N.01
Gennaio/Febbraio 2026

Ad Terram Sanctam

Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. (Lc 24, 5-6)

Il cammino della via Francigena del Sud segue in buona parte il tracciato della via Appia, che da Roma a Brindisi conduceva, già in antico, merci e viaggiatori verso l’oriente. Il porto romano di Brindisi costituiva ancora nel medioevo il principale punto di partenza per Costantinopoli e la Terra Santa: era qui che si giungeva, da tutta Europa, per imbarcarsi come mercanti, viaggiatori, soldati o pellegrini.

Il pellegrinaggio verso i luoghi della vita terrena di Cristo, verso il suo sepolcro vuoto, era intrapreso per fede, per chiedere una grazia, per espiare una colpa: la meta era la basilica del Santo Sepolcro, il luogo che ha visto Cristo trionfare sulla morte e che simboleggia la speranza ultima di ogni cristiano. Il viaggio era però difficile e pericoloso, e poteva accadere di dover attendere a lungo per potersi imbarcare, o addirittura di essere costretti a fermarsi a causa delle difficoltà anche fisiche già affrontate per giungere sino a Brindisi. Per chi attendeva di partire, come per chi invece era appena tornato da Gerusalemme, in città esisteva un edificio, il tempietto del Santo Sepolcro, poi intitolato a San Giovanni quando fu affidato ai Cavalieri Ospedalieri, che riproduceva le fattezze del Santo Sepolcro originale. Già dalla fine dell’XI secolo, in tutta Europa vennero edificate copie della rotonda dell’Anastasis di Gerusalemme, da intendersi non come semplici riproduzioni, ma come frutto di una “moltiplicazione del sacro” analoga a quella che caratterizza le icone: non copie identiche, ma una preghiera che viene recitata e ripetuta come la si è imparata.

Il tempietto, affidato originariamente agli stessi Canonici che officiavano a Gerusalemme, era già esistente nel 1128, e nonostante periodi di abbandono che resero necessari restauri e parziali ricostruzioni, è ancora oggi ben conservato. Defilato rispetto ai principali tracciati viari cittadini, l’edificio si impone per il suo silenzio: più basso delle case attorno, costituito di sobria muratura in pietra, emerge visivamente solo grazie al portale, posto sotto un timpano retto da colonne su leoni stilofori.

Questo costituisce un insieme iconografico ancora oggi non del tutto decifrato, in cui accanto a temi tratti dalla mitologia classica vivono figure che dai bestiari medievali hanno assunto significati allegorici. Uno dei due capitelli mostra una rara scena di danza, con personaggi che in cerchio si muovono sulla musica di un arpista, simile all’iconografia di Davide, quasi ad illustrare un tema ricorrente nei salmi: “Lodino il suo nome con danze, con timpani e cetre gli cantino inni” (Sal 149, 3). Sul capitello opposto, coppie di pavoni, animali “cristologici”, aggrediscono alcuni personaggi alle orecchie, mentre un uomo al centro mostra un libro aperto, forse rimandando all’importanza delle scritture e al peccato che è costituito dal non dare ascolto alla Parola.

Gli stipiti sono ricoperti da tralci vitinei, una vegetazione rigogliosa abitata da un folto numero di personaggi: se alcune figure mitologiche, come la dea Cibele sul dorso di un leone allattante e la nereide seduta su di un mostro marino, simboleggiano probabilmente gli elementi della Terra e dell’Acqua e l’abbondanza che è in essi, gli altri personaggi rimandano al tema della lotta e del combattimento, materiale e spirituale. Uomini che si affrontano, armati come crociato contro saraceno, o nudi, afferrandosi per i capelli; aquile che attaccano serpenti che mordono a loro volta centauri, scimmie e cacciatori esprimono il senso della vita come una costante lotta, terreno su cui si svolge l’eterno conflitto tra bene e male. In questa descrizione concitata del mondo, alcune figure emergono come segno chiaro e positivo, come promessa di una salvezza finale: i pavoni che si affrontano esprimono un’armonia possibile, in Cristo, così come Sansone che smascella il leone prefigura la vittoria sulla morte. E tutto il creato si snoda a partire da un elefante e da un cervo, rappresentati in basso: animali che nell’immaginario medievale del Phisiologus rimandano all’uomo, e al prototipo dell’uomo, che è Cristo.

Varcando la soglia si entra in uno spazio che è calmo, sereno, ma non statico: l’edificio stesso, rotondo come il modello gerosolimitano, con un giro di otto colonne, come quelle che perimetravano l’edicola del Sepolcro nel medioevo, è un luogo che va percorso, che rifugge la stasi. Il deambulatorio circolare è interrotto, sbilanciato verso un lato, dove in origine era probabilmente l’altare, verso cui convergono anche gli archi di pietra che reggono il tetto. Si è così sempre spinti a lasciare il proprio posto, a procedere verso altro, o verso l’Altro. Gli sguardi di santi dipinti nel Trecento accompagnano chi entra, testimoni dell’antica devozione che riconosceva nella visita a questo luogo, se fatta con l’animo di un pellegrino, il valore di un vero pellegrinaggio a Gerusalemme.