Nuovi orizzonti si stanno aprendo per l’Europa. Tant’è vero che si sta ormai parlando e, di fatto, profilando la “nuova Europa”. Interessanti e gravidi di futuro sono gli stessi fenomeni che s’intravedono ad occhio nudo: un’Europa che respira a due polmoni, quello occidentale e quello orientale, un enorme crogiolo di culture e di razze; uno dei mercati più ricchi e dinamici del mondo…
In questo passaggio di secolo e di millennio il nostro continente sembra così quasi naturalmente destinato a rilevare un ruolo di centrale importanza.
In particolare, un’Europa siffatta altrettanto naturalmente sembra destinata a diventare un terreno privilegiato per la cultura cristiana.
Faccio mio, a proposito, il seguente interrogativo: “Questa cultura, che ha creato e costruito nel corso dei secoli la civiltà europea, potrà ancora animare la nuova civiltà che i correnti e crescenti processi di integrazione economica e sociale, culturale e politica stanno producendo?”1.
Un altro interrogativo, in sintonia con il servizio alla pastorale delle vocazioni della Rivista, è d’obbligo: quale pastorale vocazionale, quali “nuove vocazioni”, ovvero quali “nuovi evangelizzatori”, per l’annuncio cristiano, quindi per la “nuova evangelizzazione” dell’Europa?
Preso atto che la vecchia Europa presenta per lo più una “cultura non vocazionale” e che una perdurante crisi delle vocazioni consacrate attraversa tutte le nazioni Europee, mi sembra che la proposta profetica di Giovanni Paolo II della “nuova evangelizzazione” – che postula, come già detto, “nuovi evangelizzatori” stia avviando e mettendo in atto un movimento pastorale che risponda anche ai suddetti interrogativi.