La chiesa particolare “celebra” la giornata per le vocazioni
Chiesa particolare e vocazioni particolari
Ci sono due immagini familiari ed estranee insieme: quella della chiesa particolare e quella delle vocazioni particolari nella chiesa. Per pochi risultano persino inflazionate; ma per i più sono sostanzialmente estranee o guardate con sospetto o distorsione. In realtà esse stanno ad indicare la comunità ecclesiale nella sua identità vera ed esprimono vitalmente il suo volto di chiesa animata dallo Spirito, sorgente della pluralità dei doni e della comunione.
Per questo la sapienza pedagogica della comunità cristiana, nell’arco del suo cammino nel tempo liturgico, indica due celebrazioni che si richiamano efficacemente. Anzitutto la festa della chiesa particolare. Ogni comunità è “convocata” ed è “nutrita”, nella sua vita teologale, dalla parola; è “generata” e “visibilizzata” dal mistero dell’Eucaristia; è “compaginata” dai doni diversi per la presenza dinamica dello Spirito; è “garantita” dai doni diversi per la presenza dinamica dello Spirito; è “garantita” nella comunione, nello spazio e nel tempo, dal ministero episcopale, per rinnovare il mistero dell’incarnazione di Cristo, salvatore di tutti gli uomini.
A questa immagine di chiesa particolare, celebrata e vissuta, fa riscontro l’altra: quella evocata dalla giornata vocazionale mondiale. Qui la riflessione si fa più antropologica: sulle diverse chiamate che rivelano il volto di chiesa generata dall’evento pasquale. Le creature nuove, nate dal battesimo, e partecipi della vita del Risorto, nella loro piena maturità, manifestano l’esuberante creatività dello Spirito, proprio attraverso il loro diversificarsi nella comunione. Va da sé che tutta la comunità credente, quando celebra, sempre esprime la sua ecclesialità. Tuttavia alcuni appuntamenti celebrativi dei misteri del Signore sono ancora più stimolanti e fecondi di richiami al segno dell’essere e del fare chiesa. La festa della chiesa particolare e la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni sono tappe preziose, per rendere familiare il mistero di una comunità dei doni che la fanno essere vera ed incisiva nel suo essere segno di Cristo, l’inviato del Padre.
“Vocazioni: con Cristo Pietre vive…”
La chiesa non è altro, o altri; sei tu, siamo noi. Anche il tema della giornata è singolarmente stimolante per ognuno che si riconosce in Cristo pietra viva. Senza dubbio emerge l’attualità problematica del tema per questa celebrazione annuale. La problematicità deriva soprattutto da una certa distanza culturale, sia nei confronti della chiesa e sia nei confronti di quell’assunzione definitiva di responsabilità di fronte ad essa e di fronte alla vita. In fondo, soprattutto nei giovani, c’è ,uno sguardo di simpatia nei confronti di Cristo, ma senza cedere facilmente il bandolo della propria libertà. Credenti forse, ma battitori liberi.
Il tema di questa giornata invece promette un’altra libertà: quella che si ritrova in Cristo, entro il mistero di una comunità che tutti coinvolge ed impegna per sempre.
Un appuntamento prezioso dunque. Il messaggio della giornata deve trasmettere alcuni atteggiamenti di una fede adulta, la quale non può ridursi nel facile spazio del privato, ma è sollecitata a diventare coscienza ecclesiale; là dove la tolleranza si trasforma in simpatia per gli altri, chiamati insieme a condividere per compaginare il segno della chiesa. La “simpatia” prelude e favorisce il “dialogo” e la “stima” nei confronti di tutti i doni che rivelano la potenza creativa dello Spirito e il fascino irresistibile di Cristo capace, anche oggi, di prevalere sugli accecanti miraggi dell’immediato.
Tutto questo consente di sperimentare la gioia e l’impegno della “preghiera” per tutti i chiamati alla radicalità evangelica; ma non meno, fa crescere l’autocoinvolgimento, nella certezza che la vita ha un senso nella misura in cui viene vissuta nel dono.
Allora la giornata vocazionale mondiale non riguarda altri, né pochi. Ma diventa interpellante per ciascuno. Il “pregare” di tutta la chiesa è preghiera per ciascuno. Per te. E il tuo pregare si fa appello perché l’esistenza di ciascuno ritrovi il suo pieno significato nell’essere pietre vive di un grande edificio, costruito sulla roccia viva, che ha bisogno di tutti.
Far parlare i “segni vivi”
La povertà di una chiesa particolare, l’aridità vocazionale perdurante nei tempi lunghi, la stanca routine di parrocchie, non dipendono per lo più dall’assenza di risorse spirituali. Né tantomeno dallo Spirito che ha rivolto il suo sguardo altrove. E neppure manca il “sommerso” evangelico.
Ma talora il lavoro nell’ombra di tante persone sembra favorire l’impressione di una chiesa che si ignora. La giornata mondiale è un tempo favorevole per far parlare le testimonianze vive e i segni feriali della comunità ecclesiale. Anzi soprattutto le presenze umili, amanti di stare sempre sullo sfondo. La loro stessa presenza in una chiesa particolare è un efficace richiamo alla vita come risposta ad un appello preciso. Sono i testimoni della sequela nella vita religiosa, monastica o sacerdotale.
Le comunità cristiane non devono rendersene conto quando le vocazioni vengono a mancare, ma quando sono presenti ed operanti attraverso le molteplici forme di servizio: nella scuola, nei settori dell’emarginazione, nel silenzio di un monastero, con lo stile della perla nascosta di evangelica memoria. Attorno a queste presenze un po’ tutta la chiesa particolare deve convergere con la preghiera e con la riflessione. Il parlare della radicalità evangelica non significa prospettare un’utopia lontana, di persone del passato o di altri luoghi, bensì indicare dei modelli vivi, nei quali si possa ravvisare un’ipotesi di esistenza capace di interpellare tutti. La testimonianza può suscitare stima ed affezione, come anche rifiuto o indifferenza. Ma questo in ogni caso. Quando si tratta di testimonianza viva si è, come Gesù, segni di contraddizione; se si è segni opachi di una vita senza molto senso, si è condannati al facile rischio del disinteresse. Per questo la giornata vocazionale mondiale, se da una parte interpella la coscienza della comunità, corresponsabile dei doni dello Spirito, dall’altra provoca i “segni” viventi a diventare eloquenti con la vita, nonché con il coraggio evangelico del farsi proposta.
Far crescere i gesti della diaconia per una chiesa in missione
L’immagine biblica della chiesa-edificio, costruita da pietre vive, rimanda ad alcuni contenuti da far passare nelle persone più coinvolte nella fatica e nella gioia del servizio ecclesiale. Ed ogni contenuto, proprio nel momento in cui si trasmette, pone insieme l’urgenza di verifica, soprattutto a livello giovanile, quando il progettare per il futuro s’identifica con il crescere della fede, nella speranza e nell’amore; e quando il diventare adulti nella fede significa il riconoscersi dentro la comunità come destinatari di un compito, di un dono, di un preciso servizio. Nessuna pietra sceglie il suo posto nell’edificio, ma vi è collocata dal costruttore: al posto giusto, perché essa si senta utile, anzi necessaria alla stabilità della casa. Ciò pone l’urgenza di superare una visione ripiegata della vita, illusoriamente costruita secondo criteri di autogratificazione, ignorando il disegno più grande secondo cui esprimere e realizzare pienamente se stessi.
Per questa ci sono alcuni valori in gioco per una concreta verifica nel processo formativo. Anzitutto l’attitudine “alla” preghiera e “nella” preghiera. Essa, alla sua radice, è la verità dell’uomo che davanti a Dio si riconosce così come è e come dovrebbe essere. La preghiera, quando è vera, è l’esperienza più forte e più difficile del discernimento di sé di fronte al Signore ed ai fratelli. Quando si prega si avverte d’essere interpellati; il dialogo con Dio è in atto. Va bene dunque pregare per le vocazioni. È un dovere. Ma non meno urge il piacere per rispondere a un Dio che parla per dare senso alla propria libertà.
C’è poi l’esigenza di verifica della propria attitudine di fronte alla comunione generata dall’Eucaristia. Sia nel momento celebrativo e sia nei molti gesti di servizio che scaturiscono dalla celebrazione. L’immagine vera di una comunità celebrante non si frantuma nei gesti (come il volontariato) e nei luoghi (come in gruppi o ambienti) che ignorano l’habitat in cui devono essere costantemente verificati o aiutati a crescere. Per questo la testimonianza di servizio, che deriva dall’Eucaristia e prelude precise ministerialità della comunità ecclesiale, ha bisogno di cimentarsi con il sacrificio, la croce, la pazienza del lento costruire insieme la propria con l’altrui vita, appunto come pietra su pietra. Solo allora il servizio abilita interiormente ad accettare di porsi, nella originalità del proprio dono e nella comunione, nel grande edificio della chiesa.
Pertanto la verifica del proprio modo di essere di fronte a Dio e di fronte a se stessi nella preghiera, dello stile di partecipazione alla celebrazione del mistero di Cristo Risorto e della propria diaconia nella chiesa e nel mondo, è l’impegno più forte in questa giornata, in cui tutti siamo posti di fronte ad una domanda ineludibile: “Quale chiesa vogliamo costruire per la vigilia del 2000?” o ancor meglio: “Quale chiesa vogliamo essere?”.