N.02
Marzo/Aprile 2026

Ṣirāṭ, per imparare a danzare con l’eternità 

L’immaginario ponte che collega l’inferno e il paradiso nell’allegoria mistica e sensoriale di Óliver Laxe, un road-movie nel deserto estremo e trascinante

Il sentiero che porta alla salvazione dell’anima, la retta via. Il Ṣirāṭ al-mustaqīm islamico: un attraversamento che il regista galiziano Óliver Laxe cerca di rappresentare nella sua duplice dimensione, fisica e spirituale. Ṣirāṭ, dopo You All Are Captains, Mimosas e O que arde, è un film che vale al regista il Premio della Giuria al Festival di Cannes 2025, un forte posizionamento internazionale per l’Awards Season (tra Golden Globe, Oscar e EFA) e la prima distribuzione anche in Italia, grazie a MUBI che, dopo il passaggio nelle sale (dall’8 gennaio), lo ospiterà in piattaforma.

Ma è un’opera, Ṣirāṭ, che non può prescindere dal grande schermo: Laxe ritrova le aridità dell’Atlante marocchino già esplorate in Mimosas (film che ragionava in modo profondissimo sul passaggio tra la vita e la morte); ora riempie i silenzi con il martellante, trascinante beat della techno di Kangding Ray. 

La cultura rave e il mistero di un’assenza si fondono in questo on the road desertico dominato dal suono che tenta di colmare il vuoto a cui ormai sono destinate – nel nostro nuovo tempo – le immagini.

Un padre (Sergi López) e suo figlio arrivano a un rave nelle montagne del Marocco meridionale. Stanno cercando Mar, figlia e sorella, scomparsa mesi prima durante una di queste feste infinite e insonni. Circondati dalla musica elettronica e da un senso di libertà crudo e sconosciuto, distribuiscono la sua foto più e più volte. La speranza sta svanendo, ma resistono e seguono un gruppo di raver diretti a un’ultima festa nel deserto. Mentre si avventurano più a fondo nella natura selvaggia e infuocata, il viaggio li costringe a confrontarsi con i propri limiti.

Superficialmente, il film di Laxe è un adventure dilatato e disperato, mistico e sincretico, odissea con nowhere come destinazione finale e un terzo conflitto mondiale sullo sfondo: “Volevo racchiudere il meglio del cinema di genere e popolare, la magia dell’avventura, senza perdere la ricchezza sensoriale dell’immagine – dice Laxe –. Un film che potesse essere uno spettacolo e, allo stesso tempo, un’esperienza che ti scuotesse, ti accarezzasse o ti graffiasse dentro”. 

Perché Ṣirāṭ – proprio come l’immaginario ponte che si dice colleghi l’inferno e il paradiso – ci costringe a fare i conti con la nostra tanatofobia, a riconsiderare la morte appunto come passaggio, a rimanere in bilico su sentieri impervi con lo strapiombo come unica alternativa, a ricalibrare l’esperienza cinematografica spogliandola dagli ormai consunti abiti di scritture e restituzioni che rispondono ad algoritmi codificati e prevedibili. 

Ṣirāṭ piuttosto ci fa esplodere, mentre impariamo a danzare con l’eternità.

 

Schermi paralleli: Giocato tra morte e redenzione è anche Frankenstein di Guillermo del Toro, dal classico di Mary Shelley. Targato Netflix e in Concorso all’82a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia, Frankenstein è un’acuta e profonda riflessione sui deragliamenti dell’uomo quando pensa di poter manipolare la scienza e profanare la vita. Regalo dell’opera è la rappresentazione del “mostro”, della creatura, capace di superare l’idea di vendetta grazie al coraggio del perdono, alla misericordia. Film che lascia il segno per regia, messa in scena e riverberi spirituali (Sergio Perugini).