N.01
Gennaio/Febbraio 1989

“Cristo, pietra viva…” (1 Pt 2, 4-5)

Il testo, che vorremmo molto rapidamente illustrare in chiave vocazionale, in realtà è di una ricchezza “ecclesiologica” che va molto al di là del riferimento vocazionale.

 

L’importanza di questo testo

Siamo, infatti, davanti a un testo fra i più stimolanti e densi di ecclesiologia di tutto il Nuovo Testamento: un testo, che è stato come “riscoperto” e valorizzato dal Concilio Vaticano II per riproporre ai cristiani tutti, il senso della loro “appartenenza” alla Chiesa e della loro “responsabilità” di fronte alle esigenze del loro Battesimo, che è la “consacrazione sacerdotale” per eccellenza.

E si capisce che sia questa lettera a proporci un testo simile, proprio se si pensa al fatto, ammesso ormai da tutti gli studiosi moderni, che in essa c’è un interesse particolare per la teologia del Battesimo. Tanto che più d’uno ritiene di trovare in essa delle tracce di “inni” battesimali, o di “omelie” battesimali.

Immediatamente prima del nostro passo, infatti, senza andare a cercare altrove, c’è un evidente richiamo battesimale: “Deposta dunque ogni malizia e ogni frode e ipocrisia, le gelosie e ogni maldicenza, come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale, per crescere con esso verso la salvezza: se davvero avete gustato come è buono il Signore” (1 Pt 2,1-3).

In un contesto del genere si capisce benissimo l’ulteriore sviluppo che l’Autore intende dare al suo pensiero, presentandoci Cristo, oltre che come “cibo spirituale” (latte) con cui alimentarci, anche come “pietra viva” che dà sostentamento all’“edificio” ecclesiale in cui, in forza del Battesimo, i cristiani vengono inseriti.

Ecco il testo che, in questo momento, ci interessa: “Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo” (1 Pt 2, 4-5).

Nei versi che seguono (6-10) si insiste ulteriormente sul tema di Cristo “pietra” preziosa, rigettata dagli “increduli”, per i quali diventa addirittura “pietra di scandalo”, e si esplicita, in maniera anche più trasparente, il tema dell’ universale “sacerdotalità” del “popolo di Dio”, chiamato anche “stirpe eletta”, “nazione santa”.

 

 

Perché Cristo è “pietra viva”?

Mettendo da parte questi ulteriori sviluppi del pensiero dell’Autore sacro, fermiamoci all’immagine di Cristo “pietra viva”, su cui devono “sovra costruirsi” i credenti.

È indubbiamente un’immagine strana quella di Cristo come “pietra viva”. Una pietra, infatti, viene universalmente considerata come realtà “morta”, fredda, inerte, opaca: più adatta perciò ad esprimere la morte che la vita.

Eppure qui l’Autore insiste sulla “vitalità” di questa “pietra”. Come mai questa trasformazione, o alterazione, dell’immagine?

Chiamandolo “pietra viva” certamente S. Pietro intende riferirsi al Cristo “risorto”, che ha vinto la gelidità della morte, e con la sua potenza ha addirittura ribaltato la “pietra” tombale che lo chiudeva nel sepolcro. Quella “pietra”, che per gli altri è il segno tragico della morte, per lui è diventata segno espressivo di una vita, che è stata come richiamata indietro perforando lo stesso spessore infrangibile di una chiusura tombale. La “vitalità” del Risorto è talmente potente da spezzare la pietra del sepolcro!

A questo punto l’immagine della “pietra” poteva essere adoperata anche per i cristiani che, appoggiati e inseriti in Cristo risorto, diventano essi pure “pietre vive”, trionfatori della morte.

 

 

La “pietra” e “l’edificio”

Qui è evidente che l’immagine tende a trasfigurarsi e ad assumere contorni architettonici e di arte muraria. Pur essendo una realtà “morta” la “pietra”, e pur servendo per chiudere i morti nella tomba, in realtà essa serve soprattutto per costruire le “abitazioni” di quegli esseri “viventi” che sono gli uomini.

E molte volte tali abitazioni sono splendidi palazzi: tanto più belli, quanto più “scelte e preziose” sono le pietre con cui vengono costruiti. Più splendidi ancora sono i “templi”, che venivano considerati come l’abitazione della “divinità” in mezzo agli uomini: si pensi al tempio di Gerusalemme per gli Ebrei, o alla valle dei templi di Lux in Egitto, o al Partenone di Atene, solo per fare degli esempi. Oppure si pensi alle meravigliose cattedrali del Medioevo cristiano.

Nel nostro testo, però, l’Autore, pur pensando a questa realtà ampiamente documentata e addirittura spettacolare, riferendosi sempre a Cristo, “pietra viva” perché Dio l’ha risuscitato dai morti, immagina che tutti i cristiani diventino essi pure “pietre vive” da sovrapporsi a Cristo, che a questo punto, diventa addirittura “pietra angolare” (cfr.  Sal 118,22). Ne viene fuori l’immagine della costruzione di un edificio spirituale”, in cui le pietre non sono più inanimate, ma fatte di persone “vive” e vere che comunicano misteriosamente con Cristo, a cui sono collegate mediante la fede, che si esprime nel Battesimo.

 

 

I cristiani come “edificio spirituale”

Ma l’idea dell’“edificio spirituale”, che praticamente è l’equivalente di “tempio”, richiama alla mente dell’Autore tutta la tematica del “servizio” culturale, che ha bisogno di una particolare classe “sacerdotale” che lo eserciti e che più normalmente si esprime mediante particolari “sacrifici”. Se non che, proprio perché l’immagine di fondo è quella di Cristo, “pietra viva”, su cui vengono a sovracostruirsi le singole “pietre vive” che sono i cristiani, è altrettanto ovvio che l’“edificio spirituale” diventino qui i cristiani stessi i quali, a loro volta, esercitano anche una funzione “sacerdotale” con le singole azioni della loro vita e con la fondamentale fedeltà al Vangelo.

In Cristo, dunque, i cristiani sono “pietre vive”, che costruiscono l’unico “edificio spirituale”, che è la Chiesa, nella quale, imitando Cristo e vivendo di Cristo, essi danno il “culto spirituale” di una vita santa al loro Signore. Questa è la “sacerdotalità” universale, proposta ed offerta ai cristiani, rinati a nuova vita nel Battesimo che li aggrega a Cristo.

 

 

Cristo “pietra viva”, ma anche “scelta”

Ma a questo punto potremmo anche dire: che c’entra qui la “vocazione”? Infatti avevamo detto all’inizio che volevamo leggere il testo in chiave vocazionale. Direi che c’entra, e molto. 

Prima di tutto per quanto riguarda Cristo, “pietra viva”, come dice il testo, “rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio” (v. 4). I termini qui adoperati, anche se riferiti e adattati all’immagine della Chiesa, dicono chiaramente che Cristo è stato oggetto di una grandiosa e drammatica “vocazione” da parte di Dio. “Scelto” ad essere “pietra viva”, ed anche “fondamentale” della sua Chiesa, cioè del nuovo popolo di Dio, attorno a lui si è creato un grande “processo” degli uomini e della storia: accettarlo, questo Cristo, come cardine dirimente di tutto o “rigettarlo” come “pietra di scandalo”?

È ciò che storicamente è avvenuto. Ma Dio ha avuto il sopravvento sulla insensata follia degli uomini, e lo ha ricollocato “al centro” e al fondo di tutto.

Questa è la storia di ieri, ma non cessa di essere anche la storia di oggi: forse sarà la storia di sempre!

 

 

E chi aiuta i cristiani ad essere “pietre vive”?

Ma la “vocazione” di Cristo, totalmente fedele al Padre “fino alla morte” (Fil 2,8), è nello stesso tempo un invito, una “chiamata” per tutti i cristiani a seguire il suo esempio. Si è cristiani infatti, nella misura in cui ci si lascia “edificare” su Cristo “pietra viva”, anche se gli uomini hanno tentato di scartarlo per farlo rimanere “pietra morta”, a coperchio di una tomba per sempre.

È la “fede” che abbiamo professato e ricevuto nel Battesimo, che ci obbliga a “sovracostruirci” in Cristo. Fuori di lui, non siamo né “pietre vive”, né “edificio spirituale”, né “popolo di Dio”, né “sacerdozio santo e regale”.

E questo è il secondo aspetto vocazionale iscritto nel nostro testo.

Ma ce n’è un altro, forse meno apparente ma realissimo. Ed è questo: chi aiuterà tutte queste “pietre vive”, che sono i cristiani (o che dovrebbero essere i cristiani), prima di tutto a diventare e a sentirsi “pietre vive” e poi a collocarsi al loro giusto posto nell’unico “edificio spirituale” che siamo tutti?

È a questo punto che si profilano quelle “speciali” vocazioni di “servizio” al popolo di Dio, che sono le vocazioni consacrate. Le quali non hanno compiti di dominio nella Chiesa e, vorrei dire, neppure di esemplarità, ma soprattutto di stimolo, di animazione, di discernimento, oltre che di annuncio della parola, di celebrazione e di offerta dei Sacramenti che rifondano sempre da capo la Chiesa.

Se venissero a mancare queste particolari vocazioni, è la “sacerdotalità” stessa del popolo di Dio che di fatto verrebbe a mancare. Perciò queste vocazioni particolari sono da stimolare e da chiedere con altrettanta intensità come si deve chiedere e supplicare il Padre che riveli ad ogni credente la grandezza della propria “vocazione”, alla quale è stato chiamato in Cristo (cfr. Ef 1,18).

È, in fin dei conti, quello che Pietro dirà più tardi ai suoi cristiani quando scrive: “Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendo a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio. Chi parla, lo faccia come con parole di Dio; chi esercita un ufficio, lo compia con l’energia ricevuta da Dio, perché in tutto venga glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo, al quale appartiene la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen” (1 Pt 4,10-11).

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