N.01
Gennaio/Febbraio 2026

La dimora del silenzio e della Parola

Il lavoro più faticoso e affascinante della vita spirituale potrebbe risiedere nella capacità di sostare, di creare una fenditura nel tessuto spesso degli impegni quotidiani per permettere alla Grazia di operare una ricapitolazione dell’essere in Cristo (cf. Ef 1,10). In tal senso gli Esercizi Spirituali si configurano non come una parentesi devozionale, ma come un’esigenza radicale inscritta nel cuore del battezzato, una necessità per l’uomo di ogni tempo di ritrovare il proprio baricentro in Dio. Questo cammino trova il suo fondamento biblico primordiale nell’attrazione verso il deserto, luogo teologico e geografico dove l’essere umano viene spogliato delle proprie sicurezze per aprirsi all’ascolto, laddove è Dio stesso a farsi iniziatore di tale incontro: “Perciò, ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2,14). In questo isolamento fecondo, la preghiera smette di essere una somma di parole e diviene un’immersione sempre più totale e totalizzante nel mistero della presenza di Dio in noi, simile all’esperienza di Elia sull’Oreb, il quale comprende che la “dimora” divina non risiede nelle manifestazioni eclatanti del potere e della forza, ma nel “sussurro di una brezza leggera” (1Re 19,12).

Alla scoperta di luoghi e tempi in cui tornare a vivere una necessità per l’uomo di ogni tempo: ritrovare il proprio baricentro in Dio.

Tale ascolto richiede non solo una disposizione interiore, ma anche una cura specifica per il luogo della pratica. La tradizione spirituale ha sempre riconosciuto che lo spazio fisico non è un mero contenitore neutro, ma un grembo che favorisce o ostacola l’incontro. Sant’Ignazio di Loyola, nelle sue note metodologiche sugli Esercizi Spirituali, sottolinea l’importanza di un ambiente che rifletta l’intenzione del cuore, suggerendo persino di modulare la luce e la disposizione della stanza per sintonizzarsi con il mistero contemplato. Il luogo degli esercizi diventa così un “sacramento del ritiro”, un altrove che richiama il monte su cui Gesù si ritirava da solo (cf. Mt 14,23) o il giardino del Getsemani, dove la preghiera si fa corpo e talvolta sudore o sangue (cf. Lc 22,44). 

La scelta di uno spazio curato e separato diventa allora fondamentale: “Tutti abbiamo bisogno di un luogo di solitudine, perché è solo nel silenzio che possiamo essere certi di udire la voce di Dio che parla nel profondo del nostro essere. Il luogo fisico protegge la fragilità del nostro ascolto” (T. Merton, Nessun uomo è un’isola, Garzanti, Milano 1956, 112).

In questo spazio sacro, l’anima accetta di sostare davanti alla Parola, permettendole di agire come uno specchio. Così il deserto, inteso anche come solitudine cercata in un luogo specifico, è necessario per ritrovare la verità di sé: “[esso] è il luogo dove cadono le maschere e dove l’uomo si ritrova nudo davanti a Dio, non per essere condannato, ma per essere guarito” (C. M. Martini, L’itinerario spirituale dei dodici, Borla, Roma 1981, 34).

Questa guarigione richiede però un metodo che educhi la libertà del battezzato. Ignazio di Loyola chiarisce che il fine di questo tempo non è infatti l’erudizione intellettuale, ma l’unione affettiva “perché non l’abbondante sapere sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose internamente” (Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali, n. 2). Questo “sentire interno” è la porta del discernimento, quell’arte spirituale che permette di “vagliare ogni cosa e tenere ciò che è buono” (1 Ts 5,21), distinguendo tra le mozioni che conducono alla vita e quelle che ce ne privano. Il discernimento, infatti, non è una fredda analisi, ma un atto d’amore vigile che trasforma la mente e il cuore (cf. Rm 12,2). In tal senso capiamo perché questa pratica divenga un vero e proprio antidoto alla sempre più attuale e seducente proposta di distrazione e dispersione: “Il discernimento spirituale è sempre un atto di gratitudine, perché ci permette di vedere la mano di Dio anche dove sembra esserci solo caos” (H. Nouwen, Sentirsi amati. La vita spirituale in un mondo secolare, Queriniana, Brescia 1993, 58).

La preghiera che matura negli Esercizi diventa allora un “intimo rapporto di amicizia” (Teresa di Gesù, Libro della vita, cap. 8, n. 5, in Opere Complete, a cura di I. Colosio, LEV, Città del Vaticano 1998, 124), un dialogo che non fugge la realtà ma la abita con occhi nuovi. È l’esperienza di Gesù che cerca luoghi deserti per pregare (cf. Mc 1,35), mostrando che l’efficacia della sua missione scaturisce dall’unione con il Padre. In questa prospettiva, il ritiro non è mai fine a se stesso; al contrario esso mira a formare un uomo interiormente rinnovato, capace di essere contemplativo nell’azione a cui verrà chiamato perché unito al suo Signore che agisce in lui. Attraverso la lotta spirituale, chi osa abitare la dimora del silenzio e della Parola uscirà dai giorni di Esercizi forse ferito nelle sue pretese di autosufficienza ma benedetto da una nuova identità e missione.

Il tempo e il luogo del ritiro diventano così il laboratorio dove la Parola di Dio si fa carne nella storia personale poiché  “Dio ha parlato una sola Parola, che è suo Figlio, e la dice sempre nel silenzio eterno; ed è nel silenzio che essa deve essere ascoltata dall’anima” (Giovanni della Croce, Massime e sentenze, n. 21, in Opere, a cura di F. Pozzi, Paoline, Cinisello Balsamo 1991, 1045).

Così formata, la persona torna al mondo non più schiava dell’urgenza, ma servitrice della priorità di Dio, testimone credibile di una carità che sgorga da una sorgente profonda e inesauribile, qual è il cuore stesso di Cristo.

La rubrica Tempi dello Spirito che qui si inaugura, ci condurrà per mano in questi luoghi, scoprendo di volta in volta alcune proposte suggerite dalla lunga esperienza della Federazione Italiana Esercizi Spirituali.