande che cambiano inaspettatamente contesto, domande che contengono suggestioni, domande di comparazione normativa, domande di chiarificazione». (Tomm, 1987/1991, traduzione italiana a cura di Bellacosa e Molinari). 

Avere consapevolezza che esistono delle domande più utili di altre per stare bene in una conversazione ritengo sia una possibilità importante, da non sottovalutare. Non è necessario essere dei terapeuti o pensare che le nostre domande possano far bene all’altro, è invece utile rendersi conto che imparare a fare delle buone domande permette a noi di vivere meglio la relazione con gli altri. 

Spesso mi trovo in situazioni dove chi mi parla vuole che io dica quello che, in positivo o in negativo, si aspetta che io dica. Quando accade io mi sento molto male, mi sento intrappolata dal giudizio che l’altro ha su di me. Un giudizio che spesso parla più di lui/lei che di me, perché, se non impariamo ad ascoltare, noi vediamo nell’altro/a solo quello che già di lui/lei abbiamo in mente. Aggiungo anche un’altra considerazione insidiosa: spesso, quando parliamo, vogliamo avere la situazione sotto controllo, non siamo disposti a lasciarci fluire nella conversazione, a vedere dove ci porta, a scoprire qualcosa di inatteso e quindi non desiderato. Le domande riflessive, invece, aprono a conversazioni inedite, ci portano a vedere oltre il nostro naso. Serve curiosità e coraggio, inteso come aver a cuore – ovvero cura – di noi e dell’altro/a mentre stiamo insieme. 

 

Domande orientate al futuro

“Come ti immagini tra cinque anni?”

Siamo a volte così preoccupati/e per le difficoltà del momento o per le ingiustizie passate che viviamo, in effetti, come se “non avessimo un futuro”. Quando dialoghiamo, siamo schiacciati dal presente o da quello che a noi o all’altro/a è accaduto in passato, al punto che non riusciamo a concentrarci sul tempo che abbiamo davanti insieme. Le domande riflessive possono aiutarci a immaginare alternative o scelte future che ci liberano dal sentirci legati al passato. 

Le domande orientate al futuro possono aiutarci ad avanzare con maggiore fiducia nel futuro. Introducono possibilità ipotetiche che permettono alle persone di condividere le proprie idee in un processo di co-creazione del futuro. Possono essere usate per auto-stimolarci a considerare delle possibilità che prima non abbiamo mai preso in considerazione da soli/e pur compatibili con i nostri valori. Semplicemente, senza il dialogo con l’altro/a, quella cosa non mi sarebbe venuta in mente. 

 

Domande dal punto di vista dell’osservatore

“Cosa fa l’altro/a quando è arrabbiato con me?”

Questo gruppo di domande è basato sulla consapevolezza che, diventare osservatori di un fenomeno, è un primo passo necessario per essere capaci di agire in rapporto ad esso. Per esempio, è impossibile essere empatici con una persona quando uno non è capace di fare delle osservazioni delle condizioni esperienziali dell’altro. Questo tipo di domande ci insegnano ad “aprire gli occhi” per riconoscere che ruolo stiamo giocando nella relazione. Ci aiutano a vederci dall’esterno: vediamo la scena che stiamo vivendo, mentre accade, diventando capaci di comprendere le motivazioni – cognitive ed emotive – che portano l’altro a vederci in un certo modo. Ecco come le descrive Tomm: «[Sono] domande indirizzate ad un individuo [che] possono essere utilizzate per accrescere la consapevolezza, cioè per divenire un migliore osservatore di se stesso. “Come hai reagito? (…). Come hai interpretato la situazione che ha dato vita a questi sentimenti? Quando hai risposto nel modo in cui l’hai fatto, come ti sei sentito in seguito alla tua reazione? (…). Cos’altro avresti potuto fare? Se ne avessi la possibilità, cosa faresti di diverso?”. Domande circa le esperienze di qualcun altro possono incoraggiare la consapevolezza: “Cosa pensava lui di ciò? (…). Cosa immagini che lui provi quando si trova in situazioni analoghe? (…)». (Tomm, 1987/1991, traduzione italiana a cura di Bellacosa e Molinari).

 

Imparare a dialogare

Tomm nei suoi studi ha catalogato molti altri tipi di domande riflessive, ma oggi noi ci fermiamo qui. Desidero porre l’attenzione del lettore e della lettrice sul fatto che un certo tipo di domande – quelle che Tomm ha appunto definito riflessive – ci portano a riconoscere l’autonomia del nostro interlocutore che è libero di rispondere come vuole alle nostre domande.  Il risultato della nostra interazione, del nostro dialogo, dipende dalla disponibilità di ciascuno a mettersi in gioco. Chi fa domande è disponibile a ricevere risposte indesiderate; chi risponde è libero di esprimersi come sente, sapendo che sarà accolto nel momento in cui dirà qualcosa che il nostro interlocutore non si aspetta. Ciò richiede responsabilità e cura reciproca. 

Mi piace pensare al dialogo sincero come uno sconfinato mare nel quale siamo immersi e dal quale veniamo continuamente plasmati, che ci apre alla curiosità. Attraverso le domande riflessive, ci possiamo trasformare da persone che annaspano e si dibattono – molti dialoghi sono più delle lotte a chi affoga prima – in una più funzionale, consapevole e cooperativa particella dell’ecosistema vivente. 

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